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Full text of "Racconti sardi"

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GRAZIA DELEDDA 


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*Tv4*f.; 


BIBLIOTECA SARDA 











BIBLIOTECA SARDA 

^ 

DIRETTORI 

COMM. SALVATORE DELOGU, CAV. ENRICO COSTA, AVV. ANTONIO SCANO 


Voi. 111. 





RACCONTI SARDI 

>*«c 















GRAZIA DELEDDA 

• - » #■ ■ 


RACCONTI SARDI 


SASSARI 

GIUSEPPE DESSI 

1894 



PROPRIETÀ LETTERARIA 


Sassari, 1894 - Prem. Star. Tip. Dkssì 


AL PROFESSORE 


ANGELO DE GUBERNATIS. 



f» Di Notte *f 



. . 1; - ; t . r- 



i. 



otbvano essere le undici quando 
la piccola Cabina si svegliò nel 
gran letto di legno della stanza 
di sopra, ove dormiva sempre 
con la sua mamma che le voleva 
tanto bene. 

Ma quella notte la mamma 
non le stava allato. Perche dun- 


que non c'era? Per quanto Cabina stendesse le 
sue manine da tutte le parti del gran letto di legno 
non poteva trovare la sua mamma. Solo le len- 
zuola fredde come il vento, solo i guanciali di 

percalle rosso; nuH'altro! 

Dove era dunque la mamma.-' Cabina si co- 
ricava e si levava sempre insieme a lei; mai sera 
trovata sola in letto, cosi, nel gran letto freddo, 
nell'oscurità della notte spaventosa. 



Quello era dunque un grande avvenimento 
per la piccina. 

— Mamma... mamma... — chiamò con un 
til di voce. 

Ma nessuno rispose. Fuori urlava il rovaio 
e la pioggia si sbatteva fragorosamente contro 
i vetri della piccola finestra. 

Senza di ciò Cabina si sarebbe forse riad- 
dormentata, ma con quegli urli infernali, nella 
fonda oscurità della cameretta solitaria, le era 
assolutamente impossibile nonché riprender son- 
no, calmarsi. 

Temeva tutti i fantasmi immaginabili: la 
morte, i vampiri, il padre dei venti, le fate nere 
e l’orco, tutti... tutti... 

Mamma... mamma?... — ripetè i\ voce 
alta mettendosi a sedere sul letto Mamma, 
mamma?... 

Rimase cosi quasi un quarto d'ora, alzando 
sempre più la voce, abituandosi al buio e al fra- 
gore del vento. 

E siccome la madre non rispondeva mai, 
Cabina pensò di vestirsi e scendere in cucina 
per cercarla. Veramente era la mamma a vestirla 
ogni mattina perchè a lei, cosi piccola, non riu- 
sciva ancora infilarsi il giubboncello nero dalle 
maniche strette; ma poco importava... purché ri- 
trovasse la gonnellina bastava. La lasciava sempre 
nella sedia ai pie' del letto: dunque bisognava 
scendere per ritrovarla. 


— '5 — 

Scendere?... Scendere all’oscuro, a piedi nudi, 
con quella notte, scendere da letto, sola.-.. Ci vo- 
leva proprio un gran coraggio, e Cabina, che 
tremava forte di freddo e di paura, esitò a lungo. 
Ma rimanere a letto senza la mamma non le 
Conveniva! Il vento urlava ognor più fragoroso; 
fra poco sarebbe penetrato nella camera e avrebbe 
divorato la testa a Cabina... Dunque giù! 

Scese e mandò un urlo. Il suo piedino aveva 
incontrato qualcosa di duro, di freddo, di deforme 
che certo non era il suolo di tavole levigate dal 
tempo... 

Un rospo, un vampiro forse? 

— Mamma mia... mamma mia!.. — gridò 
la piccina a squarciagola, cercando invano risa- 
lire sul letto; ma alla fine, visto che il vampiro 
non si muoveva e che la mamma continuava a 
non rispondere, si chinò c s’assicurò che quella 
era una scarpa vecchia uscita per caso da sotto 
il letto. 

Un sorriso le sfiorò le labbra e quella prima 
avventura le infuse molto coraggio, sicché, riso- 
luta di non temer più nulla pei piedini, si avanzò 
appoggiandosi alla sponda del letto. Ma laggiù, 
non trovò punto la sedia con le sue vesti; co- 
minciò a stizzirsi e a imprecare; perchè dovete 
sapere che non era un modello di educazione, 
e nominava con disinvoltura tutti i diavoli del- 
l’inferno, come li udiva dal nonno, e dagli zii 
e un po' anche dalla mamma. 


Dove diavolo dunque- stavano le sue vesti? 
Se le aveva prese il demonio? Alla galera la 
notte e ehi l’aveva inventata! 

Ma le seordò un momento e ricominciò a 
tremare cosi forte che i dentini pareva volessero 
spezzarsele. 

In un intervallo silenzioso del vento e della 
pioggia aveva sentito strani rumori salire dalla 
cucina e voci umane piu tetre e spaventose dei 
gridi della procella. 

Che avveniva in cucina? Dio mio, Dio mio, 
e la mamma sua? Cerano forse i ladri o i diavoli? 
E il nonno e i zii mancavano da tre giorni e non 
c’era nessuno che potesse difendere la mamma, 
la povera mamma sua!... La curiosità si unì alla 
paura, e Cabina si rimise a cercare le sue gon- 
nellino, urtando nelle sedie, su tutti i poveri mo- 
bili della camera oscura. Riuscì finalmente a tro- 
varle e le indossò a stento, ma quando tutto 
pareva fatto un altro ostacolo si interpose al di- 
segno della piccina. 

La porta che dava sulla scala era chiusa a 
chiave dal di fuori, per quanti sforzi facesse non 
potò aprirla, e il silenzio orrendo della mamma 
continuò quando si rimise a chiamarla, scuotendo 
la porta con fracasso. 

Ritornò verso il letto, disperata, e nascosto 
il volto fra le coltri in disordine si mise a pian- 
gere, ma a un tratto si ricordò che nella stanza 
attigua v’era un poggiolo di pietre, d’onde, per 


una scaletta esterna si scendeva al cortile, e sotto 
cui si apriva appunto la vecchia porta della cucina. 

La pioggia e il vento continuavano, ma Ca- 
bina era decisa a tutto: entrò nella camera vicina, 
apri il poggiuolo e scese, sfidando l'acqua che 
veniva giù furiosa dal cielo basso di piombo, e 
il rovaio gelato che imperversava nella notte. 

Tremava come una foglia, ma aveva com- 
pletamente scordato i fantasmi e i vampiri. Un’an- 
goscia indicibile le stringeva il cuoricino e un 
presentimento orribile, superiore alla sua età, le 
diceva che giù in cucina doveva accadere qualche 
cossi. Oh, quelle voci che aveva sentito!.. 

In un sittimo lu sotto lst scala, sii coperto 
della pioggia, davanti alla portsi della cucina. 
Anche questa era chiusa, ma Cabina non picchiò 
per farsela aprire, benché vedesse il bagliore del 
fuoco acceso nel focolare, attraverso la grande 
fenditura che rigava dall’alto in basso la porta. 

Si accoccolò per terra e applicò l’occhio sulla 
fenditura. 

Non temeva più, ma non voleva punto en- 
trare in cucina perchè la mamma l’avrebbe cer- 
tamente picchiata. 

Il nonno e gli zii — tre uomini alti, robusti, 
brunì, il cui costume consunto e sporco rivelava 
una misera esistenza di lavoro continuo e faticoso, 
i cui occhi cupi e profondi narravano la triste 
storia di anime ignoranti non avvilite dalla po- 
vertà, ma turbinate da passioni tetre, ardenti e 


i6 — 


dolorose, — erano tornati e stavano seduti in- 
torno al focolare. 

La mamma di Gabina, Simona, giovane, bella, 
di quella strana bellezza araba che si incontra 
in molte donne sarde, e che ricorda i saraceni 
dominatori e devastatori dell’isola nel IX e X 
secolo, rimaneva un po’ neH’ombra, seduta per 
terra, le mani incrociate sulle ginocchia, scalza 
e in maniche di camicia, larghe maniche all’o- 
rientale, strette sui polsi e increspate negli omeri 
eleganti. 

Mai Gabina aveva visto sua madre cosi pal- 
lida e cupa, sua madre che pure era sempre 
smorta e triste in viso, mai aveva visto i suoi 
occhi neri brillare stranamente cosi. 

Sotto il fazzoletto nero calato sulla fronte il 
volto di Simona assumeva tinte cadaveriche, i 
lineamenti linissimi e immobili stirati da una tetra 
e spaventosa serietà, gli oc-chi illuminati da un 
riflesso di odio e di angoscia. 

Ma chi più attrasse l’attenzione di Gabina, 
e la costrinse a rimanersene fuori, fu la vista di 
un estraneo, seduto anch’esso vicino al focolare, 
legato solidamente con una corda di pelo alla 
vecchia sedia che ornava da sola la cucina, una 
sedia grossolana che restava sempre in un an- 
golo, non toccata da nessuno, ma spesso guar- 
data cupamente da Simona. 

Gabina non aveva mai, prima d’altora veduto 
il volto dell’estraneo che pure indossava il co- 




stume del villaggio, e l'andava esaminando cu 
riosamente, chiedendosi chi fosse e perchè tosse- 
li, legato, nel folto della notte. 

Era un bell’uomo sulla quarantina, i capelli 
di un biondo rossastro ondeggianti sull'ampia 
fronte abbronzata, gli occhi grigi acutissimi, e 
con una magnifica barba rossa cadente sul petto. 
Un'atroce espressione di spasimo gli sconvolgeva 
tutto il volto e sulla fronte gli brillavano, al ri- 
flesso del fuoco, grosse goccio di sudore, ma non 
era pallido come gli nitri e specialmente come 
Simona. 

Cabina certamente non percepì tutti questi 
particolari, ma comprese benissimo che la dentro, 

nella cucina nera illuminata dal fuoco e da una 

specie di lampada a quattro becchi, di latta an- 
nerita dal fumo del lucignolo, posta sul forno e 
che andavasi spegnendo, — accadeva qualche cosa 
di misterioso, di straordinario; e incapace di darsi 
una qual siasi spiegazione, rimaneva muta, im- 
mobile dietro la porta, la fronte incastonata sulla 
fenditura, gli occhioni grigi, - che rassomiglia- 
vano assai a quelli dell'uomo legato alla sedia, 
— spalancati e avidi. 

La piccina tremava di nuovo, — svanita la cu- 
riosità, la paura angosciosa di prima le gravava 
nuovamente sul cuore; - e si domandava se tutto 
non fosse un brutto sogno. 

Gelidi sodi di vento le percuotevano le spalle- 
mal coperte; i suoi piedini, le sue mani, tutta la 

IJF.LKIIIIA, Katdmli Sjrdt. 3 


sua personcina oramai erano coperte di neve, e 
l'acqua che invadeva il cortile saliva, saliva, in- 
grossata sempre più dalla pioggia furiosa. Ben 
presto l’avrebbe costretta a fuggire od a farsi 
aprire la porta, ma lei non se ne accorgeva. Pro- 
vava tanto freddo che sentiva una pazza voglia 
di piangere, eppure non si muoveva... Un nodo 
le serrava la gola, e più d'una volta dei sin- 
ghiozzi aridi, spasmodici, le contorcevano le lab- 
bra rese livide dal freddo e dallo spavento. 

Perchè ciò che vedeva, ciò che sentiva, era 
una scena cosi terribile che avrebbe atterrito 
qualunque uomo, nonché lei, debole animuccia 
di appena nove anni... 


II. 


— Elias, Elias! — esclamava il padre di 
Simona. È inutile che tu urli chiedendo aiuto. 
Nessuno verrà, e la procella nasconde il tuo grido. 
Nessuno verrà! Tu devi morire lì, legato alla 
sedia ove ti assidevi ogni notte, dieci anni fa, ti 
ricordi, miserabile? ogni notte... in qualità di li- 
danzato leale ed onesto!... colla sedia che ab- 
biamo gelosamente conservato per dieci anni... 
che ti aspettava... che getteremo sul fuoco intrisi! 
del tuo sangue vigliacco... 

Difenditi! — diceva cupamente Simona. 
— Se non ci diti una sola scusa, almeno una, 


'9 


del tuo vile procèdere, la tua morte sarà orribile! 
Difenditi! Scusati, e con una fucilata tutto sarà 
finito. Se no, guai a te!.. 

— E sei tu che parli cosi?... — rispose Elias. 
_ Tu donna, tu che mi dimostravi la bontà in 
persona? Tu? 

— T’odio! Tu mi hai disonorato; tu ch'eri 
il mio fidanzato, la vita mia, mi hai tradita, mi 
hai perduta! Il dolore ha ucciso in me ogni sen- 
timento umano: t’odio, e da dieci anni non sogno 
che la vendetta. E che costi è, vigliacco, 1 an- 
goscia che tu provi stanotte in confronto di ciò 
che ho sofferto io? È odio, e son io che ho spro- 
nato i miei alla vendetta... 

— Uccidetemi dunque!., mormorò Elias — 
Ma pensate che v’ha una coscienza... un Dio... 

— Ci aggiusteremo noi con la nostra co- 
scienza e con Dio! esclamò lanu, uno dei fra- 
telli, con un sorriso crudele e feroce che lasciò 
vedere due (ila di denti bianchissimi, torti, da 
belva, scintillanti al riflesso del fuoco. 

— La coscienza e Dio!... — saltò su Simona 
come una vipera. — Ne hai tu avuto coscienza, 
hai pensato a Dio tu?... 

Elias chinò il capo. 

— In nome di nostra figlia... disse. 

— Dunque sai che ho una figlia.' 

— Sì, lo so. Se tu vuoi io la legittimo. La 
piglierò meco e un giorno sarà ricca, perchè io 
lo son diventato e con l’altra non ho tigli... 


20 — 


— Come parli! gridò Pietro, l’altro (ra- 
teilo. Non hai dunque ancora compreso che 
non uscirai di qui nò vivo nò morto?... E acca- 
rezzò lungamente la canna del fucile, che teneva 
sulle ginocchia, dicendo con crudele lentezza: - 
Ti massacrerò io, io che ero il tuo amico, io che 
ti ho introdotto nella nostra casa dove lasciasti 
la sventura e il disonore. Ti ucciderò io e ti porrò 
io sotto terra, tristo serpente miserabile! Ah, con 
chi ti credevi tu? con chi ti credevi? La nostra 
famiglia ha vendicato sempre le offese ricevute, 
e noi, stanotte, noi che ti abbiamo cercato per 
dieci anni in tutti i villaggi di Barbagia, pei monti 
nevosi e per le gole dirupate, noi laveremo col 
tuo sangue la macchia impressa al nostro nome. 

— Simona, SimonaL. mormorò il prigio- 
niero volgendole, spaventato, uno sguardo sup- 
plichevole. Nostra (iglia... 

— Taci, non nominarla! È il fiore nato dalla 
colpa, ma è pura come le nevi del Gennargentu! 
Tu la profani nominandola perchè sei vile, perchè 
sci infame! Tu le sei nulla... Suo padre è Dio!.. 

Tu non le vuoi bene, Simona! Se l’ami 
lasciami vivere!... 

Un lampo brillò negli occhi foschi della 
donna. 

— lo adoro mia figlia e vivo solo per lei. Se 
essa sparisse dalla mia esistenza tutto crollerebbe 
intorno a me e sarei la più sfortunata fra le 
donne. Se l'amo! La mia figlia! La povera figlio- 






— 2 1 — 

lina mia! È tutto il mio amore, la mia felicità! 
Ma ti ripeto di non più nominarla. 11 suo ricordo, 
nonché muovermi ad una pietà, impossibile in 
me dopo tutto ciò che è accaduto, accresce il mio 
odio, la mia sete di vendetta. E non vedo mai 
l’ora di saperti sotto terra affinchè, quando essa 
mi chiede di suo padre, io possa dirle, senza più 
arrossire: È morto!... 

- Dunque è deciso! — gridò Elias. — Uc- 
cidetemi dunque! Vedete che son pronto! Saprò 
morire perchè non sono vile, come voi credete, 
perchè se errai non fu mia colpa, ma del caso 
e per volontà di Dio! Uccidetemi!.. 

— Uccidetemi!... — ripetè fuori il lugubre 
fischio del vento. 

1 cinque personaggi di questa tetra tragedia 
rusticana tacquero un momento. Una calma ter- 
ribile segnava nei loro volti e il fuoco continuava 
a illuminare la scena con tinte sanguigne, e fu- 
nebri chiaroscuri; una scena degna del fosco 
Caravaggio. 

— Racconta dunque perchè mi hai tradito, 
senza scusa alcuna, dopo due anni di fervido 
amore! — Disse alla fine Simona, sempre fissa 
nella sua idea. — Se ti ricordi dovevamo sposarci 
subito perchè io ero madre. T u partisti con un 
cavallo carico di castagne, di formaggio e di ar- 
nesi di legno che avresti venduto a Nuoro per 
comprarmi l’anello di sposa e i gioielli... Dovevi 
ritornare fra quattro o cinque giorni e mi la- 


22 


sciasti quasi piangendo... Son trascorsi dicci anni, 
dieci anni di angoscia, di lacrime e d’odio, ma 
mi pare ieri... E non tornasti; e un mese dopo 
ti seppi sposo a una fanciulla di Fornii!... 

— Racconta! Se hai una scusa, ti ripeto, 
ti uccideremo con una sola fucilata, altrimenti, 
come è vero Cristo, come ò vero che sei lì, legato, 
ti abbrucieremo vivo!.. 

L’accento di Simona era così duro che un 
brivido d'orrore corse per tutto il corpo di Elias. 
Tuttavia, dissimulando, rispose freddamente: — 
Non temo nò il fuoco, nò la palla; pure vi dirò 
come ò accaduto. Non fu mia colpa, vi dico, ma 
volontà di Dio!... Sentite!... — E cominciò: 

« Si, son dieci anni e pare ieri! Io partii pen 
s<indo a te e disegniindo la nostra vita avvenire... 
ma Dio volle altrimenti! Ero due ore distante da 
Fonni, ove contavo di passare la notte, per pro- 
seguire 1'indomani il viaggio verso Nuoro, allorché 
cominciò a nevicare. Non ne feci caso, abituato 
com’ero a tutte le intemperie del tempo, e pro- 
seguii per il sentiero dirupato, attraverso le gole 
dei monti, camminando a piedi davanti al mio 
cavallino tanto carico. E cammina, cammina. Il 
vento mi batteva la neve sul volto, appiccican- 
dola alle mie vesti, alle mie mani, persino alle 
ciglia e alle labbra. In breve il mio pastrano ne fu 
tutto coperto, e le bisaccie delle castagne e la 
groppa del cavallo, tutto, tutto quanto 

Il sentiero sparve sotto la neve, ma io, che 


mi credevo pratico dei luoghi, proseguii senza 
turbarmi, in linea retta, gli occhi lissi sull oriz- 
zonte dove di tanto in tanto credevo scorgere il 
profilo di Fonni. Il vento urlava pazzo per le 
montagne e la notte piombava, ma la neve ca 
deva sempre... Cadeva sempre, ammucchiandosi 
sui miei passi, e nessuna anima viva intet rom- 
peva la solitudine selvaggia dei monti. Solo noi, 
io che cominciavo a perdermi d'animo, bagnato 
lino alle ossa, cominciando a credere d'essermi 
smarrito, giacché Fonni non compariva più sul 
mio cammino, — e il povero cavallo che tremava 
tutto e non poteva più andare innanzi. - La 
neve ingrossava; per ogni passo occorrev a un 
quarto d’ora, e le tenebre si facevano ognora più 
folte. Mi pentivo di non essermi fermato in un 
ovile incontrato mezz’ora prima che la neve co- 
minciava e dove il pastore m aveva invitato a 
passare la notte, pronosticandomi la vicina bufera, 
e ad un tratto, disperato del tutto, pensai di 
dar volta e * ritornarmene là. Decisi di salire anzi 
a cavallo, perche mera impossibile proseguire a 
piedi, ma siccome l’animale era estenuato più di 
me. cosi gravemente carico come si trovava, lo 
scaricai di tutta quella roba che, mal come potei, 
misi al sicuro sotto un albero, sperando di ritro- 
varla l'indomani, lo montai e via! 

- Avanti! — dicevo amorevolmente al mio 
povero cavallino, — stanotte ci riposiamo laggiù 
e domani sorgerà un bel sole che ci permetterà 








— 24 — 

di ritornare qui. Ripiglieremo la nostra mercanzia 
e andremo a Formi. Là giunti non c’è più che 
temere! Avanti, avanti!... 

« Per un po' il cavallo parve partecipasse alle 
mie idee e camminò, ma a un punto rallentò il 
passo e lini col fermarsi. Invano lo aizzai, lo ca- 
rezzai, lo percossi; non si mosse più, ed io dovetti 
smontare e ripigliare il cammino a piedi, trasci- 
nando dietro, la povera bestia. 

« Oh, che notte orrenda! — Il vento era ces- 
sato, ma la notte regnava folta e desolata sulle 
montagne e la neve cadeva, cadeva sempre. Una 
lieve luce bianca tramandata dal manto che co- 
priva le rupi mi permettevano di non cadere in 
qualche precipizio, — ma a poco a poco i miei occhi 
si velavano, le gambe mi si intorpidivano sotto 
le ghette bagnate e tutto il mio corpo diventava 
freddo e inerte come la neve su cui mi trascinavo 
barcollando. Una volta, io e il cavallo, cademmo 
in un fosso; io mi rialzai a stento ma il cavallo non 
si mosse più ed io non pensai punto ad aiutarlo. 

■ Ripresi la via: ero interamente coperto di 
neve: grosse lagrime mi cadevano dagli occhi e 
finivano confondendosi con la neve che mi im- 
biancava la barba: le mani mi pendevano inerte 
e gelate sotto il pastrano freddo e pesante, e i 
piedi andavano, andavano, automaticamente, a 
caso, barcollando. E non un lume appariva nella 
notte, non una voce umana risuonava per l'or- 
ribile solitudine della montagna. 


»s 


■ A manca e a destra i picchi bianchi s’innal 
zavano perdendosi nel cielo color di cenere; dietro 
non scorgevo nulla attraverso la nebbia che scen- 
deva lentamente dall’orizzonte e che presto mi 
avrebbe attorniato; davanti la china si stendeva 
sotto i mici piedi, piena di burroni e di precipizi. 
Non era certo questa la strada percorsa qualche 
ora prima, no, — e l'ovile non poteva comparire 
innanzi a me perchè mero smarrito! Oh, perchè 
non avevo proseguito verso Fonni? Forse non 
era poi tanto lontano dal sito dove avevo lasciato 
le bisaccie... forse... forse... 

• Le forze mi venivano meno; dopo mezz’ora 
di faticoso e inutile cammino la nebbia mi raggiun- 
se, acre, densa, nera, mi circondò, e proseguii la 
discesa, togliendomi l'ultimo barlume di luce. An- 
cora un passo e sarei caduto forse in qualche abis 
so: d’altronde m'era impossibile continuare perchè 
ora la neve mi giungeva al ginocchio e una volta 
affondati i piedi mi riusciva a stento trattenerli... 

« Ero bagnato lino alle ossa; non vedevo più, 
e come gli occhi cosi mi si velò la mente! Caddi 
sulla neve e raccomandai la mia anima a Dio, 
pensando un'ultima volta a Simona!... 


Ili. 

Elias tacque un momento, quasi ancora op- 
presse» dal ricordo di quella triste notte, forse 




— 26 — 

confrontandola con la notte, più triste ancora, che 
trascorreva. 

— Prosegui! - disse Simona. Il suo accento 
non era più feroce, i suoi occhi stavano fissi al 
suolo e. tutta l'espressione truce del suo volto 
andava sfumando insensibilmente. Elias se ne ac- 
corse e sussultò di speranza, poi riprese: 

« Quando rinvenni era giorno alto. Mi trovai 
steso in un letto caldo, in fondo a una cucina 
grandissima, nel cui centro, nel focolare di pietra, 
ardeva un enorme fuoco il cui tepore giungeva 
sino a me. Dalla quantità delle stoviglie e delle 
masserizie che arredavano la cucina arguii di 
trovarmi in casa di gente benestante; una ra 
gazza preparava il pranzo accanto al focolare e 
al suo costume la riconobbi per fònnese. Dunque 
ero a Fonni!... Chi mi ci uvea trasportato? Chi 
mi aveva salvato?... Che differenza fra il mio stato 
di dieci ore prima e il presente! fra il letto di 
neve, sotto il cielo nero e la nebbia, con la morte 
allato, e il letto caldo in cui mi svegliavo, e la 
bella ragazza che mi stava vicino, forse spiando 
il mio ritorno alla vita!... 

« Si, proprio una bella ragazza! Quando, ac- 
cortasi di me, mi si accostò, la guardai mera- 
vigliato, chiedendomi se non era una visione. Non 
avevo mai visto una bellezza simile; solo la nostra 
Madonna del Latte dolce, nei giorni di festa. 

« Cosi gli occhi grandi e neri, cosi i capelli, 
così la pelle color di rosa, la bocca piccola, il 


naso profilato, il collo lungo bianchissimo, la per- 
sona tutta, infine, tutta... 

« Aveva una gonna sola, stretta, che le 
disegnava le anche ben fatte, e lasciava vedere 
i piccoli piedi calzati da scarpette piene di fiocchi, 
un corsetto nero di albagio, e il piccolo busto 
slacciato sulla camicia bianchissima, sotto le cui 
pieghe si modellava il seno nascente, perchè la 
fanciulla poteva avere al più diciotto anni. 

« Se faccio tutti questi particolari, — pro- 
segui Elias mentre gli occhi di Simona ripren- 
devano il cupo lampeggiamento di prima, indo- 
vinando nella bella fanciulla fonnese la donna 
che le aveva rapita l’intera felicità della sua vita 
è per spiegare in qualche modo la causa pri- 
miera del mio traviamento. 

• lo dunque la guardavo incantato, e mentre 
essa mi accomodava le coperte sulle spalle un 
brivido mi passò per tutta la persona. Ahimè, 
lo confesso, in quel momento avevo scordato la 
bufera della notte, il mio cavallo morto fra la 
neve, le castagne perdute, la causa per cui mi 
trovavo in quel letto... 

« — Come stai?.. — mi chiese la fanciulla ta- 
standomi il polso. Son già cinque ore che tu va- 
neggi!.. Come ti chiami? 

• — E tu?.. - domandai io con voce rauca. 

« - Dove sono?.. 

« — In casti mia! Mi chiamo Cosema I J ... 
Stanotte il mio servo che passava per Iti mon- 


26 


Uitfnn ti trovò, quasi morto, sulla neve. Ti prese 
sul suo cavallo e ti portò qui. Sei a Fonni sai ! 
Dopo molte cure, rinvenisti verso le cinque di 
questa mattina, ma subito ti assilli la febbre e 
il delirio, sicché non potei supere chi tu fossi. 
Al tuo vestire credo che tu sii del villaggio di 
A..., ma non so chi tu sei!.. 

« Le raccontai la mia storia, non tacendole 
il motivo del mio viaggio e le mie prossime nozze 
con Simona. 

Devi esser ben povero se, per comprare 
gli anelli, ti vedesti costretto a intraprendere un 
viaggio cosi!... - mi disse Cosema fissandomi coi 
suoi grandi occhi neri lucenti. 

* — • > ' ,<> . — risposi, — non sono tanto povero! 
Ho un chiusetto piantato a castagni che mi rende 
venti studi ogni inverno, ed ho buone mani per 
lavorare! Ma è neccessario che vada a Nuoro di 
tanto in tanto per vendere i miei prodotti. Ho 
anche il carro e i buoi, e il cavallo e la casa... 
non sono povero, no. E anche Simona mi porterà 
qualche cosa... 

« Parlammo così lung’ora, con la massima 
confidenza, quasi ci fossimo conosciuti da molto; 
e Cosema, a sua volta, mi disse che era orfana 
e ricca. Amministrava da sé, essendo pochi mesi 
prima morto il suo tutore, e aveva una serva e 
due servi, uno contadino e l*altro, quello che mi 
aveva salvato, pastore. Possedeva la casa, un orto 
grandissimo, una tanca e molto bestiame. 


« Quando mi volli levare, me lo impedi, dicen- 
domi ch'ero malato e che il medico, chiamato la 
notte al mio letto, aveva ordinato di non lasciarmi 
non solo ripartire, ma neppure levare. — E restai! 
— Peppa, la serva, sopragiunta, mi diede una sco- 
della di brodo e mi ripetè tutto ciò che la padrona 
mi aveva detto, compreso l'ordine del medico. 

« Intatti il freddo e la febbre non tardarono a 
ricomparire; una febbre gagliarda che mi faceva 
ballare nel letto, che sconvolveva tutto a me in- 
torno, in un vortice pazzo e vertiginoso. Rimasi 
cosi, tra la vita e la morte, per una settimana. 
Nei lucidi intervalli pregavo Coscma di mandare 
a dire a Simona il mio stato per rassicurarla 
sulla mia tardanza, e la ragazza mi diceva sempre 
di si, scongiurandomi a star tranquillo. — In 
quelle ore di sofferenza e di spasimo pensavo 
sempre a Simona, ma i miei occhi, il mio pen- 
siero sconvolto dalla febbre vedevano Cosema, 
Cosema bella che andava di qu;i e di là per la 
cucina, in punta di piedi per non disturbarmi, 
che si chinava sovente sul mio letto, posandomi 
sulla fronte la mano bianca e fresca, che vegliava 
intere notti al mio capezzale, magnetizzandomi 
coi suoi occhi di bambina innocente e per ciò 
più pericolosa. 

Tutte quelle cure, quelle attenzioni che mi 
dava, senza quasi conoscermi, mentre destavano 
in me la più profonda delle riconoscenze, mi fa- 
cevano pensare con dispetto alla strana indi!- 


fetenza ili Simonu, la mia lidanzata che non dava 
sepno di vita mentre io morivo lontano dal mio 
paese, morivo per caussi sua e pensando a lei! 
li vero che anche gli altri miei parenti non si 
facevano vivi... ma io non badavo a loro, non 
pensavo a loro... 

• Dopo una settimana cominciavo a sentirmi 
meglio e il medico mi disse che fra otto o nove 
giorni sarei stato in grado di ritornarmene al 
mio villaggio. Pensavo con dolore al cattivo esito 
del viaggio e al ritardo delle nostre nozze; il ca- 
vallo e le castagne non s'erano potute rinvenire, 
benché Cosema avesse mandato il servo per la 
montagna. I na notte procellosa come quella in 
cui m ero smarrito, allorché sentii la porta della 
cucina aprirsi leggermente ed entrare una per- 
sona che sulle prime non distinsi bene. 

* Poteva essere mezzanotte. Il vento romoreg- 
giava sopra il letto e copriva ogni altro romore 
umano. Nel focolare il fuoco coperto di cenere 
mandava di tratto in tratto una fiammata azzur- 
rognola che illuminava debolmente la cucina. A 
quel chiarore incerto credetti riconoscere Poppa 
nella persona entrata e pensiti che venisse ad 
assicurarsi se stavo bene e se dormivo. Finsi di 
dormire, ma con gli occhi semi chiusi. 

« La ragazza si avvicinò in punta di piedi al 
mio letto e si fermò, guardandomi a lungo, con 
gli occhi sfavillanti nella oscurità. Un tremito 
mi invase tutto, mio malgrado... 


« Non era Peppa quella, no, era Cose ma... 

« Che mai voleva? Perchè mi guardava 
cosi? Perchè tremavo tutto sotto il suo sguardo? 

« A un tratto si chinò su di me e mi baciò!.. 

« Le sue labbra ardevano come bragie ed io 
sussultai quasi m’avesse toccato un ferro rovente. 
Credendo d’avermi svegliato Cosema diede un 
passo indietro e andò leggermente a sedersi ac- 
canto al focolare. Ma io non mi mossi e conti- 
nuai a tingermi dormito. Rassicurata, Cosema, 
rimuginò il fuoco e chinò il capo sulle braccia 
conserte sui ginocchi. Mi sembrò che piangesse... 
Non saprei dirvi ciò che intanto accadeva entro 
di me, ma certo avevo dimenticato il cavallo, le 
castagne e le nozze. Il bacio di Cosema mi ar- 
deva il volto e mille confusi pensieri passavano 
nel mio cervello. 

« Era un sogno dunque? Che significava ciò? 
Che Cosema si fosse innamorata di me, cosi, in 
pochi giorni, lei cosi bella, così giovine e ricci»? 
Di me estraneo, sconosciuto, ch'ella sapeva pro- 
messo ad un’altra donna?... 

« Non potevo credere ai miei sensi, ma in- 
tanto vedevo la bella fanciulla là. nella penombra, 
piangere silenziosamente, e la mente mi si scon- 
volgevi», e il sangue mi ardeva instintivamente. 
Mio Dio, mio Dio, che tentazione! Se Cosema 
mi avesse ribaeciato, m’avrebbe perduto, non 
ostiinte tutti i miei propositi. 

« Però essa si ritirò senza neppure guardarmi. 


52 


« L’indomani la vidi pallida e con gli occhi 
rossi, ma non le dissi nulla. Solo, in un momento 
in cui non c'era mi vestii e mi assisi accanto al 
fuoco e quando essa entrò le dissi che volevo 
partire. 

« — Hai ragione, — rispose essa con fred- 
dezza. — Ti abbiamo molto mal trattato, e certo 
non vedi l'ora di andartene. 

« — Dio ne guardi! — gridai io. — Anzi 
avete fatto tutto ciò che io non meritavo! Mi 
avete salvata la vita ed io me ne ricorderò sempre. 
Voglio andarmene per togliervi il disturbo. Ah, 
Cosema, costi hai tu detto! Ma mi prendi per un 
animale? Io non so cosa fare per sdebitarmi di 
tutto ciò che ti devo, l’aria; chiedimi ciò che tu 
vuoi e farò tutto per te... 

« Xon avevo ancora ben pronunziate queste 
parole che gi;'i me ne pentivo, perchè vidi gli 
occhi di Cosema brillare di gioia. Ah, se mi avesse 
chiesto l'impossibile... di amarla... 

« — Allora rimani finché sarai ben guarito! 
rispose ella. — Rimasi. Tanto più che mi sen- 
tivo incapace di intraprendere il viaggio, cosi de- 
bole, e col tempo pessimo che regnava. Ma non mi 
sentivo tranquillo e un presentimento mi diceva 
che avrei linito col cedere alla misteriosa sedu- 
zione di Cosema. Lottavo con tutte le forze, ma 
l'immagine della bella ragazza, per lo più reale, 
s'imponeva al mio pensiero e il ricordo del suo 
bacio mi faceva tremare più della febbre. 


— i> — 

« Invano pensavo intensamente a Simona, 
al suo stato, alle mie sacre promesse: quando più 
forte era la mia decisione, ecco Cosema lì, da- 
vanti a me, affascinante, bella, che mi incantava 
col suo sorriso, col suo sguardo fisso nel mio, col 
quale mi diceva tante cose che non osava espri- 
mermi a voce. — Signor Iddio! che spasimi, che 
tentazioni, che guerra! Piangevo come un bam- 
bino, e più di una volta, nella notte fonda, mentre 
imperversava la procella, fui per fuggire da quel- 
l’inferno, dicendomi ch’era meglio morire fra i 
monti, che vivere così. Perchè mi avevano sal- 
vato? Perchè?... 

« 11 dolore interno accresceva il mio male; 
avevo la febbre nel sangue e nel cervello e mi 
pareva di odiare Cosema a cui dovevo tanto; 
Cosema che ogni notte veniva a darmi il solito 
bacio, all’oscuro. Cosi non poteva durare, binii 
col credere che tutto fosse un sogno, un'opera 
del demonio, e fisso in quest'idea decisi di ac- 
certarmene. Non l'avessi mai latto!... 

c Una notte, mentre Cosema mi baciava, le 
afferrai le mani e spalancando gli occhi la fissiti 
alla luce incerta del fuoco. Ella non disse nulla, 
ma tremò tutta e aspettò che parlassi. 

« — Cosema... che vuol dire ciò?.. — chiesi 
severamente. 

« Essa si lasciò cadere in ginocchio e na- 
scondendo il volto fra le mani mormorò: Per- 

donami!... T’amo da morirne!... 


Dki.kdda, Rateanti Sortii. 


3 


« Anch’io cominciai a tremare; pure, facendo 
il forte, esclamai: 

* — Che hai tu detto? Ma non siti che sono 
ammogliato?... 

« — Non è vero!.. So tutto... So che sei fi- 
danzato e so lo stato in cui si trova Simona... 
l’erò so anche che tutto il villaggio dice che tu 
non sei il solo padre di... 

« — Cosema! — gridai fuori di me. Non 
calunniare nessuno! Dimmi che m’ami, che mi 
vuoi... ma non calunniare... 

« — Dico ciò che ho inteso. Ma non gridare 
cosi! Peppa potrebbe svegliarsi e accorgersi di 
tutto.. Non perdermi perchè t'amo!... 

« Era così supplichevole che, abbassando la 
voce, le chiesi fremendo la spiegazione delle sue 
orribili parole. E lei mi raccontò mille storie che 
non ricordo bene, che non sentivo bene, ma dalle 
quali emergeva chiara per me una sola cosa. Che 
io ero mistificato in una guisa infame e che Si- 
mona non m’amava, ma lo fingeva per coprirsi 
di una colpa di cui non io solo era il complice... 
Oh, che orrore, che orrore! 

Che miserabile!.. esclamò Simona, in- 
terrompendo il racconto di Elias, livida in volto, 
agitando le braccia. Ma Tanu, il fratello, che la 
pensava diversamente, ascoltando Elias con un 
sorriso acre d'incredulità, sicuro che tutto il rac- 
conto era una fiaba, la calmò a stento, e disse 
beffardo: 


— Prosegui e sii più breve... 

« — Sarò breve. Cosema mi promise delle 
prove, poi, tutto ad un tratto, si mise a pian- 
gere disperatamente, singhiozzando. 

« — Ebbene, — chiesi io sorpreso, — e ora 
perchè piangi?.. 

« In realtà, non potevo trattenermi neppur 
io, e un nodo mi serrava la gola. Credevo e non 
credevo a ciò che Cosema m’aveva detto e mentre 
sentivo una pazza voglia di schiaffeggiarla, avrei 
voluto baciarla dicendole: T'amo, e disprezzo 
SimonaL 

« — Perdonami... perdonami... — ripeteva 
essa con la voce rotta dal pianto. — So che non 
puoi amarmi, che ami quella... Perdonami se non 
ho potuto resistere... ma ti amo tanto... ma sento 
morirmi... ma se tu non avrai pietà di me ac- 
cadrà qualcosa di fatale 

« — Cosema, Cosema, — le dicevo io, 
come puoi tu amarmi? lo sono povero, e i tuoi 
parenti, anche se io t'amassi, non acconsenti- 
rebbero. 

« — Io non ho parenti! Son padrona di me 
e farò ciò che mi piacerà. Ma tu non puoi, non 
vuoi amarmi, tu ami quella... — e accentava con 
disprezzo la parola quella, — tu mi lascierai 
morire... 

« — Oh, Elias, se tu sapessi come soffro! Ti 
ho amato dal primo vederti e subito mi accorsi 
che la tua entrata in casa mia doveva portarmi 


la morte! Ma io non ti chiedo nulla, nulla. Se 
vuoi andartene vattene, ma ricordati di me... Fa 
conto di non aver inteso nulla dalle mie labbra 
e sposa Simona, ma quando stirai infelice ram- 
mentati che io sono più infelice di te. 

« Cosi Cosema parlò lung’ora, sempre china 
su me, bruciandomi il volto col suo alito ardente, 
bagnandomi le mani con le sue lagrime. Non 
sapevo in qual mondo mi fossi e mi morsicavo 
le labbra, rattenendo a stento il pianto e le be- 
stemmie che in pari tempo mi salivano dal cuore 
che mi saltava in bocca. 

« il fuoco si spense e rimanemmo all’oscuro. 

« Addio, addio!... disse Cosema. — Ora 
me ne vado. Domani partirai e non ci vedremo più. 
Ricordati di me, Elias, ricordati. Addio, addio... 
Vattene pure; io non ti chiedo nulla!.. 

« Non mi chiedeva nulla, ma intanto mi co- 
priva il volto di baci e di lagrime; lagrime che 
parevano goccie di piombo liquido; baci lunghi, 
pazzi, che mi bruciavano le labbra, gli occhi, 
le guancie, che linirono col togliermi la ragione 
rimastami. 

« — Cosema, — dissi con voce rauca, strin- 
gendole Iti testa fra le mani e ricambiandole i 
suoi baci, — t’amo e rimarrò! 


« Due giorni dopo, — conchiuse Elias, - 
un prete venne in casa di Cosema e ci sposò. 


M — 


segretamente. Io avevo sempre la febbre e operavo 
automaticamente, senza quasi avvedermi di nulla. 

« Lo stesso giorno si fecero le pubblicazioni 
e tre settimane dopo davanti alla legge ero per 
sempre legato a Cosema. Sicché, quando passati 
i primi ardori, ritornai in me, e mi avvidi del 
mal fatto, e mi convinsi che le voci correnti sul 
conto di Simona erano vere calunnie, era troppo 
tardi! — » 


IV. 

— E chi ci assicura che tutta questa storia 
non sia una fiaba?... — esclamò Tanu con voce 
terribile. 

Elias chinò il capo e nei suoi occhi morì la 
speranza. Dal volto dei suoi giustizieri, niente 
commossi dalle sue parole, egli vedeva la sua 
condanna, e provava il sovrumano strazio del 
condannato a morte nel tior degli anni, ma non 
voleva dimostrarlo per non parer vile. 

— È vero! — disse, — nessuno può di- 
fendermi... 

Rivolse uno sguardo a Simona, ma gli occhi 
della giovine erano lontani dai suoi, e d’altronde? 
Anche volendolo essa non avrebbe potuto sal- 
varlo. 

— Tu morrai! — sentenziò cupamente il 
padre. 


Si fece un lungo silenzio. La sorte di Elias 
era decisa; egli non doveva uscire da quella casa 
fatale dove dieci anni prima aveva passato tante 
ore felici. La storia di Cosema non aveva punto 
alterato i cruenti propositi della famiglia da lui 
disonorata, e il fucile brillava sempre nelle mani 
di Pietro, che si considerava la causa primiera 
della sventura di sua sorella. 

E poi ora era una questione di vita o di 
morte. Perdonando Elias essi si perdevano perchè 
egli si sarebbe certamente vendicato di quella 
terribile notte, — vendicato a dovere, possente 
e ricco come egli era. Dunque doveva morire. 

Nessun fremito di paura o di esitazione pas- 
sava in quei cuori induriti da una vita aspra e 
stentata, che avevano per religione la vendetta, 
l’odio per Dio. 

Una notte essi avevano giurato, intorno a 
quello stesso focolare, su quel medesimo fuoco 
che mai non si spegneva, di lavare col sangue 
l'offesa ricevuta, e, attesa per mesi ed anni, fi- 
nalmente giungeva l’ora sognata. 

E si accingevano a uccidere un uomo con 
un raccoglimento quasi religioso, sicuri di fare 
un dovere, convinti di mancarvi se perdonavano, 
a fronte alta, davanti a quel Dio di cui ignora- 
vano le massime, che supponevano crudele al 
pari di loro... 

— Vattene!.. — disse Pietro a Simona. 

— No, rimango sino all’ultimo!... — rispose 


la giovine con voce ferma che fece trasalire 
vivamente Elias. 

Pietro alzò il fucile... 

Il vento, la pioggia, i tuoni scrosciavano fuori 
con indicibile fragore; parevano urli umani e ro- 
vinare di montagne; la giusta ira di Dio per il 
delitto che consumavasi in quella casa nera e 
desolata, abitata da demoni in vesta d'uomini. 

Pietro mirò Elias; ma mentre stava per cal- 
care il grilletto un colpo secco e sonoro, che non 
era certo causato dal vento, battè sulla porticina 
sprangata che dava sul cortile. Si guardarono 
tutti spaventati, le labbra pallide, il cuore im- 
moto, e il fucile ricadde sulle ginocchia di Pietro. 

Chi poteva essere? Erano dunque scoperti... 
perduti?... 

Ma repente Simona si alzò di scatto e gri- 
dando con terrore, — Cabina! Cabina!.. si 
slanciò verso la porta, a sititi, fremendo, come 
una jena ferita, e apri... 

Trovò intatti la piccina, stesa per terra, ba- 
gnata e svenuta. — Cabina visto e aulito tutto, 
non aveva potuto resistere, ed era svenuta, piena 
di spavento e d’orrore... 

— Figlia mia!.. Gabina, Gabinedda... tiglio- 
lina mia!., diceva Simona prendendola fra le 
braccia e portandola accanto al focolare. Vistala 
così livida, fredda, bagnata, con gli occhi chiusi 
e il volto ancora scomposto dallo spavento, Si- 
mona la credè morta e — dimenticando del tutto 


40 


Elias che divorava la bimba con gli occhi, — 
si mise a piangere spasmodicamente, chiaman- 
dola coi più dolci nomi e spogliandola dalle ve- 
sti inzuppate, riscaldandole i piedini contratti e 
baciandola furiosamente. 

Ma Cabina non dava segno di vita. 

— Gabinedda... Gabinedda mia... liglia mia... 
cuor mio, dolce cuor mio! Ahi! è morta... è morta- 
la liglia mia adorata, la sola mia gioia!... Fiorel- 
lino mio, Cabina, povera, povera... Come faccio 
io... Dio mio, Dio mio, come farò... F morta... 
vedete, babbo mio, toccate, è morta... è fredda... 
è morta, Dio mio!... 

Simona gesticolava e smaniava; pareva im- 
pazzisse, e a momenti parlava, a momenti sor- 
rideva sembrandole che Cabina tornasse in sé, 
poi ricominciava a piangere come una pazza. 

Tanu e Pietro intanto si guardavano confusi 
e interdetti. Certo la piccina aveva inteso e visto 
tutto. Dunque?... 

Elias taceva e (issava Sempre la bimba, cupo 
e disperato. 

— Oh, se fosse morta, se fosse morta davvero?. 

Zio Tottoi invece, ch’era molto superstizioso, 
sorrideva amaramente pensando, che là sotto, 
stava la mdno di Dio che li puniva, o almeno 
li avvertiva; la luce inondava l'anima del vecchio 
e un grande pensiero gli brillava nella mente. 
Prese Cabina dal grembo di Simona e la pose 
fra le braccia di Tanu dicendogli: 










— 41 — 

— Portala su, al letto... c tu Pietro, corri 
e fa venire il medico... 

— Babbo!?! — esclamò il giovine spalan- 
cando gli occhi e accennando Elias, mentre Tanu. 
obbediente, usciva con Cabina Ira le braccia e 
Simona dietro col lume. 

— y a ; _ rispose il vecchio. - Va ti dico. 
Non accadrà nulla di male!.. 

Fidente nel padre, Pietro che adorava la 
nipotina, che anch’egli credeva morta o in fin 
di vita, depose il fucile e usci... 

Dopo un momento zio Tottoi si avvicinò 
alla porta e chiamò: 

- Simona, Simona! Scendi... — La giovine 
scese subito. 

— Simona, — mormorò il padre con voce 
solenne e misteriosa. — Cabina ha visto tutto. 
È la mano di Dio... Simona... 

La giovine comprese; rimase immobile, muta, 
gli occhi fissi su Elias, i grandi occhi nel cui 
fosco brillare si leggeva una vera battaglia in- 
tema. — fc la mano di Dio!... - ripetè il vecchio. 

A un tratto Simona si slanciò verso Elias 
e sciolse le corde; libero che fu lo prese per mano, 
lo condusse al cortile, gli apri il vecchio portone 
e lo spinse nella via dicendogli: 

— Vattene e ricordati di tua figlia!... E ri- 
mase- li finché il passo di lui non mori in lon- 
tananza, fra gli urli della procella. 

■( i S92) 




■ 1 




I* Il Mago 





ivevano in fondo al villaggio, 
uno dei più forti e pittoreschi 
villaggi delle montagne del 
Logudoro, anzi la loro casetta 
nera e piccina era proprio 
l'ultima, e guardava giù per 
le chine, coperte di ginestre 


e di lentischi a grandi macchie. 

Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il 
mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, con- 
fuso col cielo di platino in estate, nebbioso in 
inverno : cucendo presso la finestra scorgeva una 
immensità di vallate stendentisi ai piedi delle 
sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle 
messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del 
torrente che scorreva fra le roccie e i roveti 
montani. — In quella casa piccina e nera, col 







— |6 — 

tetto coperto di musco giallo e rossastro om 

U " VCCChÌO pC, ^ oIato > A* tanta 
lesta d, cieli azzurri e di immensi orizzonti silen- 

f 2 " s " da da, anni, Savcria scorra,.» ,» % 

elice , ho si possa immaginare, accanto al saio 
Menane sposo dai grandi occhi ardenti e le lab- 
h.a rosse come i frani delle eriche fra cui con- 
duce,,, , suo, armenti, la sola su » ricchezza Si 
chuima, - » Antonio. Annesso dacché aveva spo 

v vev , , ‘ S * n ° ra SU °‘ da pastore, 

’ lc ,clss, mo; però una leggera nuvola era 
apparsa dopo due anni di completa felicità sul 

lo e lv ren ° ddla ^ Avaria non 

"* ancora nccennava a renderlo 
P< • Era una cosa ben triste! Egli l'avevi 
tanto sognato un bel marmocchio bruno come 

! \ he appena m » am be l’avrebbe seguito sue 
g«u Ira , boschi e le valli, aiutandolo nelle dure 

fórto ' PaSt ° re; Un marmoc chio che poi, fatto 

ve eh an ° tt0 ’ Ri ° ia e ,a s P era nza dei suoi 
cechi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tra- 
mandato il loro nome e la discendenza dei loro 
armenti in un altro, e cosi via pei secoli dei 
seco i! Tutti gli avi di Antonio erano stati pa- 

mreomeT 5 ^ 1 g, ° rÌa Cffli S0&nava di continuarla 
ma come fare se non veniva l’erede? 

Tutto iu messo in opera; promesse, novene 

pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa 

nuda, a piedi, sino al celebre santuario della 

Madonna de, Miracoli, a Bitti, fece fare una 


processione, una messa solenne, e promise di 
dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna 
quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, 
ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sot- 
tile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo 
e la camicia ricamata, e la casa non veniva 
ancora rallegrata dagli strilli del sognato bam- 
bino nè dalla nenia della mamma accompagnata 
dal cigolio della culla. 

lira una ben triste, triste cosai Se ne aveva 
già deposta l'ultima speranza allorché un giorno 
un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse 
con profondo mistero, dopo i primi complimenti 
alla francese (I): Non sapete dunque, comare 
Sabè? Peppe Longu mi ha detto che voi non 
fate figli perchè... 

Perché ?.. chiese attenta Saveria con gli 
occhi spalancati. 

Perchè? seguitò l’altra abbassando la 
voce. Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe 
e un mago di prima qualità, cosi almeno dicono 
tutti... e lui stesso mi ha detto che è per opera 
di una sua magia che voi non avete ligli. 

Liberattosdotniiie ! esclamò Saveria ri- 
dendo e facendosi il segno della croce. Come 
tutte le donnicciuole del villaggio essa era super- 
stiziosa e credeva alle magie, anzi una volta 


(i) Per Io più, nel l.ogudoro meridionale, invece di dire: come 
siate? si dice: come siete? 


aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma 
bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe 
Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel 
punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra prosegui, 
offesa deH'incredulità di Saveria, e tanto disse 
che lini per convincerla. 

Dopo un’ora di chiacchere accanto al foco- 
lare, sulle cui bracie Saveria aveva posto a 
bollire il calle, ell’era cosi convinta della magia 
di Peppe che chiese pensosa alla comare: 

— h... ditemi, non la potrebbe disfare questa 
opera infernale? 

— Questo poi no, mi ha detto, questo no! 
Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!.. 

All’imbrunire Antonio comparve in fondo 
alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la 
bisaccia gonlia di formaggio fresco e di ricotta. 
Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergo- 
lato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise 
punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si 
contentò di scuotere la testa. E quando tutto 
tu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, 
Antonio si sedette a piedi in croce accanto al 
focolare e si fece ripetere la strana novità. 

Ma che diavolo avete con Peppe ? Perchè 
si vendica cosi orribilmente? domandò alla line 
Saveria con grande serietà. 

-- Nulla!., rispose Antonio. A meno che 
non sia perchè mi rido sempre delle sue magie! 

— t male! non hai visto come ha disperso 


— 49 ~ 


le .cavallette che rovinavano la vigna di Don 
Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu ?.. 

— li vero... è vero... ma ! Vedremo ! Domani 
gli parlerò. 

— Ah, se sciogliesse la magia!., esclamò 
Saveria. 

Quella notte i due sposi sognarono nuova- 
mente un bel bambino bruno; ma l’indomani, 
per quante preghiere Antonio gli facesse, il 
mago del villaggio ricusò assolutamente di di- 
sfare l'Incantesimo. 

Era un tipo alquanto misterioso quel mago: 
viveva come tutti gli altri uomini del mondo, 
però non lavorava mai. 

È vero che oltre le magie pubbliche di cui 
menava vanto, come l'uccidere le cavallette e 
il sanare le pecore malate con semplici parole 
misteriose, per cui non accettava compenso alcuno 
egli riceveva molte visite notturne; però nessuno 
ci badava e generalmente si credeva che i geni 
che egli aveva al suo comando gli dessero il 
denaro e le provviste che abbondavano nella 
sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava 
diversamente perché, viste mal riuscite tutte le 
sue preghiere e anche le sue minacele, si recò 
una notte da Peppe e gli promise un bel luigi 
d'oro purché sciogliesse tinalmente la fatale 
magia. 

Sulle prime Peppe fece il sordo, si mostrò 
anzi scandalizzato, come un artista a cui si 


DklCUDA* K acconti Sardi. 


4 


$o — 


proponga un affare che spoetizzi i suoi ideali; 
ma poi, visto realmente lo splendore del luigi, 
chissà donde il pastore lo aveva tratto ! cede a 
poco a poco e gridò: 

— Ebbene, si! Lo faccio però per amicizia 
e pietà di Saveria; ma tu non lo meriti, tu che 
mi hai sempre deriso!.. 

Antonio protestò; Peppe allora l’avvertì di 
trovarsi l'indomani notte in un sito deserto della 
montagna, col fucile scarico, una tovaglia bianca 
e due ceri. Antonio lasciò la moneta al mago 
e promise tutto; però, allorché trovossi nella 
strada oscura, minacciò col pugno la cassi ro- 
vinata da cui ersi uscito c sogghignò: Ve- 
dremo! 

L’indomsini notte fu il primo ad arrivare 
sii convegno: era un sito orrido e dirupato reso 
fantastico dal chiarore croceo dellsi lunsi sii tra- 
monto. Nella notte serena non spirava un alito 
di brezzsi, e i rovi lioriti, le lisine nere e il mu- 
sco olezzavano nel silenzio misterioso delle roc- 
cie illuminate dalla lunsi. 

Il pastore depose il lucile che, secondo l;i 
raccomandazione di Peppe, non aveva caricato, 
la tovaglia, e i ceri su un masso e attese... 
Peppe non tardò. Le sue prime parole furono: 
È giusta l’ora! Mezzanotte. Stese lsi tovaglisi su 
una larga pietra nudsi e isolata dalle altre, fissò 
i ceri in terni e fece stendere bocconi, per un 
secondo, il pastore. 


Quando si rialzò Antonio vide i ceri accesi 
c il fucile posto sulla tovaglia. — Cominciamo! 
disse Peppe. — 

E infatti cominciò a fare mille pantomime 
che Antonio seguiva con occhio torvo e con un 
sorriso di sdegno sulle labbra. Più che mai si 
sentiva in vena di deridere il mago; ma qual 
non fu il suo spavento quando Peppe rivoltosi 
alla pietra coperta dalla tovaglia, la interrogò 
in un linguaggio strano che probabilmente do- 
veva passare per latino, e la pietra rispose, con 
voce flebile, lugubre, uscente di sotterra, nel 
medesimo linguaggio?... In pari tempo i ceri si 
spensero da sé senza che tirasse vento o che 
Peppe si chinasse su di essi. Si rivolse invece 
verso il pastore che tremava verga a verga e 
gli disse: La pietra mi risponde che... il fucile 
risponderà se la magia è si o no sciolta!... 

— Come? — chiese Antonio richiamato in 
st* dalla voce del mago. 

— Era scarico il tuo fucile?.. 

— Si perdio! esclamò il pastore. 

— Ebbene, piglialo e spara in aria: se fa 
fuoco è segno che l’incantesimo è sciolto! 

Antonio, oramai preparato ad assistere a 
tutte le meraviglie del mondo ma non a quest'ul- 
tima, si accostò alla pietra parlante, prese il 
fucile e sparò... Peppe cadde al suolo, senza 
emettere un solo gemito, col cuore trapassato 
da una palla. 


— 51 — 

Invece di sparare in aria, Antonio lo aveva 
preso di mira 

Dopo il suo involontario delitto, perchè, 
nonostante tutto, credeva che il fucile non fa- 
cesse fuoco, il pastore pensò di darsela a gambe 
ma poi rillettè che nessuno sapeva nulla di tutta 
questa faccenda, e... ripiegò la tovaglia, riprese 
i ceri e il fucile e ritornò al villaggio cammi- 
nando sulle rupi in modo da non lasciare alcuna 
traccia dietro di sé, e passò tranquillamente il 
resto della notte con la sua adorata Saveria. 

... Sempre incredulo in fatto di magie, il 
forte pastore dai grandi occhi ardenti non seppe 
mai spiegarsi come la pietra avesse parlato, 
come i ceri eransi spenti e come il fucile aveva 
fatto fuoco; però nove mesi dopo ebbe la gioia 
di pigliare fra le sue braccia robuste un bel 
marmocchio di cui Saveria lo rese padre. Allora 
si penti amaramente di non aver sparato in aria; 
ma non potendo far rivivere- il mago, si con- 
tentò di fargli dire una messa di suffragio nella 
vecchia chiesetta della montagna. 

039 ') 






Ancora irjaóie 









io Salvatore, il nostro vecchio 
fattore, cominciò; 

— Figlioli miei, io non 
sono stato sempre agricoltore: 
ero nato per diventare qual- 
cosa di grande, prete almeno, 
ma i casi e l'estrema povertà 
della mia buona mamma, non lo permisero. Tut- 
tavia durante la mia fanciullezza feci il scro- 
stano nella nostra chiesetta di San Giuliano, e 
solo allorché, smessa ogni vocazione religiosa, 
pensai di ammogliarmi, mi scossi via il profumo 
d’incenso e di cera che esalava dalle mie vesti, 
e, vestitemi le ghette mi posi a lavorare la terra. 
Sentite dunque: era l’ultimo anno della mia... >v- 
jfrestan/a e ne contavo già ventidue 








Sì 


• ' 1 


5 














Una sera di novembre, all’imbrunire, me ne 
stavo seduto al di fuori della nostra casetta, sul 
carro di un vicino, e guardavo in fondo alla via. 
Siccome faceva freddo nessuno si degnava te- 
nermi compagnia, e anch’io, certo se non fossi 
stato spinto da un forte motivo, non sarei rima- 
sto là. Vedevo i monti, già coperti di neve, 
tutti velati di nebbia, sentivo giù dal cielo fosco 
stillare un'umidità gelata che trapassava il mio 
cappotto, e il vento freddo m'imporporava il 
naso, eppure non mi muovevo. Il campanile nero 
di San Giuliano, facendo di tanto in tanto capo- 
lino fra la nebbia e le tinte fosche dell’imbru- 
nire, mi avvertiva esser l’ora di recarmi a sonar 
I ave, eppure io restavo là duro, stecchito, imme- 
more del mio dovere. Ciò che più mi tentava 
era l'allegro schiopettare del fuoco, dentro, nella 
nostra cucinetta calda ove mamma preparava 
un buon minestrone di fagiuoli con cavoli, un 
vero lusso sapete, aizzando ogni tanto con la 
sua voce tremula l'asinelio che funzionava an- 
cora, monotono e lento, intorno alla macina in 
un angolo della cucina. Guardavo ogni tanto il 
tetto basso e umido che fumava e il peronsie 
del buon fuoco accresceva il mio freddo, pure non 
mi muovevo, come fossi incantato. — Ah, sì, ero 
proprio incantato. Un’ora prima, aU’uscita della 
novena, Graziarosa, mi aveva detto con mistero: 

Compare Batò, devo parlarvi: attende- 
temi fra un'ora davanti a casa vostra. — Gra- 


ziarosa parlarmi, darmi un convegno! Era una 
cosa che io non sognavo neppure: perchè dovete 
sapere che, innamorato pazzo di lei, lei non mi 
aveva mai voluto ascoltare, anzi mi derideva 
chiamandomi: compare campanile! Come soffrivo 
Dio Santo! Graziarosa si credeva un gran che 
perchè serviva in casa del Sindaco, il più ricco 
signore del paese, e accompagnava la padron- 
cina donna Daniela, a passeggio; era una bella 
ragazza, Graziarosa, con gli occhi verdi, e io 
ne andavo pazzo: ma lei non mi dava uno 
sguardo, anzi pretendeva di maritarsi con nn 
signore! figuratevi però che signore! uno che 
avesse pantaloni, ecco, talché io, esasperato, 
quando lo seppi, le cantai persino sotto la sua 
finestra, una canzone infame: 

Ttracat chi signorili boi chcriti... 

Essa minacciò di farmi bastonare da suo 
fratello: io stavo per farle comporre una poesia 
scandalosa da un poeta che scriveva così can- 
zoni per l'uno e per l’altro mediante la ricom- 
pensa di sette pcssas (1), allorché mi diede il 
convegno, con buona grazia e chiamandomi in- 
solitamente col mio vero nome. 

Ecco perchè, io che, ben potete figurarvi, 
l’amavo sempre, me ne stavo quella sera al fresco, 
tranguggiandomi la nebbia e col naso rosso... 


(l) Ogni friso corrisponde a 50 centesimi. 


5» - 


Come Dio volle Grazia rosa arrivò: ritornava 
dalla fonte, le mani avvolte nel grembiale e il 
viso livido dal freddo. Appena la vidi mi alzai 
di scatto e le andai incontro palpitando e mor- 
morando : 

— Che diavolo! vi attendo da due ore, sa- 
pete. Ed ho da suonar l ’ avel 

Un sorriso beffardo le increspò le labbra: 
depose l’anfora su un muricciuolo e mi rispose, 
guardandosi attorno: Altro che ave, compare 
mio! Si tratta di scudi. Volete guadagnarcene 
venti?.. 

La fissili bene, e pensili: A che vuol conclu- 
dere? Anch’io mi guardai attorno, ricordandomi 
la sua minaccia, e dubitando che il fratello fosse 
là dietro il muro, ma non vidi nessuno. Solo a 
venti passi la mia casetta nera, fra la nebbia 
invadente e il crosciare minimo della nostra 
macina mossa dall'asinelio, Grazia rosa si accorse 
della mia stavo per dire paura. 

- Su, — disse, facendosi seria, non state 
a fare il matto. Non ho tempo da perdere. Di- 
temi se volete guadagnarvi venti scudi... 

— Assicuratomi che parlava sul serio e 
visto che potevo fare il galante senza correre 
alcun pericolo cominciai a far gli occhi languidi 
imbambolati, e risposi: Comare Graziarò, se dite 
davvero, e se si tratta di farvi un piacere, par- 
late pure subito... Già, lo sapete, io sono pronto 
a gettarmi nel fuoco per voi: purché mi vo- 


gliate un po’ di bene, io, senz’ultra ricompensa, 
vado all’inferno... 

Ufh!.. — esclamò la ragazza (issandomi. 
Siete un fanfarone! E non che andare all’inferno, 
ma scommetto che non mi farete punto il pia- 
cere che vi chiedo, che è poi per altri... Vi sono 
cento lire per me e cento per voi, senza contare 
l’amore che d'ora innanzi vi porterò... 

Queste ultime parole mi entusiasmarono 
tanto che, non sapendo come meglio ringra- 
ziare Graziarosa, cercai farle qualche carezza, 
sembrandomi gi;\ di aver qualche dritto su di 
lei. Ma essa diede indietro dicendo: Abbasso le 
mani, compà, o vi piglio a schiaffi... ohe! 

Brutto prologo del suo promesso amore! 
Siccome la notte avanzava e il vento strideva 
più forte fra la nebbia, Graziarosa proseguì : 

— Stanotte di certo la padrona mi manda 
via... E donna eh, da perdonarmi! Dunque fac- 
ciamo presto. Prima però di dirvi di che si tratta 
bisogna mi giuriate che non svelerete mai nulla, 
acconsentiate o no, nè che mai pronunzierete 
il nome mio se narrate questo fatto! — Io, ap- 
punto perchè sapevo che avrei fatto il contrario, 
conoscendo bene il mio carattere, proferii i più 
orribili giuramenti. Allora Graziarosa, a voce 
sommessa, mi fe noto ciò che voleva: era qual- 
cosa di orrendo per me. Si trattava nientedi- 
meno che di darle, mediante la sopradetta ri- 
compensa di venti scudi c il suo futuro amore, 
un po’ di olio santo!.. 






— 6o — 

Diventai pallido nel pensare che mi crede- 
vano capace di tanto: tremai tutto allorché sentii 
che l'olio santo doveva servire per una magia; 
ma per quante preghiere facessi, ('inizia rosa non 
volle dirmi che sorta di magia fosse e per chi 
servisse. Naturalmente negai, con orrore e ter- 
rore, compiere questo sacrilegio , per quanto 
mi tentasse sempre la strana promessa dell'a- 
more di Grazia rosa e un pochino anche i cento 
franchi. Oh, avere cento franchi e saldare con 
essi l'unico debito che aveva la mamma sin dal 
tempo in cui era morto il babbo! Cento fran- 
chi ! Erano per me un sogno, grande quanto 
quelli che mi dava la disperata passione per 
Oraziarosa, ma averli a quel prezzo! Prima mi 
fossero piombati cento fulmini ! Avrei ucciso 
meglio un uomo! E lo dissi francamente alla 
ragazza. 

Vedete, avevo ragione io! E dicevate 
di andare all’inferno!... 

— Oh, chiedetemi tutto ciò che volete, di- 
temi di fare qualunque altro delitto e lo farò 
per voi, ma questo no, questo no, no, no... 

Dopo lunga contesa Graziarosa se ne andò 
via pestando i piedi ed io rimasi come un sonnam- 
bulo, là, a occhi aperti senza veder nulla, con 
tanto di naso rosso fra la nebbia, chiedendomi 
se tutto non era una visione. 

Quella sera a San Giuliano non si suonò 
punto lave, ed io non presi alcun gusto al mi- 


-Mi- 
nestrone di fagiuoli preparato dalla mamma, la 
quale mi disse : 

- Sei malato! — E volle farmi Itero del 
latte caldo per farmi sudare! 

— Circa un mese dopo, causa un gran 
temporale, rovinò il tetto a una casa vicina alla 
chiesa: la sventura volle che quella casa fosse 
appunto quella del nostro creditore che, povero 
come noi, ci scongiurò a pagarlo alla line, dopo 
tanti e tanti anni. 

Non avevamo neppure dieci franchi disponi- 
bili, sicché pregammo tanto il nostro creditore 
ad avere pazienza, ma come poteva pazientare 
quel povero diavolo con la casa scoperta? E in 
inverno? In breve: citò la mamma. Fu quella una 
brutta giornata per noi che non sapevamo neanche 
di che colore fosse l’usciere, che non avevamo 
mai posto piede, neppure come testimoni, in un 
tribunale. Ci sembrò una infamia, un’onta, tanto 
più che sapevamo di non poter assolutamente 
pagare. 

San Giuliano mio! Cercai ogni pertugio, pre- 
gai tutti, ma ahimè, se ora il denaro è morto 
allora era moribondo, e... non trovai un’anima 
che mi prestasse cento franchi. — Bisognava 
dunque rassegnarci a lasciar fare spese e met- 
terci all’asta le masserizie? 

Fra tanta disperazione una notte mi ricordai 
i cento franchi di Graziarosa, e, ve lo confesso, 
ero cosi desolato e disperato che per un momento 


ebbi il sacrilego pensiero di dare l’olio santo, Ri- 
pensai a che poteva servire, e ricordandomi che 
avevo sentito dire esservi certi signori che non 
credendo più in Dio e nei stinti, per fare uno 
sfregio alla nostra Santissima Religione, usano 
battezzare asini, cani e simili animali, parodiando 
in orribile modo il Battesimo e adoprando il vero 
olio e acqua stinta, mi sentii rizzare i capelli e 
mi chiesi come mai. per un solo minuto avevo 
deliberato di dar mano a questa perdizione. 

Ma il pensiero del nostro malanno incalzava 
sempre più tenace e il demonio mi assaliva da 
ogni parte: oramai l’idea dei cento franchi di 
Graziarosa — non ricordavo punto la promessa 
del suo amore... — e delle nostre povere mas- 
serizie poste all’asta in pubblica piazza, onta e 
ludibrio estremo, mi si confondevano cosi nella 
mente, che mi posi fervorosamente a pregare per 
scacciare la tentazione! San Giuliano, San Giu- 
liano mio, ajutatemi voi o sono perduto. Ma 
invano, invano ! Queliti notte il mio patrono do- 
veva essere sordo o non udiva le mie preghiere 
causa il forte soffiare del vento... 

Fatto sta che il demonio mi vinceva e nulla 
valeva a scacciarlo. All’alba ero ancora sveglio, 
lottando sempre contro quell’orrendo pensiero: 
alla line mi rivolsi a Santa Barbara, ch’era la 
santa della miti povera mamma, e la pregili tanto 
tanto di salvarmi, se non per i miei meriti per 
misericordia di quella buona vecchia di mia ma- 


dre, che mi esaudì. Ne son certo, è stata lei, 
Santa Barbara, a salvarmi, a inspirarmi, ad aju- 
tarmi. 


* 

* * 

Zio Salvatore qui ci fece un lungo sermone 
che vi risparmio per quanto interessantissimo, 
poi prosegui, noi sempre attenti e curiosi: 

— Fatto appena giorno mi recai in casa del 
Sindaco e chiesto di Graziarosa le dissi: — Co- 
mare Graziarò, per quell'affare ho bene pensato, 
sapete... 

— Come? — disse lei spalancando gli occhi 
e attirandomi in un angolo remoto del cortile. — 
Acconsentite? Ma parlate piano. 

— Sì ! — risposi, io pure stralunando gli 
occhi. E siccome volevo guadagnar molto, giac- 
ché mi ci ero messo; - Ma sentite, lo faccio 
per voi, perchè non posso più resistere... Se sa- 
peste come vi amo! Se voi seguitate a fare cosi 
la crudele io me ne muoio, me ne muoio a di- 
rittura... 

— Piano, compà... — mormorò la serva 
guardando con timore le lìnestre ancora chiuse 
dei padroni. — Se vi odono mi mandano vite A 
questo poi ci penseremo dopo... Ditemi dunque?.. 

— Stasera passate in casa, tornando dalla 
fonte!... — 

Sul tardi Graziarosa infatti passò ed io le 


consegnai una piccola ampollina di olio. Vidi i 
suoi grandi occhi verdi scintillare allegramente 
e per poco non mi baciò. Nascosta ben bene 
l’ampollina mi consegnò un biglietto da cento 
lire che io, dopo molte Unte cerimonie accettai. 
Quella sera cominciammo a parlare d’amore, e 
quella sera dal campanile nero di San Giuliano 
risuonò la più allegra ave maria che si possa 
immaginare, tanto allegra che non pareva ave 
maria. 

Dopo qualche anno Graziarosa diventò mia 
moglie: solo allora volle confidarmi il segreto 
dell’olio santo. 

Donna D;miela, la sua padroncina, che benché 
ricca era un tantino brutta e antipatica, innamo- 
rata da morirne di un suo cugino, bel giovine 
e laureato, viste riuscite inutili tutte le altre 
seduzioni, era ricorsa ad una famosa maga di 
un villiiggio vicino. 

— Si procuri un pò d’olio santo, — rispose 
la m;iga, — e ne unga la fronte del giovine 
mentre dorme, una notte di luna piena, a mez- 
zanotte precisa... — Graziarosa, intima confidente 
di donna Daniela, aveva subito pensato a me che, 
come sagrestano, potevo procurarle l’olio santo. 
Avuto questo* donna Daniela, sempre a furia di 
denaro e di mistero, crasi una notte di plenilu- 
nio introdotta in casa del cugino e gli aveva unto 
la bellissima fronte mentre egli dormiva e la 
» mezzanotte suonava. La maga aveva detto che 


dopo questa operazione il cugino doveva anch’egli 
innamorarsi pazzamente di Daniela... 

— E invece?... — chiesi io a Graziarosa. 

— 11 cugino?... 

— Invece, — mi rispose lei con melanconia, 

— non solo se ne innamorò, ma poco di poi 
parti per Cagliari e sposò un'altra ragazza. 

— Figuriamoci! — esclamai dando in una 
gran risati». — Sfido io! Quello che ti consegnai 
era semplice olio che di santità non conosceva 
neppure il nome!... (1) 

(i«9*) 


(I) Questo racconto è storico, come è storico il precedente del 
quale, a suo tempo, si occuparono persino i giornali dell'Isola. 


Dki.eoda, Jhuteatì SarM, 


5 













Ron^anzo inimo 




v, in alto, sullo sfondo azzur- 
rino delle montagne calcaree, 
sotto il cielo fresco di una dol- 
cezza profonda da cielo di pae- 
saggio fiammingo che mi ri- 
corda i quadri più noti di 
Van-Haanen, la nostra casa 
verde dominava il villaggio: 
col suo tetto aguzzo su l'elegante cornicione 
bianco, le finestre gotiche al secondo piano e 
il verone che la circondava tutta al primo, esile, 
alta, la tinta verde smaltata dal sole, pareva 
una casetta cinese di porcellana, cosi fresca e 
allegra che ancora, nonostante il triste caso che 
vi racconterò e che mi costrìnse ad allontanar- 
mene per sempre, il suo ricordo mette una nota 
gaia nelle memorie della mia fanciullezza. 



— 70 — 


Son passati vent’anni. Allora tutta la nostra 
famiglia, la nobile famiglia dei Maxu, la più 
ricca del villaggio, era composta da me, ele- 
gante studente di giurisprudenza, da mio padre 
più elegante ancora di me benché contasse qua- 
rantanni suonati, aristocratico cavaliere di mon- 
tagna che viveva cacciando aquile e cinghiali 
nei nostri immensi boschi d’elei e di roveri, e 
da una cugina orfana di cui egli era tutore, ed 
io naturalmente innamorato. 

Però non l’avevo sempre amata: mi ricordo 
anzi che fin da bambino provavo una sorda an- 
tipatia per essa, forse perchè ogni volta che 
venivamo a lite, lei grande e forte eravamo 
quasi della stessa età — mi picchiava cordial- 
mente come l'ultima delle monelle, minaccian- 
domi sempre di vendicarsi meglio fra qualche 
anno. 

\ enuta poi in casti nostra, dopo morta sua 
madre, io avevo trascorso persino notti insonni 
roso d.d crepacuore di vedermi sempre accanto 
queliti piccola furia così viziata e maleducata: 
di vederla signora e padrona della mia casti, 
accarezzata dii mio padre di cui io, io solo, do- 
vevo esser l’idolo... Dal canto suo poi Gabriella 
o Geliti, come Iti chiamavano, mi professava po- 
chissimo amore. Accortasi però della mia cat- 
tiva accoglienza cambiò completamente di carat- 
tere e, cessato il suo dolore per Iti madre, non 
riprese la vita antica, ma si chiuse a mio ri- 




— 7 * — 

guardo, in una fredda riservatezza che fini col 
farmela addirittura odiare. N'on mi parlava quasi 
mai; mi passava davanti senza guardarmi, e an- 
dando su e giù per la casa, imponendosi su tutto 
e su tutti con una dolcezza silenziosa e nuovissima 
in lei, pareva non accorgersi neppure di me. Fre- 
mevodi rabbia: avrei dato dieci anni di vita perchè 
Cella mi avesse procurato il menomo motivo di 
accusarla a mio padre, e cercavo tutti i mezzi 
per accendere almeno una delle nostre antiche 
liti, ma sempre invano. Lei non badava a me, 
e tutt'al più rispondeva con un sorriso di disprezzo 
alle mie insolenti provocazioni, alle mie acri 
allusioni sulla sua condizione d’intrusa nella mia 
casa... Si è che io ero ancora un bimbo coi miei 
sedici anni e lei una fanciulla precoce che forse 
sognava giù Dio sa che costi coi suoi quattordici. 
L’avremmo forse finita male, se, sopravvenuto 
il Novembre, io non fossi partito per i miei 
studi. 

Nove mesi di lontananza temprarono la mia 
antipatia, tantoché ritornai con tutte le possibili 
buone intenzioni di pacificazione; ma Cella non 
aveva punto cambiato di opinione, e, non solo mi 
accolse freddamente, ma abituata col tempo alla 
nuova casa, mi sembrò mi considerasse come 
ospite più che padrone!... E cosi uno, due, molti 
anni. Stancatomi di accarezzarla e di persegui- 
tarla finii anch’io con l'imitarla. Nessuna confi- 
denza, nessun affetto, nessuna di quelle lini at- 


— 72 — 


tenzioni o di quei dispetti effimeri abituali in 
persone che vivono sotto lo stesso tetto corre- 
vano fra me e Cella; e mentre nel villaggio si 
diceva che appena laureato avrei sposato mia 
cugina, neppure un barlume vago d'amore, nep- 
pure il minimo pensiero ci univa, noi che ci 
sedevamo ogni secondo, noi ch’eravamo diven- 
tati due bellissimi giovani; io bruno, elegante, 
rumoroso così che al mio arrivo mettevo tutto 
il villaggio in fermento; lei sottile, eterea, bionda, 
con gli occhi impenetrabili, dell'azzurro pallido 
ma ardente delle montagne calcaree che domi- 
navano la nostra casa, la carnagione rossa vel- 
luttata, sulle guancie formanti due affascinanti 
fossette ogni volta che lei si degnava sorridere, 
sul collo, sulle orecchie piccine piccine e per- 
sino sulle mani. Vestiva sempre di bianco, in 
casa e per fuori: non un nastro, un gioiello, un 
solo (ilo di colore, mai e poi mai. Ed io, che 
odiavo il bianco, la chiamavo ironicamente Cas- 
sandra Fedele, ma lei, al solito, non badava 
punto ai miei scherzi. 


* 

* * 

Una notte, assai tardi, nel chiudere la fine- 
stra della mia camera, vidi Cella nel verone del 
primo piano. Ritta, immobile, con le mani intrec- 
ciate sulla balaustrata, vestiva, come sempre di 


— 74 — 


bianco, un abito lungo, morbido, che la rendeva 
più alta e sottile: le maniche, larghissime dal 
gomito in giù, le cadevano all'ebrea lungo i 
banchi eleganti, lasciando nuda parte delle sue 
braccia esili, ma ben fatte, e i capelli crespi, 
indomabili, le scendevano sulle spalle, metà a 
treccia ed il resto disciolti. 

Il raggio della luna al declino, battendole 
sul viso, la rendeva così bianca, diafana e fan- 
tastica che io, benché tanto mal disposto verso 
di lei, non potei non solo far a meno di confes- 
sarmi ch'era bella, ma rimasi estatico sul davan- 
zale a contemplarla, come un’apparizione sovra- 
naturale... Ma che faceva li a quell'ora? Non mi 
ricordavo d’averla veduta mai cosi tardi al ve- 
rone, e sapendola pochissimo entusiasta per gli 
incanti della notte, pensai che aspettasse qual- 
cuno, rammentandomi repente che Cella era in 
un'età in cui una fanciulla bella è impossibile 
non abbia un innamorato. 

Si ! Cella aspettava! Istintivamente sentii 
rinascere entro di me tutti i vecchi rancori contro 
mia cugina, o almeno qualcosa che qualificai 
per ciò. Ero poco profondo psicologo per accor- 
germi che invece ero geloso, forse anche prima 
di essere innamorato, e senza ben percepire la 
causa della mia subitanea indignazione, sembran- 
domi che Cella disonorasse la nostra casa con 
la sua legerezza di ragazza che parla di notte 
con un uomo, senti il cervello oft'uscarmisi dolo- 


rosamente, mentre, nello stesso tempo, provavo 
una strana gioia pensando che potevo finalmente 
umiliarla. Umiliarla, oh, umiliarla!... Vedere linai- 
mente chinare quegli occhi alteri e misteriosi, 
quella fronte fredda e ironica innanzi a me! Che 
vittoria!... E ritornato bambino senza per nulla 
ponderare la mia azione odiosa e leggera, lasciai 
la finestra, scesi e compirvi vicino a Cella, con 
la cera di un marito che coglie la moglie in 
fragrante, dicendole a voce bassissima, ma im- 
periosa: Che fai li a quest’ora?,.. 

Strappata bruscamente alle sue profonde fan- 
tasticherie, vidi Cella impallidire orribilmente e 
guardarmi spaventata, tremando da capo a piedi: 
tutte dimostrazioni aggravanti che accrebbero i 
miei sospetti. Ma in un lampo si rimise, ritornò 
rossa ed i suoi occhi scintillarono cupamente. 

Ciò che mi pare e piace! rispose con voce 
aspra, dandomi le spalle e appoggiandosi alla 
balaustrata. Era la prima volta che, dopo che 
era in casa nostra, la vedevo commuoversi in 
tal guise I J er un effetto misterioso, la sua voce 
mi fece ritornare in me c arrossire della mia 
poeti galanteria. Ma troppo altero per chiederle 
scusa, — ricordandomi intensamente il suo biz- 
zttrro procedere verso di me, — mi accontentai 
di mentire vilmente, come una donnicciuola, per 
giustificarmi: 

— linda, Gella, m’hanno detto, che amo- 
reggi con Anni, il medico condotto, e che vi 


parlate ogni notte... Se avesse buone intenzioni 
ti avrebbe già domandata a papà, e invece... 
Cella, non offenderti, te lo dico per il tuo bene... 
Vedendoti cosi tardi al verone ho pensalo che 
lo aspettassi e son sceso... Ma credo che ciò sia 
bugia... Cella... io non ci credo... ma se fosse... 

Non potei proseguire: quella bugia, quell'in- 
famc bugia, mi serrava la gola, m’inaridiva le 
labbra. Cella rimase immobile e non rispose. 

Volevo continuare la mia poco lodevole com- 
media; volevo chiederle perdono e non potevo 
nulla : alla fine me ne andai senza quasi avve- 
dermene, e ritornai alla mia finestra chieden- 
domi se non sognavo. 

N idi Cella sempre là, china sul parapetto, 
col volto fra le mani... 

Piangeva! L’n pianto silenzioso e disperato 
interrotto di tratto in tratto da singulti spasmo- 
dici che mi agitavano la persona come scosse 
elettriche... Non saprei mai descrivere ciò che 
provavo nel veder Cella piangere per mia colpa: 
maledicevo il mio sospetto, e morsicandomi le 
labbra a sangue restavo là, inchiodato sul da- 
vanzale, col cuore che mi scoppiava in seno. 

La luna cadeva sempre, nell'estremo oriz- 
zonte aperto, tinto di un lieve splendore roseo, 
sfumante su, su, in toni di un viola azzurrastro, 
argenteo, cinereo, e spirava la brezza deH’alta 
notte che portava lino a me il profumo dei mirti 
delle agavi biancheggianti nella pianura immensa 


— 76 — 

che si stendeva sotto il villaggio silenzioso, e i 
profumi acri delle montagne di calce irrorate 
dall’umidità della notte autunnale. — Un usi- 
gnuolo cantava fra i roseti gialli del nostro giar- 
dino: la sua musica line e triste destava in me, 
magnetizzato dall'aspetto pallido del paesaggio, 
inebbriato dagli umidi profumi del vento, e i 
nervi posti in sussulto dal pianto di (iella, la 
sensazione mista d’angoscia c voluttà provata 
una volta, nella città dove studiavo, nel sentire 
una suonata pensosa e melanconica di Mozart, 
eseguita al piano da una signorina tisica e mo- 
ribonda... 

Rimasi cosi a lungo: e dopo molto tempo 
mi ritrovai vicino a mia cugina, con le mani 
contratte sul ferro gelido del parapetto... 

La luna tramontata, sul paesaggio regnava 
ora un vago barlume bianco, sidereo, e il vento 
soffiava cosi freddo che mi costringeva a bat- 
tere i denti. Golia non piangeva più e non tre- 
mava punto come me. Non ostante l’oscurità la 
vedevo sempre, bianca in tutta la persona, per- 
sino nei capelli biondi c negli occhi pallidi, fuor- 
ché sul viso e sulle mani rosee, e pensavo che 
quel volto, quelle labbra di corallo e quelle mani 
dovevano scottare... 

— Gel la — cominciai non posso andar 
a dormire senza averti chiesto perdono... E lei; 
rizzatasi, restò muta. — (iella, - proseguii, — 
perdonami se ho osato dubitare cosi di te. Oh, 


77 — 


le cattive lingue, i vili!.. Ma tu sei cosi buona 
che mi perdonerai non è vero? Rispondi... Cella... 
su, Cella... rispondi!.. 

- Domani vado via da questa casa ! rispose 
essa alla line con la voce ancora piangente. I lo 
compiuto il ventun anno!.. 

— Che costi hai tu detto, Cella? Ma sei 
pazza?... — diss’io spaventato, e siccome lei non 
proseguiva, me le avvicinai per guardarla bene 
in volto. Essa non si mosse, ed io sentii il pro- 
fumo delle sue vesti salirmi al cervello. Smar- 
rivo le idee. In un'ora m’ero tanto innamorato 
di mia cugina da perderne la ragione: parrà 
impossibile, eppure è così. — L’ambiente, l'ora, 
il pentimento d’averla offesa e calunniata, il suo 
pianto, persino il canto magico dell’usignuolo, 
hi veste fantastica e bianca da dama del cinque- 
cento che mi ricordava vagamente Gabriella 
d’Estròes, la famosa amica di Enrico IV, i ca- 
pelli semi sciolti, i profumi che ne circondavano, 
tutto contribuiva a infiammarmi il sangue, costrin- 
gendomi a operare e parlare quasi che nelle 
mie vene corresse un filtro d’amore, potente, 
repentino e indomabile. — E dissi subito tutto 
questo a Cella, con frasi di fuoco, rotte, balzanti, 
ardite, che ora non ricordo più, che vorrebbero 
dieci pagine per essere trascritte. 

Quando tacqui, stanco e ansioso, Cella mi 
confessò che anch’essa mi amava!... Allora, en- 
tusiasmato, pazzo, fuori di me, la strinsi quasi 


brutalmente fra le mie braccia e, lei riluttante, 
la baciai sulla bella bocca di corallo, che trovai 
fredda come la neve, che restò fredda non ostante 
i miei lunghi baci di fuoco!... 

Quel mese di ottobre fu il mese più strano 
della mia vita. Di giorno io e (Iella prosegui- 
vamo le parti antiche, freddi e indifferenti, ma 
di notte i convegni più ardenti e romanzeschi 
ei riunivano o nel verone o nel roseto del giar- 
dino, nell’oscurità azzurrognola delle notti inter- 
binari o fra i silenzi gcmmei dei magnifici ple- 
niluni. Solo nelle notti piovose ci riunivamo nel 
piccolo salotto nero, caldo, a cui la luce tenue 
della lampada dava un vago ambiente di san- 
tuario. Nel divano antico di lampasso a fiorami 
lividi. Cella col suo costume bianco pareva una 
santa mediovale, una madonna latina dal volto 
a riflessi d’oro, ed io, spesso prostrato sul tap- 
petto, adorandola, rappresentavo benissimo la 
parte di devoto. Diventavo sempre più innamo- 
rato: di giorno in. giorno il mio amore prendeva 
proporzioni immense: un amore che mi avrebbe 
ucciso se non corrisposto. Di giorno spasimavo 
perchè costretto a nasconderlo. Cella mi aveva 
detto: — Non voglio che nessuno, neppure tuo 
padre, sappia che ci amiamo, finché tu non sia 
in grado di sposarmi, cioè laureato. Se tu dici 
una sola parola, se dai un solo sospetto, tutto 
è finito fra me e te! Di notte soffrivo: pur strin- 
gendomela al seno, pur baciandola e sentendomi 


dire da lei: — Sarò tua, tua per sempre, e a- 
merò sempre te, te solamente! soffrivo qualcosa 
d'immane; un'angoscia incomprensibile che con- 
fusa alla intensa voluttà di trovarmi con Cella 
e di sentirmi amato da lei, produceva una specie 
di pazzia nel mio cervello sconvolto. Tutto mi 
turbinava attorno e confondevo il passato col 
presente, i sogni con la realtà. 

Se in quel tempo avessi scritto il mio gior- 
nale, avrei formato il più interessante dei romanzi 
psicologici, perchè son convinto che nessun uomo 
sia stato più stranamente e completamente inna- 
morato di me. 

Quando giunse il Novembre e mi decisi a 
partire mi sembrò che mi destassi da un lungo 
sogno: l'ultima notte che passai con Cella sulle 
mie ginocchia, ricordo d’aver pianto come un 
bambino, e non scorderò mai il brivido provato 
nel sentirmi dire da lei : E se al ritorno mi tro- 
verai... morta?... 

Mi guardò tremare con un freddo sguardo 
e la senti mormorare cupamente : Altre volte 
non ti dividevi cosi da me ! — Ma non posi 
mente al suo sguardo e alle sue parole: vi ri- 
pensai solo più tardi. 

. . . l'arti. Nei primi mesi parevo inebetito: 
non studiavo, non mangiavo nè dormivo, e scri- 
vevo a Cella lunghe lettere che... non le man- 
davo perchè cosi voleva lei, per non dare dei 
sospetti: ma a poco a poco mi abituai alla lon- 


8o — 


tananza e col tempo il mio amore entrò in 
un’altra fase : amavo sempre, più che mai, ma 
non soffrivo più: speravo. Mi diedi a studiare 
con ardore e passai splendidamente eli esimi. 

Un anno ancora c Cella sarebbe mia! Che 
sogni, che progetti, che ardenti speranze, che 
gioia al pensiero del ritorno! L’ultima lettera 
del babbo mi mise però di cattivo umore e rat- 
tristò orribilmente il mio viaggio : mi pregava 
di affrettare il ritorno e mi prometteva la più 
viva delle sorprese al mio arrivo... 

I più brutti presentimenti mi si affacciarono 
al pensiero, tutti concludenti che Cella si fosse 
fidanzata ad altri... torse anche sposata, circon- 
dandosi di mistero per atterrarmi più sicura- 
mente! Provavo le vertigini a quell’idea, e medi- 
tavo persino la vendetta da eseguire se Gella 
mi avesse davvero così tradito... Ma con chi c 
per chi?... Nessuno dei pochi signori del villaggio 
era giovine, ricco, bello e aristocratico come me, 
nessuno poteva amarla come l'amavo io, nessuno 
poteva offrirle uno stato da signora come quello 
che godeva in casa mia! Perchè dunque tra- 
dirmi, dopo tanti giuramenti e lagrime, dopo i 
nostri baci e le nostre promesse? Ma invano 
cercavo rassicurarmi. Mentre la vettura mi tra- 
sportava al villaggio, attraverso le campagne 
deserte, per le chine coperte di robinie lussu- 
reggianti e di rimavi che impregnavano l’aria 
fresca dell'alba con olezzi d'incenso, sotto i bo- 


schi di roveri intricati ad eriche selvaggie, mi 
tornava acuta al pensiero la memoria della lunga 
antipatia corsa fra me e Cella, i dispetti che 
le avevo continuamente fatto, le sue minaccie 
di bambina cattiva di vendicarsi più tardi, il 
suo disprezzo, la sua gelida inimicizia. Mi risov- 
venivano le sue labbra fredde sotto i miei baci 
di fuoco, i suoi occhi impenetrabili sotto il mio 
sguardo delirante... e quel patto orribile di ta- 
cere il nostro amore... Ero perduto, perduto, 
perduto! Cella non mi aveva amato un solo 
istante, ma tinto di amarmi per rendermi pazzo 
per vendicarsi col tradirmi ad un dato momento! 
Sicuro di ciò mi torcevo le mani e smaniavo 
come un ossesso, ma quando potei scorgere, die- 
tro le alture brune dell’orizzonte, il profilo dei 
miei monti, tutti color di rosa alle prime carezze 
del sole e sul fondo d'oro del cielo, risi delle 
mie paure, mi chiamai pazzo e prosegui il vi;ig- 
gio sorridendo, tutto inebbriato dagli splendori 
della magnifica mattina, certissimo che Cella 
mi aspettava ansiosamente, senza più pensstre 
alla sorpresa promessa. 

. . . Trovai mio padre e Cella che mi aspet- 
tavano al pian terreno, nella stanza da pranzo, 
e fui subito colpito da tre cose: l'arredamento 
vecchio della stanza era scomparso e sostituito 
da un nuqvo, ricco e splendido: papà pareva 
ringiovanito, elegante, vestito di nero, gli occhi 
scintillanti di gioia: (la barba bionda, corta, di- 


Dki.KDDA, Kaceomti Sardi 


6 


visa sul mento uh dava un’aria bellissima che 
lo trasformava tutto;) tifila vestiva di colore!... 

Se ne stava in fondo alla stanza, le spalle 
appoggiate alla finestra chiusa, e benché il suo 
viso restasse oscuro sul fondo luminoso dei vetri 
la cui luce le circondava i capelli con una sfol- 
gorante aureola, mi parve pallida, ma ^li occhi 
scintillanti di un sorriso misterioso. — Tutte 
queste osservazioni le feci in un lampo e solo 
dopo le potei ben delineare. In quel momento 
ero cosi esaltato che corsi prima a Cella che a 
mio padre, in atto di abbracciarla. Ma lei mi 
stese freddamente la mano. — Mio padre intanto, 
contento senza dubbio del mio insolito slancio 
d’affetto per Cella, si arricciava i ba fletti biondi, 
e mi diceva con un sorriso: 

— Abbracciala pure. ìi mia moglie!... 

(1892) 







Lia clanga biacca 



__ 








ictxo ad uno dei più pittoreschi 
villaggi del Nuorese, noi ab- 
biamo un podere coltivato da 
una famiglia dello stesso vil- 
laggio. 

Il capo di questa famiglia, 
già vecchio, ma ancora forte 
e vigoroso, — strano tipo di 
sardo con una soave e bianca testa di santo, degna 
del Perugino, — viene ogni tanto a Nuoro per 
recarci i (itti ed i prodotti del podere, e ogni 
volta ci racconta bizzarre storie che sembrano 
leggende, — invece accadute in realtà tra i 
monti, i greppi, e le pianure misteriose ove egli 
ha trascorso la sua vita errabonda, e a molte 
delle quali egli ha preso parte.. Egli si chiama 
zio Salvatore. 









— 86 — 

Ecco dunque l'ultima storia che egli ci ha 
raccontato, che molti non crederanno, e che pure 
è realmente avvenuta in questa terra delle leg- 
gende, delle storie cruente e sovranatumli, delle 
avventure inverosimili. 

Era una notte di maggio del 1873. In una 
capanna perduta nelle cussorgtas solitarie del 
villaggio di zio Salvatore, due giovani pastori 
dormivano accanto al fuoco semi-spento. Fuori» 
vicino alla capanna, le vacche dormivano nel- 
l’ovile di pietre e di siepe, e la luna d’aprile, 
tramontando sull'occidente di un bel roseo flavo, 
illuminava la campagna sterminata, nera, chiusa 
da montagne nude, a picco. — A un certo punto 
uno dei pastori si svegliò, e rizzandosi a sedere 
guardò se albeggiava. Visto che la notte era 
ancora alta ravvivò il fuoco, e, a gambe in croce 
restò un momento muto, immobile, tormentato 
da un pensiero; poi svegliò il compagno. 

Erano entrambi bruni, simpatici e forti, ma 
il primo svegliato, che si chiamava Bellia, cioè 
Giommaria, era più alto e ben fatto, con una testa 
signorile che colpiva, e faceva chiedere se a chi 
apparteneva non era tìglio di qualche ricco Don. 

— Antonio? — chiamò, scuotendo il com- 
pagno per svegliarlo. 

— Che c’è? Cosa accade?... — rispose An- 
tonio, balzando a sedere inquieto e con gli oc- 
chi spalancati. -- Che cosa c’è?.. 

- Nulla. Ti ho svegliato per dirti uria cossi. 


- »7 - 

Senti, fc la terza notte che sogno il medesimo 
sogno. Io non credo ai sogni, ma perdio, quando 
si sogna per tre notti di seguito sempre la stessa 
così», c’è da pensare. 

Mi hai svegliato per ciò ? — chiese l'altro 
con un sorriso scettico e di compassione. Hai 
forse tu sognato che ti portavano alla forca.-' 

— _ esclamò Billia senza scomporsi. — 

Senti. Mi appare sempre in sogno una signor;» 
vestita all’antica, cosi credo io perchè le signore 
ora son vestite diversamente, con un mantello 
di velluto bianco che la copre da capo a piedi. 
Ha il volto bianco come il suo manto, e gli 
occhi neri, enormi, con sopracciglia arcuate, folte 
e congiunte, e i capelli, pure neri, attortigliati 

intorno alle o»'eechie... 

— Bò! come le Olianesi ! — esclamò Antonio 
con ironia, che si interessava poco a quel sogno 
e aveva molta voglia di riaddormentarsi. 

— È sempre la stessa... tre notti di seguito, 
comprendi? 

Cosa diavolo ti fa? Sognare delle dame, 

perdio ! 

— Aspetta. Mi guarda a lungo, con quegli 
occhi severi bellissimi che mi fanno paura e 
meraviglia, e mi dice: Bellia, cammina, cam- 
mina! Va nei campi di San Matteo, presso il 
bosco, vicino al torrente. Troverai una pietra di 
granito, a dieci passi dal torrente, presso il pi i- 
mo albero del bosco, il più grosso che c’è. Leva 


la pietra: troverai un'altra pietra lissa al suolo. 
Leva anche questa e vedrai una croce di ferro 
posta attraverso ad un buco; Billia, cammina 
cammina, arriva oggi stesso: altrimenti i tuoi 
passi saranno perduti e il demonio s’impossesserà 
della tua fortuna. 

— Accidenti, che bel sogno! — gridò An- 
tonio. Ma, nonostante la sua scettica ironia, egli 
senti un brivido serpeggiargli per le reni. Nella 
sua infanzia aveva udito tante storie di tesori 
nascosti, custoditi dal diavolo che se ne impo- 
sessava, se dopo un certo tempo non venivano 
ritrovati, e nella sua prima giovinezza gli era 
accaduto un lutto strano di quel genere: una 
notte, fuggendo attraverso un bosco, inseguito 
dai carabinieri, perchè allora egli latitava, im- 
putato di un omicidio di cui più tardi era stato 
assolto, aveva veduto, al chiaro della luna, un 
mucchio di splendide stoffe, broccati, panni lini 
e sete, e due vasi pieni d'oro, e aveva chiara- 
mente sentito una voce, uscente dal prezioso 
mucchio, dirgli: Fermati, tutto è tuo, fermati! 
Ma, poco distante, egli udiva il passo dei cara- 
binieri e gli era impossibile fermarsi : quindi 
prosegui la sua corsa. Scampato il pericolo, l’in- 
domani tornò a quel sito, ma invece di stoffe 
trovò grandi pietre di granito nero in forma di 
pozze, e due tronchi bruciati che conservavano 
la figura di vasi. 

Ad onta di tutto ciò egli, che credeva solo 


— «9 — 

alla realtà delle cose, derise il proponimento di 
Bellia di recarsi, appena fatto giorno, al piano 
di Sain Matteo per cercare la pietra indicata 
dalla bianca dama del sogno. Ma l’altro, che non 
prestava anch'esso molta fede ai sogni, ma che 
ad ogni modo voleva assicurarsi, restò nella sua 
decisione per tutto il resto della notte e sa- 
rcbbe senza alcun dubbio partito, se all'albeg- 
giare, entrato nell’ovile, non avesse trovato una 
delle sue migliori vacche, ammalata: era una 
bella vacca grigia, alta e intelligente, a cui 
Bellia voleva bene piu che al resto delle sue 
vacche, e che chiamava col dolce nome di 
Bella mia. 

L’improvviso malore di Bella mia gli fece 
scordare lo strano sogno e il progetto di recarsi 
al sito indicatogli dalla dama. x\ndò invece al 
villaggio e condusse con sé* un vecchio pastore 
che conosceva e curava ogni più grave malattia 
del bestiame. Ma neppure zio Lallanu potè cono- 
scere che razza di male fosse quello di Bella 
mia. Era un mistero: si sarebbe detto che la 
vacca era avvelenata o che avesse qualche spi- 
rito maligno in corpo. Neppure il veterinario, 
neppure il medico condotto seppero diine nulla. 
Tuttavia dopo qualche giorno Bella mia guarì 
improvvisamente, misteriosamente, come si era 
ammalata, e riprese a vagare tranquilla con le 
compagne, attraverso i campi freschi, tra i lieni 
odorosi di margheritine, con grande contentezza 


— 90 — 

ili Billia che, naturalmente, non pensava più di 
andare lassù, nei piani rocciosi di San Matteo. 

Qualche tempo dopo, perù, Bellia e Antonio, 
cambiando le vacche da un pascolo al l’altro, 
passarono per caso lassù. Era un lembo bizzarro di 
paesaggio: campi deserti e selvaggi di montagna, 
pieni di roccie e di felci, circoscritti da boschi 
di elei secolari e chiamati campi di San Matteo 
da una chiesetta pisana distrutta, là vicina. 

I due pastori ricordarono il sogno o i sogni 
di Billia, e Antonio fu il primo a proporre di 
guardare se c'era la pietra e l'albero sognato. 
Costeggiarono la riVa del torrente asciutto, e 
arrivati vicinissimi al bosco, Bellia cambiò in 
volto di colore. Egli vedeva l’albero, il più grosso 
che si scorgesse, e vedeva la pietra di granito 
precisamente eguali come nel suo sogno! 

— Perdio! perdio! - disse, bianco in viso 
e con gli occhi scintillanti. Si slanciò sulla pietra 
ma da solo non potò smuoverla, Antonio lo 
aiutò e, dopo molti sforzi, riuscirono a scostarla : 
sotto Bellia vide l’altra pietra, più piccola fissa 
al suolo, come la dama bianca del sogno a- 
veva detto! 

Allora anche Antonio si turbò, e senza dir 
nulla, continuò ad aiutare il compagno che, li- 
vido, con le labbra frementi, smuoveva la terra 
con le mani, intorno alla pietra. Riuscirono a 
trar via anche questa, e si guardarono in viso, 
muti, stupiti, spaventati: là sotto c’era la croce 


— 9 ' 


di ferro del sogno, posta attraverso di un buco. 
Bellia gridò: 

— Lo vedi? lo vedi?.. — Con uno sforzo 
supremo sradicò la croce dal suolo e introdusse 
il braccio tremante nel buco, e ne trasse un gran 
vaso di ferro arruginito. Non è possibile descri- 
vere la commozione dei due pastori, e special- 
mente quella di Bellia. Senza dubbio il vaso era 
pieno di oro e di perle, Dio santissimo... Dio 
santissimo!... 

Con la leppa, specie di grossissimo pugnale 
a una lama, che i pastori nel Logudoro tengono 
quasi sempre infilata nella cintura, Bellia fece 
saltare il coperchio del vaso, e allora ricordò 
le ultime parole della dama: Arriva oggi stesso 
altrimenti il demonio s’impossesserà della tua 
fortuna. 11 vaso era pieno di carbone e di ce- 
nere, sino in fondo!... Inutile ripetere i commenti 
la meraviglia, il terrore dei due giovani pastori. 

Restarono convinti che là esisteva un tesoro 
e che il demonio secondo la tradizione e la leg- 
genda sarda, se lo era appropriato giacché al 
giorno preciso indicato da chi laveta nasi osto, 
(la dama bianca, di certo) Bellia non lo aveva 
levato di là. Ricordarono allora lo strano malore 
di Urliti min. Sì certamente era stato lo spirito 
dell’inferno a far ammalare la vacca prediletta 
di Billia per impedirgli di recarsi a San Matteo. 

I due giovinotti dalla fantasia calda e im- 
maginosa come tutti i forti sardi della montagna, 


— 9 J — 


credettero fermamente a ciò, e ripresero melan- 
conici la loro via, dietro le vacche viaggianti, 
rimpiangendo il tesoro perduto, terrorizzati dal 
soprannaturale; e non dissero mai a nessuno 
questa arcana avventura, linchè un fatto acca- 
duto più tardi, non li convinse più fermamente 
nella loro credenza. 


Passarono cinque anni. Bellia, ammogliato 
e giù padre di una graziosa bambina, viveva 
tranquillamente, modestamente, sempre facendo 
il pastore, quando un bel giorno di maggio del 
1878 fu avvisato dal pievano che si recasse in 
casa sua. Bellia, che aveva poca relazione col 
vecchio pievano andò subito a trovarlo, pieno 
di curiosità su ciò che poteva dirgli. 

Il pievano, di cui è inutile precisare il nome, 
morto dieci anni fa, l’attendeva nella sua pic- 
cola camera da letto, pulita e piena di luce; lo 
fece sedere vicino al suo seggiolone verde, poi 
andò egli stesso a chiudere la porta della stan- 
zetta precedente, perchè, ad ogni caso... le sue 
piccole nipoti erano così curiose... Maria .special- 
mente. Basta. Prese tutte le precauzioni possi- 
bili, il pievano andò a sedersi nel suo seggiolone- 
si accomodò gli occhiali e spiegò sul tavolo una 
carta gialla, vecchissima. 


— 9 > 


Hellia provava un vago sentimento di timore, 
davanti a tutti i solenni preparativi del vecchio 
pievano, e sussultò quando esso, tutto ad un 
tratto, gli disse con serietà: 

_ Questo foglio ti riguarda! 

Il pastore cercò una risposta adeguata, ma 
non trovandola credette bene di star zitto. 

— lo ho novantanni, — prosegui il pievano, 
che pareva, sì, molto vecchio, ma che non di- 
mostrava quell'età, levandosi gli occhiali e fis- 
sando Hellia coi suoi occhi chiari, che sembra- 
vano più buoni e lattei, sotto le sopracciglia 
bianche, io ho novantanni, tiglio mio, e da circa 
settanta servo il Signore nel nostro \ illaggio. 
Non avevo ancora ventanni quando celebrai la 
prima messa. 

Iddio lo faccia atrivare a cento! esclamò 

Bellia. 

— ... lo stesso anno morì, vecchio esso 
pure, l’antico rettore della nostra chiesti, e pochi 
giorni prima di render l'anima al nostro Santis- 
simo Creatore, mi disse: dopo la mia morte vi 
faranno senza dubbio pievano, quindi io devo 
affidarvi una grave missione. Sedete, che prima 
devo raccontarvi una storia. lo mi assisi al 
suo capezzale e, rimasti soli, il mio vecchio e 
venerato rettore mi narrò questo fatto: 

« Trentacinque o trentasei anni fa, cioè 
verso il 1773 ci erti qui. in questo villaggio, 
un giovinotto della famiglia M. la quale vive 


— 91 — 


tuttora. Era un giovine ricco, bello, notaio lau- 
reato, sposatosi poco prima a una damigella della 
città di Sassari, dove egli aveva studiato. La 
moglie si chiamava donna Maria Croce M "; figlia 
di un gentiluomo genovese e di una dama sarda, 
molto ricchi, stabiliti a Sassari, dove essi era 
nata. Poteva avere un venticinque anni, ed era 
molto bella, ma di una bellezza piuttosto severa 
con grandi occhi neri e soppraciglia arcuate, e 
i capelli attortigliati intorno alle orecchie, alla 
fiamminga come diceva essa. Inoltre andava sem- 
pre riccamente vestita e usava portare un manto 
di velluto bianco. 

« Forse a causa del suo strano vestire, che 
la rassomigliava a una fata, e perchè sapevasi 
che suo padre si dilettava di fisica e di astro- 
logia e che essa pigliava parte ai suoi esperi- 
menti, appena arrivò qui si sparse subito la voce 
che malignamente diceva: donna Maria Croce 
se la intende con gli spiriti; donna Maria Croce 
ha stregato don Gavino, il marito, e lo ha co- 
stretto per forza di una magia a sposarla, e si- 
mili cose dell’altro mondo. 

* Fatto sta che don Gavino, prima di ammo- 
gliarsi con essa, faceva l'amore con un’altra ra- 
gazza del villaggio, di buona famiglia, sì, e 
anche bellina, ma povera come Gesù Cristo, 
chiamata Rosanna. Anzi, per non perder tempo, 
essendoci solenne promessa di matrimonio, Ro- 
sanna e don Gavino si erano regalati una bella 


— 95 — 

bambina. Fatto per cui la ragazza fu scacciata 
da casa sua, benché Gavino giurasse e sper- 
giunissc di sposarla appena tiniti gli studi. 

« Invece l’ultimo anno che passò a Sassari 
conobbe donna Maria Croce: c vederla, innamo- 
rarsene, chiederla in isposa, sposarla e portarla 
quaggiù, fu tutt'uno. 

« Rosanna ne fece una grave malattia, ma 
non disse una sola parola di lamento. Ma erano 
passati appena sei mesi che don Gavino si era 
sposato, allorché una notte rientrando a casa 
sua un uomo lo afferrò e nel buio della via lo 
uccise a stoccate. Toccò allora a donna Maria 
Croce ad ammalarsi: e appena guarita, data di 
anima e corpo a cercare chi fosse l'assassino del 
marito, riuscì a scoprirlo in un giovanotto inna- 
morato perdutamente di Rosanna, che gli aveva 
promesso la mano di sposa purché uccidesse don 
Gavino. Donna Maria Croce lo accusò: fu arre- 
stato, ma mancando le prove materiali del de- 
litto, non ostante il denaro e la potenza della 
bella vedova, fu rilasciato libero. 

« Tuttavia la dama era sicura del latto suo, 
e giacché la giustizia umana non la vendicava, 
decise di far vendetta da sé. 

« Un anno era passato dalla morte di don 
Gavino, e in questo frattempo moriva anche il 
padre di donna Maria Croce, lasciandola erede 
di un grosso patrimonio. Essa partì a Sassari, 
vendette tutto, poi ritornò qui. Il giorno di Fa- 



— 9 6 ~ 

squu Rosanna sposò. La chiesa era affollata, e 
tra la moltitudine spiccava donna Maria Croce, 
vestita di nero, col manto bianco, e uno stilletto 
d’argento nella cintura, inginocchiata dietro la 
balaustrata dell'altare. 

• Quando diedi la benedizione agli sposi, la 
vidi alzarsi ritta, bianchissima in viso e gli occhi 
liammeggianti. Rosanna e lo sposo erano appena 
scesi dai gradini dell'altare, allorché essa si 
slanciò su loro, e col suo stilletto pugnalò il 
giovine dicendo: Vi rendo il vostro!.. 

« Figuratevi il parapiglia, la confusione, le 
grida del popolo, e la scena che segui. Rosanna 
svenne, poi si ammalò dallo spavento e mori 
dopo qualche mese, tra i più atroci rimorsi, 
giacché per causa sua erano morti due uomini. 
Donna Maria Croce fu arrestata, e benché a quei 
tempi la giustizia si facesse come si sia, non 
valse né l’oro, né le pratiche dei parenti, per 
diminuire la sua pena. 

« Fu condannata ad essere impiccata, — e 
cosi fu. 

« Prima di morire mi fece avvisare e si con- 
fessi'). Poi mi disse di aver nascosto tutto l’oro 
tratto, dalla vendita del suo patrimonio, nel 
bosco di San Matteo, presso la chiesetta, in un 
vaso di ferro a pié di un albero. F mi confidò 
di voler lasciare questo tesoro alla terza gene- 
razione di Rosannedda, la liglia di Rosanna e di 
don Cavino, alìinché ciò servisse di qualche alle- 


— 97 - 


viamento ai suoi peccati, dinanzi alla miseri- 
cordia di Dio. 

« — Questo è il mio testamento, mi disse 
porgendomi una carta, conservatela e alla 
vostra morte consegnatela al vostro successore, 
perchè faccia altrettanto. Così dunque lino alla 
terza generazione di Rosannedda. Allora colui 
che avrà questa carta la consegni, pochi giorni 
prima della data indicatavi, al pronipote della 
fanciulla, ed egli vedrà il da farsi. Lo avverta 
però di recarsi il giorno preciso, perchè se tar- 
derà un’ora sola tutto sarà invano... 

« Pregai la dama di spiegarmi questa frase, 
ma essa non volle dirmi nulla a proposito, ep- 
pcrò quel giorno, Dio mi perdoni, credetti anch’io 
che essa avesse qualche relazione col mondo 
soprannaturale, perchè quando le chiesi: E se 
Rosannedda muore senza erede? mi rispose : 

« No! si mariterà ed avrà una liglia che 
anch’essa piglierà marito dal quale avrà nume- 
rosa famiglia. Il tiglio maggiore, in ultimo, avrà 
un figliuolo nei cui nomi ci sarà uno dei nomi 
miei. Questo è il destinato... 

« — E se, — domandai, — qualche altro 
cerca impossessarsi del tesoro?... 

« - Invano! Solo colui che voglio io lo tro- 
verà, purché anch'esso arrivi in tempo. 

« Donna Maria Croce non mi disse altro; mi 
consegnò la carta e da quel momento sino al- 
l’ora della morte non fece che pregare. Morì 


DkI.eoiiA, AWiw/i .Sm/i 


7 


- 9 » - 

coraggiosamente, da buona cristiana, ed io la 
piansi come una figliuola. 

« Come essa aveva predetto Rosannedda, 
dopo molti anni, si maritò ed ebbe una figlia che 
vive tutt’ora, ed ò una bella ragazza anch'essa 
che voi senza dubbio conoscete. 

« Io conservai il testamento di donna Maria 
Croce, religiosamente, e mai mi venne il pen- 
siero di accertarmi sulla verità di ciò che essa 
mi aveva confidato. Ora lo consegno a voi, se- 
condo l’ordine suo, e voi farete altrettanto se, Dio 
noi voglia, non arriverete a conoscere l'erede. » 
— Ciò detto, — continuò il vecchio pievano — 
il mio venerato precessore mi consegnò la carta 
che tu vedi qui, o Bellia. 

Poco dopo esso mori, ed io, a mia volta, 
custodi per ben settanta anni questo prezioso 
segreto che nessuno conosce. 

Sempre secondo la predizione di Donna Maria 
Croce, anche io vidi la bella figlia di Rosannedda 
maritarsi e procreare una numerosa famiglia. Il 
maggior figlio giunto il suo turno, si ammogliò, 
e suo figlio sei tu, Bellia, o Giovanni Maria, che 
infatti hai uno dei nomi di Donna Maria Croce. 
Ecco giunto il tempo. Io ti consegno il testa- 
mento e tu, senza l'aiuto di nessuno, puoi benis- 
simo metterlo in esecuzione!... — 

— lo credo che sia troppo tardi! — esclamò 
Bellia, che durante il racconto aveva riflesso 
tutti i colori dell'arcobaleno, morsicandosi più di 


— 99 


una volta le labbra per non dare in esclama- 
zioni e per non mancare di rispetto al pievano, 
interrompendolo; — anzi è troppo tardi davvero!.. 

— Come lo sai tu? — chiese il vecchio stu- 
pefatto. 

Bellia raccontò la sua avventura di cinque 
anni prima. 

Al pievano sembrò di sognare; aggrottò le 
placide sopracciglia bianche, inforcò nuovamente 
gli occhiali e lesse per la centesima volta il te- 
stamento, poi esclamò: 

— Gesummio, Gesummio, cosa vuol dir ciò? 
Ecco che io ho seguito tutte le norme datemi; 
e qui c'entra senza dubbio il demonio. Senti il 
testamento: non è a dire che sia scritto in 
latino, nò ispagnuolo e neppure in Italiano. È 
scritto proprie» in sardo, in logudorese. Leggilo 
tu stesso... 

Bellia prese tremando la carta. Era un foglio 
di carta giallognola, grossissima, fregiata a ghi- 
rigori dorati. In un angolo c’era il sigillo del 
padre di Donna Maria Croce, con una corona 
da cavaliere e un D. un E. e un M. intrecciate 
a una piccola spada, una specie di stocco: il 
tutto in oro vecchio, un po' sbiadito dal tempo. 

11 bizzarro testamento era davvero scritto in 
logudorese, con una calligrafia antica, grossa, 
incerta, tuttavia leggibile, e Bellia lo lesse a 
voce alta, sillabando, con l'accento che gli tre. 
molava un poco: 


Diceva cosi: 

Dco, sutta iscritta, donna Maria Rughe 
M-, viuda de don Gavinu M -, declaro de la- 
sciare in testamenti! ;i su nepode de sa (iza de 
Rosannedda R—, tiza de Rosanna R— e de su 
biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta 
s’alveru pius mannu de su buscu de Santu Mat- 
teu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae 
su riu; e chi andet il lu reguglire sa die 20 de 
maiu de s’annu 1878, poite si no non bi aghat- 
tat nudda, e chi preghct prò s’anima mea, e 
faghat narrer missas de suffragiu. 

Donna Maria Rughi-: M— 
viuda de Don Gavinu M" » (l y \ 

Sarebbe troppo lungo riferire lutti i com 
menti e le ciarle che Bellia e il pievano fecero, 
l’er accertarsi meglio Bellia, il venti maggio, tor- 
nò a San Matteo e rifrugò sotto a tutti gli al- 
beri, ma non trovò nulla. 


(I) lo, sottoscritta, donna Marta Croce M— , vedova di don Gavino 
M"\ dichiaro di lasciare in testamento al nipote della figlia di Ro- 
sannedda R-— , figlia di Rosanna !<•*- c del defunto mio marito, il 
tesoro nascosto sotto l'albero più grande, del bosco di San Matteo, 
il primo che si trova a dieci passi dal ruscello, e che vada a rac- 
coglierlo il giorno venti maggio dell'anno 1878, perchè altrimenti non 
troverà nulla; e che preghi per l'anima mia. c mi faccia celebrare 
messe di suffragio. 

Donna Mania Cmx.k M— vedova di Don Gavino M— 


— JOI 


Per spiegare il mistero diabolico, il pievano 
mandò il testamento a tutti i suoi amici lette- 
rati, sacerdoti e laici, ma nessuno seppe dirne 
nulla. 

Finalmente la bizzarra carta capitò a un 
giovinetto del villaggio, nipote di zio Salvatore, 
che studiava nel seminario di Nuoro, e che, 
oltre le altre doti, era un eccellente calligrafo. 
Fd egli spiegò l'enigma. L’ultimo otto del 1878 
del testamento, non era già un otto, ma un tre. 
Le lineette del davanti erano fatte in modo da 
rassomigliarlo ad un otto, e cosi il vecchio pie- 
vano si era sbagliato di cinque anni nel dar 
l’avviso a Bcllia! (1) 


(I) Questo fatto si racconta, con qualche variante, anche nella 
Gallura, c pare abbia fondamento non del tutto leggendario. 


- 


In Sartn 

(j\ r i!ir oviip) 









io Nanneddu Fenu aveva l’ovi- 
le dalla parte di Trestutraghes, 
cioè quasi due ore distante da 
? Nuoro, in una bella tanca dove 
l'erba durava fresca sino al me- 
se di giugno. Ogni due o tre 
giorni la moglie o la figlia, la 
simpatica Manzèla, (1) si re- 
cavano a piedi, da Nuoro al- 
l'ovile di zio Nanneddu, per godersi una gior- 
nata di sole e portare delle vivande al vecchio 
pastore. 

Bustianeddu, il piccino della famiglia Fenu, 
un cosino alto tre dita, nero-bronzeo nel volto 


grazioso e maligno, con gli occhi tanto grandi 
da toccargli le orecchie, e che tutti, compresa 


(i) Mariangela. 


io6 — 


Mia madre chiamavano Tilipirche , (1) era per il 
solito, il compagno di viaggio delle due donne. 
Senonchè egli andava a cavallo. Questo cavallo, 
che era poi una cavallina poco più alta di Bu- 
stianeddu, sterile, vecchia, dal lungo pelo grigio 
e gli occhi pieni di una profonda melanconia, 
formava una parte, cioè un personaggio impor- 
tantissimo, in casa Fenu. Si chiamava Tclapor- 
(<i (2) e forse dal suo derivava il nomignolo di 
Bustianeddu. 

Fatto sta che Telaporca e Tilipirche passa- 
vano quasi tutta la vita insieme. Ogni sera, al- 
l’imbrunire, e ogni mattina all’albeggiare, si ve- 
deva il piccolo pastore trottare allegramente su 
la pensierosa cavallina, attraverso lo stradale e 
le tanche deserte che conducono da Nuoro a 
Fresuuraf'lies, o nei sentieri erti e rocciosi di 
Mar reri, dove zio Nanneddu calava con le greg- 
gie nella stagione cruda. 

Dacché era cresciuto Tilipirche, zio Nanned- 
du non si muoveva più dall’ovile: era il piccino 
che andava e veniva, che recava i viveri da 
Nuoro all’ovile, e il latte, la ricotta e i formaggi 
dall ovile a Nuoro. La cavallina era naturalmente 
il mezzo di trasporto: aveva una piccola sella 
di cuoio nero e di legno, antichissima, e la bi- 
saccia tanto grigia e consunta da confonderla 


(I) Cavalli-Ma, maschile, 
(a) Cavalletta, femminile. 


— io7 — 

col suo pelo. Tilipirche cavalcava meravigliosa- 
mente e andava su per i sentieri assiepati di ro- 
vi e di lentischi, a occhi chiusi. Quando la bi- 
saccia non era troppo pesante il piccino caricava 
in groppa o sul davanti di l eiaporca un buon 
fascio di legna, rami di ginepro o cottiduna, cioè 
radici legnose di lentischio, — e se non poteva 
più, portava a casa cinque o sei scope di gine 
stra e di rimavo, che lasciavano il profumo dietro i 
passi lenti e cadenzati della bizzarra cavalcatura. 

Ogni due o tre giorni, dunque, o almeno una 
volta alla settimana, zia Ventura o la bella Mali- 
zila si recavano all’ovile per visitare zio Nan- 
neddu, — che invecchiando diventava un vero 
cinghiale, — e godersi il sole in pianura. 

Si portavano il cucito, o dei panni da lavare 
nel ruscello, che attraversando la tanca stagna\ a 
in parecchi punti, formando così dei piccoli laghi 
verdi circondati di giunco e di nepitella ireschis- 
sima, — c ultimamente, anzi, zia Ventura s'era 
impossessata di un pezzetto di terra sempre umi- 
da, e ci aveva ficcato una enorme quantità di 
patate, poi una siepe alta di pomidoro e fagioli, 
che coltivava con immensa cura e passione. 

Qualche volta le due donne si fermavano ben 
anco a dormire nell’ ovile: dacché aveva escogita- 
to la professione di ortolana, zia \ entura pareva 
ammaliata, e se scorrevano più giorni senza che 
avesse visitato quel benedetto luogo pareva ne 
morisse. Manzèla si stizziva, la sgridava, dicen- 


dolc t he ora non faceva più (accende in casa, 
con questa passione, ma zia Ventura la lascia- 
va cantare, e ritornava lo stesso lassù, nella sua 
coltivazione prosperosa. La ragazza un giorno 
le minacciò di sradicarle tutto; allora zia Ventura 
si raccomandò a Pedru ’Chessa, - un altro pa- 
store che pascolava, in comune a zio Nanneddu, 
la grande tanca, e che nella notte si ritirava alla 
stessa capanna, — si raccomandò pregandolo di 
tener d occhio Manzèla allorché si recava lassù. 

Perche non lo dite a vostro marito? 

chiese Pedru Chessa. 

Kh già! Lui fa tutto ciò che vogliono i 
■ aguzzi, se tede Manzèla a sradicare il mio orto 
si metterà a ridere. 

— Bèl Darò io attenzione. Se la vedo... cosi 
devo fare? 

— Dalle magari una iscavatuuia, (I) che non 
ti veda Nanneddu. 


* 

* * 

Una mattina di maggio Bustianeddu e .Man- 
zèla trottavano allegramente verso l’ovile. Trot- 
tavano, cioè, per modo di dire, che il solo a trot- 
tare era Bustianeddu sulla sua cavallina. 


(l) Uno schiaffo. 


I<>9 — 


Il piccino non aveva alcun istinto cavallere- 
sco, e perciò non cedeva mai il suo posto, nep- 
pure alle donne. Ma Manzèla camminata più le- 
sta di Telaporca, ed era capace di attraversare 
tutta la Sardegna a piedi. 

Via, via, per lo stradale bianchissimo, attra- 
verso le fresche pianure verdi, coperte di mar- 
gherite e di campanule agresti, sotto il sole ar- 
dente, i due ragazzi andavano chiaccherando e 
ridendo. Manzèla si era scalzata, e tuffava quasi 
con gioia i piedi nudi* tra l’erba rugiadosi», emet- 
tendo ogni tanto un’imprecazione, quando le spi- 
ne dei cardi molli, nascenti sotto il fieno, le pun- 
gevano le gambe. 

Niente di più grazioso di Manzèla allorché 
nominava i diavoli, o faceva qualche smorfia per 
dispetto. La fanciulla era una vera figlia del po- 
polino nuorese, piena di malcreanza, di grazia in- 
consapevole, e di seduzioni bizzarre. Diceva tutto 
ciò che le saltava in testa, mentiva con la massi- 
ma disinvoltura, e dava la sua persino ai santi. 

Del resto era divotìssima, si confessava spes- 
so, e nelle ore di cattivo umore desiderava ar- 
dentemente la morte. Ma gli scapolari che teneva 
al collo e la piccola medaglia che zio Nanneddu 
le aveva portato da Roma, — si, precisamente 
da Roma, quella volta che era andato per testi- 
monio nel famoso processo dei sardi, datagli da 
un prete, che egli riteneva fosse il papa — non 
lo impedivano di imprecare ad ogni minuto. 


— I IO — 


Manzèla aveva diciotto anni. Veramente ess«i 
dai sedici anni non si moveva più adducendo 
per prova i tredici di Bustianeddu, - ma in 
re, ilt<* ne contava diciotto. Era sottilissima e pic- 
cola, coi cappelli neri divisi in due bende sulla 
(ionie un po bassa, e alla sua carnagione bianca 
il sole e l’aria avevano dato quella tinta calda, 
dorata, e diremo quasi bionda, delle razze latine 
confinanti alle more. 

In casa Fenu c era la specialità degli occhi 
glandi, e .Manzèla, poi ce li aveva enormi. Due 
strani occhi leggermente chiari, senza esser bigi, 
pieni di una falsa ingenuità, e di sorrisi vaghis- 
simi. Manzèla si valeva ad ogni istante dei suoi 
occhi, — rendendoli dolci, o spauriti, od attoniti, 
a piacere, e allorché era adirata li chiudeva un 
pè, sapendo che allora erano terribili. Con tutto 
ciò essa non era maligna: si credeva di esserlo, 
ma non lo era, come non era cattiva, benché 
Bustianeddu glielo ripetesse ogni istante. Anche 
quella mattina, venuti a parole lungo la viti, il 
piccolo pastore le ripetè: sei cattiva! 

Manzèla non potè sopportarlo e picchiò con 
un gambo di ferula la groppa della cavallina che 
si mise a correre pazzamente attraverso il pic- 
colo sentiero erboso. Ma Bustianeddu si tenne 
fermo , e quando potè far calmare la bestia , 
si voltò indietro ridendo a squarciagola e apo- 
strofò la sorella chiamandola: Feruledda Feru- 
ledda ! 


La ragazza si mise a correre, decisa di lan- 
ciargli un sasso, ma in quel punto apparve un 
uomo , nel verde di una macchia , e la fermò 
gridandole: ohe, Manzèla, da queste parti? — Era 
Pietro Chessa che veniva pur esso da Nuoro, e 
che seguiva i due ragazzi da più di mezz’ora. 

— Si, da queste parti! rispose Manzèla 
con una smorlia — Eri da molto senza vedermi, 
da queste parti! 

— Eh, sì, da avantieri! 

Proseguirono insieme la via. Bustianeddu an- 
dava sempre avanti, temendo qualche tiro della 
sorella, — e cantava in dialetto. La sua vocina 
stridula, ma cadenzata, si smarriva in lontananza, 
per le macchie che chiudevano la pianura, fra 
il ronzio delle mosche nascoste nei fieni alti, im- 
mobili al sole. Pietro e Manzèla seguivano. La 
ragazza esponeva al giovine tutte le cattiverie, 
e le male azioni di Bustianeddu. Oramai non po- 
teva sopportarlo più, e il momento che le casca- 
va sotto le unghie doveva scorticarlo vivo. Ma 
Predu quasi quasi non l'ascoltava. Con gli occhi 
fissi nel vicino orizzonte, chiuso dalle alture su 
cui imperano rovinati i nuraghe* che danno il 
nome a quella cu ssor gin, — quella appunto ove 
si trovava l’ovile suo e di zio Nanneddu, — nella 
linea del cielo d’un azzurro così profondo e cupo 
da parer tristissimo, Predu pareva immerso in 
un sogno. 

Egli era pazzamente innamorato di Manzèla. 


I 12 


Dacché zia Ventura l'aveva pregato ili tener 
d'occhio la fanciulla, egli non provava un mo- 
mento di pace e ili calma. La ligurina di lei gli 
si era impressa sulla retina degli occhi, e la ve- 
deva da per tutto, nel verde sconfinato della pia- 
nura, nel ciclo implacabilmente azzurro, di giorno 
e di notte. 

Di notte, anzi, allorché le greggio vagavano 
per le macchie silenziose, riempiendo la serenità 
lattea del plenilunio con la musica monotona 
delle loro campanelle, Pedru, muto e assonnato, 
invaso da una intensa melanconia, scorgeva Man- 
zòla in ogni punto, fra i giunchi scintillanti alla 
luna, nella capanna, sui nuraghi neri e nelle 
fratte. 

Già, da appena l'aveva conosciuta, egli se 
n’era innamorato, — ma ora, ora il suo amore, 
raggiungeva la pazzia; egli scoppiava per poco. 
K fancendo i suoi calcoli Predu si era deciso a 
spiegarsi e chieder Manzòla in isposa. Costi gli 
mancava? Era un buon pastore, giovine, forte, 
bello; possedeva gregge e qualche pascolo, e po- 
teva metter su casa senza timore alcuno. La 
fanciulla era molto giovine ed inesperta, ma poco 
ciò importava. Si poteva attendere o due o tre 
«inni per isposarsi: ciò che importava erti il pro- 
curarsene l'amore. Quella mattina Predu, vistosi 
solo al fianco della ragazza, pensava e ripensava 
al modo con cui spiegarsi, ma non una parola 
poteva uscirgli dalle labbra, e il cuore gli but- 


!t} — 


teva cosi forte da spezzarglisi sotto il giubbone 
di velluto. 

A momenti mcntr’essa chiacchierava spar- 
lando di Bustianeddu, il giovine era tentato di 
interromperla gridandole in alto il suo segreto, 
— ma appena staccava le labbra, una specie di 
torpore ardente gli invadeva la testa, velandogli 
lo sguardo e costringendolo quasi a cadere per 
terra. 

Pure, alla line, dovette decidersi. In lonta- 
nanza appariva già la capanna e la tettoia di 
frasche secche dove i pastori meriggiavano, 
e Bustianeddu, gettando per l'aria l'ultimo trillo 
della sua canzone s'era slanciato al galoppo verso 
l’ovile. 

Il sole, già alto, dargeggiava la pianura, e 
Predu sentiva il sangue ondeggiargli ardente, a 
sbalzi, a meandri, a vampate, infiammandogli il 
viso e la testa. 

Manzèla invece, tirato il fazzoletto su gli 
occhi, proseguiva tranquilla, col viso dorato, com- 
posto come quello di una madonnina latina del 
Quattrocento. La luce intensa dell'aperta campa- 
gna dava un riflesso chiarissimo ai suoi grandi 
occhi, rendendoglieli quasi grigi e trasparenti, e 
Predu, guardandola intensamente , si sentiva 
morir dalla voglia di prendersela fra le braccia, 
come un piccolo agnello bianco e spaurito, e di 
coprirla di baci. 

Manze, le disse- alla line, fermandosi 


DkLKDIIA. A'inroHli Stirili. 


8 


di botto all'ombra di un'altura che nascondeva 
la capanna, e sotto cui si insinuava il piccolo 
sentiero tracciato sull'erba. — Manze", ho da dirti 
una cosa. 

Siccome per tutta la strada era rimasto si- 
lenzioso, la fanciulla lo guardò stupita e si fermò 
anch’essa all'ombra. 

Cera un fresco incantato, là sotto. Dai massi 
sovrapposti dell'altura piovevano grandi grappoli 
di rovi verdeggianti e di biancospino lìorito. Le 
rose- canine, diafane, sfumate in colore d’ambra, 
olezzavano acutamente, e il ruscelletto attraver- 
sava gorgogliando il sentiero per poi sparire tra 
le alte ferule anch’esse tiorite, di cui Manzòla te- 
neva ancora un grosso e lungo gambo fra le 
mani. 

Improvvisamente Predu si era fatto bianco 
in volto, bianco come i fiori della ferula e degli 
spini, e la fanciulla lo guardò quasi spaventata, 
credendo si sentisse male. 

— Ebbene, cosa hai? — gli domandò. 

Senti, - cominciò egli, ami tu qual- 
cheduno?... 

No... ma cosa te ne importa?... disse 
Manzòla scoppiando in un’alta risata. Senza altre 
parole ella comprendeva già a che Predu voleva 

concludere, e rideva rideva rideva perche- 

questa storia non la sospettava neppure, perché 
non aveva mai pensato ad un probabile amore- 
fra lei e il giovane pastore. Egli la lasciò ridere 


e proseguì, rinfrancandosi a poco a poco, o meglio 
riscaldandosi: 

— C’è un giovine che ti vuol bene e ti spo- 
serebbe volentieri Se tu credi di accettarlo, 

Man/èla 

— Sei tu, non è vero? — chiese essa fran- 
camente, guardandolo negli occhi e battendogli 
scherzosamente la ferula su una spalla. Pietro 
sussultò e un lampo gli rifulse negli occhi neri. 

Ah, dunque, Manzòla lo amava? Si, al- 
trimenti non si sarebbe comportata cosi. Dopi» 
tante ansie e tanti timori una felicità immensa 
veniva nell’animo di Predu, cosi inattesa e lu- 
minosa da toglierli la ragione e il sentimento di 
sè stesso. 

Ma a un tratto mandò un acuto grido che 
risuonò per tutta la pianura. Che era stato? L’na 
cosa semplicissima. 

Nell’ardore della gioia, Predu, quasi incon- 
sapevolmente, aveva cercato di abbracciare Man- 
zòla, — ma la fanciulla, che non la intendeva 
cosi, dando un passo indietro, gli aveva percosso 
ferocemente il volto con la sua ferula. 

l’n colpo, una staffilata terribile, incredibile 

anzi. 

La pelle bruna del giovine si era lacerata, 
quasi colpita da scheggio di pietra, e sanguinava. 

Ma il dolore acuto, la vera ferita era al- 
l’occhio. Predu aveva creduto di morire, c se 
fosse stato altri che Manzòla a fargli quella azio- 


ne, egli sarebbe corso alla capanna in cerca del 
suo archibugio o della sua loppa. Ma con lei 
cosa ci poteva fare? Passato il primo dolore si 
chinò, senza pronunziar verbo, sul rivoletto, e si 
lavò il viso, poi trasse di tasca un pezzo di 
fazzoletto e si asciugò il sangue che scorreva, 
macchiandogli la barba, la camicia ed il giubbone. 

Manzèla tremava, convulsa: le pareva di aver 
commesso un delitto, ed ora toccava a lei di- 
ventar bianca come i liori della ferula. Sulle pri- 
me fu per fuggire, ma poi, visto che Predu non 
si lamentava, gli si avvicinò balbettando mille 
scuse. — Fa vedere, — gli disse stendendo le 
mani, — fammi vedere. Cosa ti ho fatto, cosa ti 
ho fatto? 

E voleva esaminare la ferita, ma Predu la 
respinse, senza dir parola. Mentre Manzèla con- 
tinuava a guardarlo, torcendosi le mani per la 
disperazione, giunse correndo Bustiancddu, chie- 
dendo che cosa era successo. 

— Niente, — rispose Predu, — son caduto 
e mi son ferito qui... E riprendendo la via mostrò 
la ferita al piccino. 

Manzèla li segui. Non rideva più, non ricor- 
dava più in che mondo si fosse. Ah, insieme al 
sangue, ella aveva veduto delle lagrime scendere 
dagli occhi, dai poveri occhi di Predu Chessa! 


— ii7 — 

* 

* * 

Allora avvenne una strana coni. Da quel 

giorno Pretlu diventò burbero e selvaggio come 
zio Nanneddu. Non tornava più a Nuoro, non 
parlava, non cantava, non rideva piu. 

E neppure sognava. Nelle notti calde e stella- 
te di giugno, quando per l'aria immobile della pia- 
nura vaporeggiava il profumo delle prime stoppie 
e dei reas rossegginoti nel lieno diseocantesi, — 
egli non vedeva più Manzèla davanti a sò, e il 
tintinnio delle greggio pascolanti gli dava solo 
dei ricordi amari e il rimpianto di sogni smarriti. 

Quando la fanciulla veniva all'ovile egli non 
la guardava neppure. Oh, poteva benissimo sra- 
dicare tutta l’ortaglia di zia Ventura: egli non 
si sarebbe mosso dalla tettoia, o dalla capanna. 
Certe volte anzi, quando vedeva spuntare il faz- 
zoletto oscuro o il corsetto rosso della ragazza, 
egli se ne andava lontano, al di là dei nuraghi, 
e spariva tra le macchie, come un bandito. 

Eppure Manzèla ora era piena di gentilezze 
con lui. Lo chiamava compare Preda, e doman- 
dava di lui, ogni giorno, a Bustianeddu. Inoltre 
moltiplicava le sue visite all’ovile, e si interes- 
sava di ogni cosa. Restava entro la capanna al- 
lorché Predu preparava il formaggio, lo aiutava 
ad infuocare le pietre che servivano a coagulare 
il latte, e non lasciava scappar nessuna occasione 





per ricordargli l'avventura della ferula. Ma lui 
zitto, sempre zitto. La lasciava fare, non rispon- 
deva nulla, non le faceva alcuna osservazione, 
non le dava uno sguardo. 

Che cosa succedeva fra quei due esseri biz- 
zarri ? 

Nulla di meraviglioso, o meglio, si, una cosa 
meravigliosa, un dramma intimo e interessan- 
tissimo. 

Manzòla amava perdutamente Predu, e Pre- 
du non l'amava più. Manzèla gli faceva la corte, 
ma lui non ci badava, anzi ne provava un di- 
sgusto intinito, e un acre piacere, il piacere della 
vendetta. Ah, ella gli aveva frustato il volto... 
si, andava benissimo, era nel suo dritto di ra- 
gazza onesta, ma ora lui le avrebbe sferzato il 
cuore, glielo avrebbe fatto sanguinare come ella 
aveva fatto sanguinare il suo viso. 

Non attendeva che l'occasione propizia. 

Intanto Manzèla si consumava di passione e 
di rimorso. 

Quelle lagrime vedute scorrere sulle guancte 
del forte pastore, che probabilmente non aveva 
pianto altra volta in vita sua, le tornavano 
in mente ad ogni minuto, e la scena dolorosi» le 
si ripeteva quasi ogni notte in sogno. 

Si fece divota più che mai, e pregavi» sem- 
pre, pellegrinando alle chiese di Vaiverde e del 
Monte, per chiedere all.» dolce Signora del Cielo 
la pace per la povera animi» sua. 


Ma la pace non tornava, non tornava più. 

Il sorriso si era spento sul suo bel viso dorato, 
che nel pallore della tristezza diventava quasi 
brutto, con tinte terree e cadaveriche, e gli 
occhi le si erano fatti neri, offuscati da un velo 
di misteriose malinconie. 

Tutti si accorgevano del suo cambiamento, 

— e zia Ventura giurava che Manze la era stre- 
gata. A furia di sentirselo ripetere, la bimba ci 
credè anche lei, e dovettero assoggettarsi alla 
cura per questa speciale malattia. 

Sa itu’dichnia e s' istruì, (1) — la faceva zia 
Peppa Frunza, la medichessa del vicinato. Prima 
misurò Manzèla pe r lungo e per largo, e da que- 
sta misura resultò evidente che la fanciulla era 
stregata da tre mesi. Zia Peppa allora accese 
un fuoco, gettandovi il (ilo con cui aveva misu- 
rato Manzèla, del rosmarino, delle piume di strige 
e tanti altri ingredienti miracolosi, — e fece sal- 
tarlo per tre volte alla malata, mentre lei reci- 
tava misteriose preghiere. 

Questa cura speciale si rinnovò molte volte, 

— finché a zia Peppa parve che Manzèla fosse 
guarita. Ma giù! La ragazza era e restò inna- 
morata di Predu. Andava come una pazza, c non 
trovava calma in alcun posto, solo lassù, lassù, 
a Trestturaghcs nell’ardore del sole che dilagava 


(i) l.a medicina della strega. 


I JO 


sui tieni biondi, tra le ferule secche e i cardi e 
le stoppie che scintillavano d’oro. 

I-assù c'era Predu che non rideva nè canta- 
va mai, che si era lasciata crescere la barba, 
che era più bello che mai con i sopraccigli ag- 
grottati e le labbra chiuse. 

Persino zio N'anneddu si accorgeva della paz- 
zia di Manzèla, e benché la amasse teneramente, 
con tutta la tenerezza del suo carattere chiuso 
e selvaggio, si risentiva della sua condotta. Ma 
che fare? Privarla di andare all’ovile? No, che 
neppure lui poteva star due giorni senza vederla. 

Pensa e ripensa si decise a cambiar di pa- 
scolo, e lasciare, mediante compenso, i pascoli 
di Tresnuraghes tutti a Predu. Fece tutto alla 
chetichella , e quando ogni cosa fu combinata , 
disse a Manzèla, una sera di agosto: 

— Di’ a tua madre che domani cambio le 
greggio al monte. 

— Anche Predu? chies’ella ansiosamente. 

— No, egli resta qui tutto l’autunno 

Essa non disse nulla, ma nella disperazione 
che la colpì prese una grande decisione, e andò 
in cerca del giovine. 

Non si vedeva in nessun posto. Nella im- 
mensa calma ardente del pomeriggio la pianura 
pareva dormisse. Le pecore stavano assopite nel 
l’ombra delle macchie, e il confine del paesaggio 
sfumava in linee quasi gialle, confuse con l’oriz- 
zonte d’un azzurro grigiastro e vanescente. 


21 — 


Dopo molti giri Manzèla vide Predo in lon- 
tananza. Nella luminosità del sole pareva una 
macchietta nera e lontana, ma ben presto la 
fanciulla lo raggiunse e gli si avvicinò. Tremava 
come una foglia: il caldo, la corsa e l'emozione 
le imporporavano il viso e le labbra. Cosi con 
gli occhioni spaventati, i capelli scomposti sotto 
il fazzoletto che slegato le scivolava dalla testa, 
Manzèla diventava bella come pochi mesi prima, 
più bella ancora. tanto che Predu la guardò 
sussultando. 

— Ebbene, — le chiese, — perchè corri cosi 
come una pazza. Cosa c'è? 

lì vero che babbo se ne va e tu resti 
qui? domandò lei ansante. E lui Ireddo: 
Pare cosi ! 

— E dunque... te ne vai... senza dirmi chi 

era quel giovine che... 

Egli non la lasciò proseguire. E con uno 
scoppio d’ira, di passione e d'odio nella voce gri- 
dò: — Ero io! 

Manzèla ne fu annichilita. Ora perdeva ogni 
speranza, ora vedeva bene che Predu 1 odiava a 
morte. Ah, non ne poteva più, non ne poteva 
più! E lasciandosi cadere su una pietra, al sole 
infuocato di ;igosto, scoppiò in pianto. 

Predu a quella scena, cambiò di colore e 
provò un i sensazione che non era certo quella 
che si aspettava dalla sua vendetta. Tutto il san- 
gue gli affluì al viso; eppure, davanti allo schianto 


— ni- 


di dolore della fanciulla non trovò che una stu- 
pida domanda: Cosa diavolo hai, Manzèla? 

Ma essa non rispose. Predu si allontanò ra- 
pidamente e ben presto formò di nuovo una 
macchietta nera perdentcsi in lontananza, nel ba- 
gliore della pianura silenziosa. 

Manzòla continuò a piangere sulla sua sven- 
tura e sul suo amore disperato , ma quando 
stanca di piangere, — tornò verso la capanna, zio 
Nanneddu la prese in un cantuccio, sotto la tet- 
toia di frasche e le disse: 

— Manze, Predu Chessa ti vuole per isposa ! 


Il Padre *- 






itto sovra un ciglione erboso, 
quasi sull’orlo dello stradale, 
Jorgj Preda, soprannominato 
Tiligherta, aspettava da più di 
un quarto d’ora la sua piccola 
innamorata, Nania, la liglia 
del cantoniere. 

Facevano all’amore da una 
ventina di giorni, cioè da appena si erano cono- 
sciuti. Nania passava sullo stradale ogni giorno. 


verso le due, andando al ruscello per recar l’acqua 
alla cantoniera, e Jorgj l’attendeva sul ciglione 
facendo vista di guardare le pecore che a quel- 
l’ora meriggiavano tra le macchie, sotto il bosco 
di soveri. 


Appena Nania spuntava nel biancore desolato 


dello stradale, Jorgj scendeva giu dal suo osser- 
vatolo e si metteva all'ombra, dietro il ciglione, 
ove Nania, con in testa la lunga anfora fiorita, 
che pareva un’anfora etnisca, lo raggiungeva, 
tutta piena di amore e di paura. 

Perchè, certamente, se il babbo l'avesse sco- 
perta a far l’amore con Jorgj le avrebbe rotto le 
costole. A quell’ora zio ( lavimi Faldedda schiac- 
ciava il suo solito sonnellino o si tratteneva a 
coltivare il campicello attiguo alla cantoniera, - 
tuttavia non c’era da fidarsi. 

I due ragazzi ehiaccheravano per cinque o 
sei minuti, divorandosi con gli occhi, ma senza 
toccarsi neppure la punta delle dita; poi Nania 
proseguiva pensierosi» la sua stradii e Jorgi s in- 
ternava nel bosco, sospiriindo angosciosamente. 

Egli si sentiva, certo, altero e felice di pos- 
sedere una innamorata tutta sua , la , lontano 
dall'abitato, in completa solitudine, ma la sua 
felicità era tutt’altro che intera. 

Prima di tutto c’era quello spasimo di zio Ga- 
vinu, — che non pensava punto a maritar Nania 
con un ragazzaccio come Jorgj, — e poi... tanti 
altri poi... infine. Basta, Jorgj, in attesa della leva 
e di altri malanni, si sarebbe contentato di aver 
almeno un bacio da Nania, ma questo era il peggio* 
quello che più lo faceva sospirare. La piccina non 
aveva alcuna intenzione di baciarlo e lui non osava 
toccarle neanche l'orlo della gonnella. Q)uel giorno 
però jorgj Preda era deciso di abbracciarsela tutta 



e dirle: Ma se non si baciano gli innamorati 

ehi vuoi che si baci? 


* 

* * 

Ma giusto appunto quel giorno Nania non si 
vedeva più. 

Sempre ritto sul ciglione Jorgj cominciava 
ad inquietarsi, perchè dall'ombra proiettata in 
terra dalla lunga pertica che teneva in mano si 
accorgeva che le due erano trascorse. 

Jorgj Preda, che si chiamava comunemente 
Tiligherta, era di Ritti e poteva avere diciannove 
anni. 

Guardava, insieme ad un altro vecchio pa- 
store nuorese, le pecore di un ricco possidente 
pure nuorese, e i pascoli dove erano stazionati 
si stendevano vicini ad una delle cantoniere dello 
stradale di Bitti. 

Jorgj poteva dirsi un bel ragazzo — egli si 
credeva un uomo maturo — alto e muscoloso, 
benché sottile, coi capelli nerissimi e il protilo 
perfetto; uno di quei profili scultori, della mi- 
gliore scuola greca, come se ne vedono solo dalla 
parte di Bitti e d’Orune. Ma aveva la pelle troppo 
annerita e indurita dal sole e dal freddo, e la 
dolce linea della sua bellissima bocca, dalle lab- 
bra sottili e i denti di smalto, non leniva la durezza 
dei suoi occhi neri, annuvolati e quasi tetri. 

Allevato a Nuoro, Jorgi, parlava il nuorese- 


con una lontana reminiscenza della stia pronunzia 
nativa, ma conservava il costume del suo paese 
quasi tutto nero, coi calzoni di orbace bianco 
stretti, un po' laceri e sporchi. 

Dacché aveva scoperto la cantoniera e s'era 
innamorato della piccola figlia di zio (lavimi, 
|orgj Tiligherta si lavava il viso e le mani e cer- 
cava di pulirsi, ma ciò nonostante rimaneva nero 
come il demonio e i suoi scarponi e la sua ber- 
retta esalavano sempre un profumo pastorale 
poco voluttuoso. 


E Nania non si vedeva ancora. Mille brutti 
pensieri agitavano lo spirito irrequieto del giovine 
pastore, facendosi più dolorosi a misura che l’om- 
bra della pertica si stendeva sull'erba fresca del 
ciglione. 

|orgj, con gli occhi semichiusi, restava im- 
palato lassù, (issando acutamente l'estremità dello 
stradale, e nessun’anima umana passava attraver- 
so l’immenso spazio della campagna circostante. 

Nel dolce meriggio di aprile i boschi di so- 
veri, di cui è coperta la selvaggia pianura, in- 
tricati di cisti, di corbezzoli, e di vepri, tranquilli 
e silenziosi, avevano nelle foglie fresche come il 
riflesso del cielo di un azzurro perlaceo, e si 
stendevano così a perdita di occhio, sino alle 
vanescenze dell’orizzonte, chiuso da montagne 


lontane, di un azzurro più oscuro ma più vapo- 
roso. Dal sito ove stava Jorgj si scorgeva appena 
il tetto della cantoniera, dal cui fumaiuolo si in- 
nalzava una lunga spira di fumo diafano, ma non 
si vedeva punto la capanna dei pastori, molto più 
lontana, neU'interno litio del bosco. 

Lo stradale serpeggiava per la pianura, fra 
i boschi, come un alveo asciutto e disseccato dal 
sole, e l’erba cresceva ai suoi lati ancora alta e 
bella, perchè la greggia, che possedeva tanto 
pascolo nell’interno della pianura, non si era a* 
vanzata sin là. 


* 

* * 

Nania non veniva, Nania non compariva più. 
Dii occhi di Jorgj, che poco prima splendevano 
in un m<>do insolito al pensiero del bacio che 
avrebbe dato, volere o no, alla sua piccola in- 
namorata, andavano rabbuiandosi sempre più e 
quasi si velavano di lagrime. Ah, San Giorgio 
mio, qualche cosa doveva esser successo. Forse 
Nania era malata, forse zio Gavinu, uvea fiutato 
qualcosa e non la lasciava più andare all’acqua, 

forse Jorgj si disponeva a lasciar il suo posto 

di attcsti e recarsi alla cantoniera, con qualche 
pretesto, come ci si recava sempre, quando udì il 
galoppo di due cavalli, e vide passare, avvolti in 
un leggero nembo di polvere due bei signori a ca- 
vallo, che non si degnarono neppure di guardarlo. 

Dm.EDDA. Nottanti Santi 


9 


Anch’egli, t hè vedeva spesso gente attraver- 
sine lo stradale, non fece gran calcolo di loro, 
scese dal ciglione e si avviò. Ma a metà strada 
si fermò, trasalendo. La vista della lunga anfora 
fiorita che egli conosceva tanto bene, gli fece 
battere violentemente il cuore, ma per poco. Non 
era Nania che la portava in testa, non era Xania 
che si avanzava sulla triste bianchezza dello stra- 
dale, col fazzoletto giallo cadente disteso sulle 
spalle e fiammeggiante al sole. Eni la piccola so- 
rellina, Arrosti (Rosa). 

— Perchè vai tu all’acqua, oggi? — le gridò 
lorgj quasi adirato. 

Invece di rispondergli, Arresa, una monella 
della peggior specie, appena lo riconobbe comin- 
ciò a strillare, per farlo stizzire: 

Tiliglicrt.i, Tiligherta 

mamma tua est in ghcrta. 
babbu tou est morinde, 
tiligherta bactinde... 


Ma egli non vi badò e ripetè la sua domanda, 
meno duramente, avvicinandosi alla piccina. 

Arrosti, temendo hi picchiasse, gli fece allora 
un bel sorriso e gli rispose: — Perchè Nania sta 
lavorando. 

— lì costi sta facendo? 

— Sta lavorando perchè vengono l' impre- 
sario e l’ingegnere. Non li hai veduti a passare: 1 


— Ah, orano quoi duo signori? Ci vengono 
molto spesso? 

— Così! Dolio volte spesso e dolio volto 
poco. Cosa te no importa? 

Jorgj ponsò di accompagnare la -piccina al 
ruscello per saper qualche cosa su quei signori 
che già lo ingolosivano e lo indispettivano, per- 
chè a causa loro non aveva veduto Nania, quella 
sera. Passando vicino al ciglione indicò le pecore 
ad A r rosa dicendole: 

— Lo vuoi un agnellino, un agnellino bianco 
come dente di cane? 

Arrosa credette la pigliasse in giro e per 
vendicarsi ripetè la batloriua della tilìgherta . 
cantandola tutta in un miscuglio di nuorese, di 
campidanese e di ozierese, — nia Jorgj le ripetè 
così seriamente la proposta che riuscì poi ad 
aver molti particolari sui due signori. 

L’impresario era nuorese e l’ingegnere, 
quello con la barba bionda, continentale. 

Quest’ ultimo Arrosa lo conosceva da molto, 
da molto tempo. Ogni volta che veniva alla can- 
toniera regalava del bel danaro a Nania, che 
parte lo dava al babbo, e parte se lo nasconde- 
va entro un sacchettino, sotto i materassi: e a 
lei, ad Arrosa, non dava mai nulla, mai.... Per- 
ciò non lo poteva vedere. 

— Comesi chiama? — chiese Jorgj, facendo 
una smorfia significantissima. 

— Signor Guglielmo 


•}2 


— Restano li a dormire? 

- Si. 

Ad un tratto Jorgj piantò la piccina e se 
ne andò, cupo in viso. 

— Tiligherta, — gli gridò A irosa, — ricor- 
dati l'agnellino, l’agnellino 

Ma egli non rispose e in breve scomparve 
sotto il bosco, t'na terribile gelosia lo tormen- 
tava. Tornò all' ovile, ma si sentiva così di ma- 
lumore che si bisticciò con /io Concafrisca, l’al- 
tro pastore, — e quasi quasi venivano alle mani. 
Riprese a battere il bosco, trascinando la sua 
tristezza per le macchie di cisto odoranti, al 
dolce tramonto, di rosa, e non potè far nulla per 
tutta la sera. 

AH' imbrunire si avvicinò alla cantoniera, 
ma non ebbe il coraggio di entrarvi. Per lung’ora 
vi si aggirò intorno, come un’anima dannata, ma 
solo di notte potè accostarsi. 

Benché dal fumajolo s’innalzasse ancora una 
sottile striscia di fumo perdentesi nella vaporo- 
sità della fresca notte di aprile, la porta era chiu- 
sa, chiuse le finestre e un grande silenzio regnava 
intorno. Dalla lincslra della camera dell'ingegne- 
re, a pian terreno, sfuggiva la luce del lume che 
descriveva un quadrato luminoso sullo stradale. 

Jorgi Preda si avvicinò e vide, attraverso i 
vetri, il signore dalla barba bionda, quello che 
Arresa aveva detto esser l’ingegnere, in maniche 
di camicia. 


Probabilmente si preparava ad andar a letto, 
lira alto e magro, biondo e con gli occhi piccoli, 
di cui non si distingueva il colore, stretti agli 
angoli in un modo bizzarro che dava un’espres- 
sione simpatica a tutta la sua fisonomia. Un bel- 
l’uomo, infine, che poteva esser vecchio — non 
si sapeva precisamente distinguere. 

Jorgi lo divorava con gli occhi, allorché vide 
entrare Nani». Un fremito agitò tutta la sua per 
sona e, inconsapevolmente, diede un balzo ser- 
pentino, indietreggiando, per non essere veduto 
dalla fanciulla. 

Nania era piccola fanciulla sottile e triste. 
Nel suo visino di quindici anni aleggiava sempre 
una serietà quasi tragica, e il pallore fosco della 
sua carnagione finissima veniva accresciuto dalla 
tinta cinerea dei suoi capelli biondi. Uno splen- 
dore di capelli crespi, foltissimi che dovevano 
pesarle sulla piccola testa liliale, di bambina cre- 
si-iuta innanzi tempo. Infatti essa era da tre o 
quatt'anni, dopo la morte della mamma, la mas- 
saja della cantoniera. 

Faceva tutto, aiutata a mala pena da Arrosa, 
e non perdeva un minuto di tempo. Solo da tre 
settimane pareva distratta, trascurava le sue fac- 
cende domestiche e si assentava lung’ora nel- 
l'andare al ruscello. Venivi! invasa a momenti da 
scoppi di pazza allegria, ed a volte piangeva di- 
rottamente, e zio Gavinu si accorgeva del suo 
cambiamento, ma non diceva nulla e non riu- 
sciva a indovinarne la causa. 


Dallo stradale Jorgi Preda, fremente e cupo, 
(issava gli occhi scintillanti attraverso i vetri, in- 
timamente vinto anche da un dolce sentimento di 
tenerezza e di passione nel rivedere la piccola e 
fragile giovinetta che lo aveva stregato, e per la 
quale avrebbe dato un'archibugiata magari al re. 

Nania indossava un costume della parte di 
Ozieri, donde era nativo zio Gavinu Faldedda, 
ma conservava il fazzoletto disteso come le cam- 
pidanesi. Il corsetto, di broccato molto consunto, 
veniva allacciato sul davanti da una molteplice 
incrociatura di stringa rossa, e cosi senza mani- 
che talari della camicia, abbottonate ai polsi. 

La sottana e il grembiale erano semplicissi- 
mi, d’indiana oscura, e Nania non aveva altro 
ornamento che una piccola collana di coro Messa 
intorno al sottile collo gentile. Era scalza e a 
testa nuda e recava un boccale d’acqua nella ca- 
mera dell'ingegnere. 

Jorgi vide la sua innamorata sorridere al 
bel signore e questi avvogerla tutta in uno sguar- 
do ed in un sorriso di amore. Graziosa e svelta, 
Nania depose il boccale in un canto, e poi si 
fermò vicino all’ingegnere. Parlavano. Dal sito 
dove si trovava Jorgi non senti nulla, e d’altron- 
de era colto da vertigini spasmodiche di collera 
e di gelosia. Ah, non vi era dubbio, non v’era 

dubbio Nania lo tradiva, a Nania piacevano 

i bei signori puliti e ricchi. 

Tutto il sangue affluiva al volto di Jorgi e 


le tempie gli picchiavano a martello. Se avesse 
avuto un archibugio avrebbe sparato, traverso i 
vetri, uccidendo quel signore che veniva a ru- 
bargli la vita. 

Ad un tratto impallidì e diede un secondo 
sbalzo, più serpentino e fremente del primo. 

Ah, ciò che egli vedeva!... Credè di impaz- 
zire e mai dimenticò la sensazione provata in 
queU’istante. 

L’ingegnere, dopo molti sorrisi e molte pa- 
role aveva preso la testolina di Nania tra le sue 
mani, tra le sue lunge mani di un candore e di 
una delicatezza femminile, e l'aveva coperta di 
baci. Poi aveva abbracciato, tenendosela lunga- 
mente a seno, la fanciulla, che sorrideva e pian- 
geva lutt'insieme. Jorgi gemè sullo stradale. L’in 
gegnere dovette sentir qualcosa perchè lasciò 
bruscamente Nania e si avvicinò ai vetri. Jorgi 
ebbe* il sangue freddo di ritirarsi presso il muro 
e non fu visto. Egli però vide il quadrato di luce 
sparire dallo stradale e si accorse che gli spor- 
telli della finestra erano stati rinchiusi. 

Allora fu preso da una rabbia immane e da 
una grande vigliaccheria, e fu per picchiare alla 
porta della cantoniera per dire a zio Gavinu: 

— Guardate ciò che accade, guardate! 

Ma non lo fece. Prese invece la decisione di mas- 
sacrare l'ingegnere, e quasi calmato da quest’idea 
si allontanò, mentre strani singhiozzi aridi, stra- 
zianti, gli contorcevano la gola... 




'5fr — 


* 

* * 

All’alba Jorgi Preda, appostato dietro una 
fratta, a un quarto d’ora di distanza dalla can- 
toniera, armato con l’archibugio di zio Concafri- 
sca, attendeva il passaggio dell’ingegnere per 
tirargli un’archibugiata numero uno. A r rosa gli 
aveva detto, la sera prima, che i due signori 
avrebbero proseguito l'indomani verso l'altra can- 
toniera, dunque dovevano passare di là, e egli 
aspettava... con una feroce decisione nel volto 
orrendamente scomposto, e negli occhi più tetri 
e annuvolati del solito. Nell'alba fresca di aprile 
un magico incantamento di vaghe luminosità e 
di profumi allagava la campagna; l’orizzonte del 
bosco sfumava nell’oriente color d'oro; e nelle 
macchie lucenti di rugiada le agasselle canta- 
vano gaiamente ma Jorgi Preda badava a 
tutt’altro che alla idilliaca poesia mattutina. 

Dalla sua fratta dominava un gran tratto 
di stradale e vedeva il ponte sotto il quale scor- 
reva un nastro d'acqua smorta, assorbita da alti 
giunchi e dall'asfodcllo che cominciava a borire. 

E ripensava ai sogni fatti tante volte, seduto 
sull'orlo del ponte, alle canzoni cantate a voce 
altissima, per esser intese da Nania in lontanan- 
za, accompagnate dal susurro dei soveri e dal 
tintinnio delle greggie che ogni notte venivano 
ad abbeverarsi in quel sito, giacché l'altro ruscello 


Jorgi lo rispettava come cosa sacra, servendo 
l'acqua per la cantoniera. 

A momenti lo spirito del giovine pastore ve- 
niva conquisto dalla tenerezza delle ricordanze, 
— e allora pensava di allontanarsi, chiedendosi 
se tutto non ersi stato un cattivo sogno — ma 
la sensazione della realtà lo riprendeva tosto e 
non si muoveva. 

Ma gli aspettanti non passavano più, e ogni 
minuto gli pareva un secolo, giacché poteva 
passar gente e scoprirlo, e nella paura temeva 
anche di sbagliare il tiro. 


Eccoli linalmente! 11 sole stava per spuntare 
sull'estremità lucente del bosco, allorché Jorgi 
scorse i loro cavalli e senti la voce aborrita del 
suo rivale. Traverso i cespugli intricati del suo 
nascondiglio, con gli occhi acuti di folco spalan- 
cati e avidi, (issò l’ingegnere, per esaminarlo 
meglio che non l'avesse fatto la notte prima, e 
un sorriso amaro gli contrasse le labbra sottili e 
belle, rese bianche e aggrinzate dalla disperazio- 
ne di quella lunga notte infernale. 

Ah, quel signore era bello e gentile. Cosa 
contava lui, Jorgi Preda, la ffligherta, col suo 
volto nero e i suoi stracci, cosa contava in pa- 
ragone di quel signore bianco e biondo, così ben 
vestito ed elegante? Nania sottile e vezzosa come 


« 5 » - 


una signora, aveva ben ragione di preferirlo; ma 
allora perchè, se le piacevano i signori, perchè 

10 aveva stregato, dicendogli che gli volca bene 
e lo attenderebbe per marito? 

Sul punto di assassinare un uomo Jorgi Preda 
sentiva una spasmodica volontà di piangere. 1 si- 
gnori si avvicinano. Jorgi rivide Nania, la sua pic- 
cola N'ania che adorava ancora come Nostra Si- 
gnora del Miracolo, fra le braccia dell’ingegnere 
e alzò il vecchio archibugio di zio Concafrisca. 

Passando sotto il suo tiro, l’ingegnere, che 
non pensava certo al terribile pericolo sovra- 
stante, alzò la testa, si levò il cappello bianco 
da campagna e lo tenne un poco suU’arcione — 
e un momento dopo sorrise, sempre ragionando 
col compagno, col viso rivolto verso la fratta ove 
stava Jorgi. Pareva lo scorgesse. Il sole spuntò 
e la sua prima luminosità di un giallo roseo 
inondò lo stradale e le persone dei due cavalieri. 

Jorgi non sparò e lasciò passare sano e salvo 

11 suo rivale. 

Egli aveva veduto gli occhi e il sorriso del- 
l'ingegnere e uno strano pensiero, balenandogli 
aU'improviso nella mente sconvolta, aveva fer- 
mato la sua mano. 

* 

* * 

Alle due, appoggiato alla sua lunga pertica 
— il suo scettro da pastore — ritto come il giorno 
prima sul ciglione pieno di erba e di margherite, 


H9 — 


spiava l’arrivo di Xania. La mattina recatosi a 
Nuoro con Ventrata, cioè col formaggio tresco, 
la ricotta ed il latte, Jorgi si era tutto cambiato 
di vesti ed ora nella bianchezza opaca della sua 
camicia, col volto fatto pallido dalle terribili emo- 
zioni sofferte, pareva quasi bianco. La sofferenza 
e l’insonnia gli avevano allilato i lineamenti, tanto 
che Nania, appena furono nell’ombra del ciglione 
gli disse: 

— Perchè sei cosi bello, oggi?... 

La piccola fanciulla possedeva una voce dol- 
ce e triste resa più affascinante dalla schietta 
pronunzia logudorese del suo linguaggio. 

Jorgi, cupo negli occhi, sulle prime non ri- 
spose e la fissò acutamente, quasi volendo pene- 
trarle nell'anima. 

— Sei piu bella tu... — rispose con voce irata. 
E prendendole di mala maniera l’anfora la de- 
pose in terra dicendo: Oggi dobbiamo parlare a 
lungo, Nani... 

Essa ebbe paura e lo guardò spaventata. Nel 
suo gran fazzoletto color d'oro, a fiorami, distest» 
come un manto sulle spalle, Jorgi la trovò tanto 
bella che si addolci improvvisamente e restò esta- 
tico a guardarla. Pareva una di quelle figure sa- 
cre dipinte sullo sfondo di arazzi moreschi, che 
si ammirano in qualche tela italiana del secolo 
XV, e Jorgi, pensando alle brune bellezze delle 
ragazze che fino ad allora aveva conosciuto, si 
convinceva nel suo dubbio. 


140 — 


— Siedi disse, costrìngendola a sedersi 
sopra una pietra — che parliamo. 

— Non mi fermo, non mi fermo... - disse 
lei, tremando — Il babbo... 

Tuo padre è lontano e nessuno ci vedrà 
E anche se ci vedono che male ce?... Non pos- 
siamo esser amici, conoscenti?... 

Dio mio, Dio mio, non posso... 

In realtà Nania sentiva un grandissimo pia- 
cere all’idea di starsene per un buon pezzo se- 
duta presso forgi e benché provasse una grande 
paura non si muoveva. 

— Cosa hai oggi? — gli chiese tremando — 
cosa hai? Sei forse stizzito perché ieri non son 
venuta ; Sai c'era l'impresario, c’era l’ingegnere 
e ho dovuto lavorare tanto. Non c’è nessuno nella 
cantoniera. 

Tacque, con gli occhi perduti in un pensiero 
triste e doloroso e Jorgi, vedendola impallidire 
ancora di piu, senza dubbio al ricordo dell’inge- 
gnere, fremette e si allontanò un poco. 

Egli spiava sempre il volto della fanciulla e 
un gran buio si faceva nell’anima sua. Non c’era 
dubbio, no. Nania lo tradiva, e l’ingegnere era 
il suo amante. 

— Cos'hai, cos’hai? ripetè essa. 

— Cosa ho? — gridò forgi, agitando le brac- 
cia come un pazzo — tu lo sai meglio di me 
cosa ho... 

— Io non so nulla! Diventi matto? 


— Si, credo di impazzire. Nania, senti, tu 
sei piccola, ma sei più maligna di me. Tuttavia 
non continuerai a ridere di me, no, non conti- 
nuerai. Tu mi hai preso per un ragazzo, ma non 

10 sono, no. Sono soltanto un povero disgraziato, 
ma tu non dovevi riderti di me, perchè io sono 
buono a farti pagar caro questo gioco, Nani, lo 
senti, Nani? 

Nania lo guardava stupita, e non trovò che 
rispondere alla sua sfuriata. 

— Non rispondi? gridò forgi. 

— l’aria piano... disse la ragazza, balzan- 
do su, tendendo le orecchie — Se mio padre ci 
sente... 

— E cosa me ne importa? Tanto non ho 
più nulla da vedere con te... 

— Ma cosa hai, cosa t-i hanno raccontato? 
— domandò lei con disperazione. 

Nulla, non mi hanno raccontato nulla, ho 
veduto io, con questi occhi, ho veduto ieri notte. 

Eh, perchè avete lasciato la finestra aperta, 
bella mia? Ma questa mattina se l’ha veduta tra 

11 naso e le labbra ad esser massacrato il tuo 
bel signore. 

Non l'ho fatto perchè mi è venuta una pazza 
idea. E’ho visto a sorridere e mi è sembrato che 
ti rassomigliasse, e ho pensato, guarda che matto, 
ho pensato: chissà che sia suo padre... Ora mi 
accorgo ch'era una pazzia. Che tuo padre! Tuo 
padre è zio Gavinu, il diavolo lo pigli e tu sei... 


tu sei.. — conchiuse Jorgi ingoiando un terribile 
insulto — tu sei l’amante dell’ingegnere. 

Tutti i colori deH’acobaleno passavano sul 
viso dolente di Nania. 11 cuore, il suo piccolo 
cuore appassionato, pareva volesse squarciare il 
broccato consunto del vecchio corscttino, e gros- 
se lagrime le brillavano negli occhi. Non cercò 
di negare, e neppure di parlare. Con una im 
mensa paura infantile, temendo che Jorgi le fa- 
cesse del male, pensò di scappare e si mosse con 
un atto cosi repentino che il giovine stentò a 
raggiungerla, nello stradale. 

— Nania esclamò, sorridendo suo mal- 
grado e afferrandola al braccio — non ti credevo 
si cattiva... Perchè fuggi? Temi che ti uccida, 
forse?... — Anche essa non potò fare a meno di 
sorridere, il fazzoletto le era caduto di testa e 
il sole le inondava tutta la bionda testolina. 

Jorgi mandò una esclamazione di gioja e di 
stupore scorgendo il suo volto sorridente e i suoi 
occhi azzurri — di un azzurro verdognolo — 
perfettamente simili a quelli dell’ingegnere. 

— Nania, Nania, perdonami le disse, sor- 
ridendo e singhiozzando. Vieni, vieni, e fac- 
ciamo la pace. Come è vero Dio, come è vera 
Nostra Signora del Miracolo, io non dirò a nes- 
suno questo fatto. Non ne farò parola neppure 
a te, mai, mai, mai più. Vieni là a prender l’an- 
fora, vieni, vieni... 

La prese quasi fra le sue braccia e la ricon- 


' 15 ~ 


dussc all’ombra. Nani» sembrava morta, tanto 
restava pallida e immota, ma quando Jorgi disse: 

— Chi lo credeva, chi lo poteva pensare... 
tua madre... Nanta si eresse, col volto infuocato 
e con gli occhi lucenti d'ira e di pianto e gridò: 

— Mia madre è morta! Rispettala perchè 
era una santa. L’ingegnere mi ha baciato e mi 
ha abbracciato perchè ir» sono la sua amante... 
Uccidimi pure, Jorgi Preda, uccidimi, ma non 
cercare mia madre... 

E cadde a terra, scialando in pianto. Con 
quelle parole essa perdeva lutto. Perdeva l'amore 
di Jorgi che essa adorava con tutto l'entusiasmo 
dei suoi quindici anni, del suo primo amore — 
perdeva i suoi sogni c le sue dolci speranze — 
perdeva l'onore e forse metteva in pericolo la 
sua vita e quella dell’ingegnere — ma che im- 
portava? La memoria di sua madre — la cui 
colpa era ignota a tutti e specialmente a Gavinu 
Paldedda, che ancora la piangeva, adorandone 
il ricordo — veniva salvata dal suo sacrilìzio... 

Ma Jorgi Preda aveva veduto. 

Per qualche momento restò immobile e si- 
lenzioso a guadare la piccola fanciulla seduta 
sull'erba, che piangeva sempre. I suoi singulti 
infantili, disperati si perdevano nel gran silenzio 
meridiano, e per l’immensa campagna dormiente 
Jorgi non udiva altro rumore. 

E fu per fuggire, sentendosi vile e indegno 
davanti alla piccola Xania ma naturalmente 


non potè muovere un passo. Si ricordò invece 
tutte le belle promesse che si erano scambiate, 
si ricordò i sogni d’amore fatti specialmente la 
notte, mentre le greggio si abbeveravano sotto 
il ponte, laggiù, tra l'asfodello egli oleandri — 
pensò che fra tre anni sarebbe in grado di spo- 
sare Nania, e si chinò. 

— Lasciami stare — disse lei. 

Ma Jorgj la sollevò come una piuma, se la 
prese tra le braccia e le coprì il volto di baci 
tinche riuscì a rassicurarla e a farla sorridere. 




* Macchiette 


DkijpdAi A'.un’tt/i Stinti 


io 





— 




• I. 


.j lbbcgia. Sul cielo azzurro ci- 
* nereo d'una dolcezza triste e 
profonda, curvato sull'immenso 
paesaggio silenzioso, passano 
sfiorando larghi meandri di un 
rosa pallidissimo, via via sfu- 
manti nell’orizzonte ancora o- 
scuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, 
s’inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate 
d'ombra, selvaggio e deserte. Non un casolare, 
un albero, una greggia, una via. 

Solo viottoli dirupati, muricciuoli cadenti co- 
perti di musco giallo, un rigagnolo dalle acque 
color di cenere stagnanti fra giunchi di un verde 
nero desolato, e bassi roveti, estese macchie di 
lentischio le cui foglie riflettono la luce cilestrina 
dell'alba. Dietro, sull'altezza bruna del nord 



U» - 


biancheggiano grandi rupi di granito grigio e la 
cinta di un cimitero. 

La croce nera disegnata sul ciclo sempre 
più roseo, domina le vallate deserte: e pare l'em- 
blema del triste paesaggio senza vita stendentesi 
silenzioso sotto la curva del cielo azzurro-cinereo. 
Albeggia. 


II. 

Sotto il bagliore ardente della meriggiami la 
cantoniera bianca dal tetto rosso, tace, dorme: 
le finestre verdi guardano pensose sullo stradale 
bruciato dal sole, e giù dal cornicione di un tur- 
chino slavato calano frangie d’ombra d una fre- 
schezza indescrivibile. Lo stradale bianchissimo, 
disabitato, dai mucchi di ghiaia sprizzanti scin- 
tille al sole, serpeggia per una vasta pianura co- 
perta di boschi di soveri. 

In lontananza, alte montagne a picco, velate 
di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo 
l'orizzonte infuocato. Sotto l'aria ferma, irrespi- 
rabile, nello splendore piovente dal cielo di me- 
tallo, i soveri nani, lussureggianti, projettano corte 
penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, 
tappezzati di borraccine morbide come peluche. 
Unti fanciulla è coricata appunto su uno di questi 
massi, supina, le braccia e le gambe semi nude. 

La sua persona esile e ben fatta spicca sul 
verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori 


— '19 — 

rossi di broccato del suo corsetto un pò lacero 
sanguinano nella penombra del bosco. Nel caldo 
asfissiante del meriggio, nel costume consunto e 
misero, stuona meravigliosamente la carnagione 
della fanciulla, di una bianchezza fenomenale, 
tanto più che sotto il lazzoletto giallo si vedono 
dei capelli nerissimi, c sotto le palpebre stanche 
due occhi di un nero -cenerognolo foschi e impe- 
netrabili. Chi òr - Impossibile saperlo: ella 
non fa il minimo movimento nel languore spos- 
sato del caldo, e forse sogna, forse dorme, bianca 
e silente come la cantoniera vicina, sotto il ba- 
gliore ardente della meriggiana. 


III. 

Il sole tramonta: dal villaggio in festa giunge 
un rumore confuso, vago e lontano, sino alla stan 
zetta tranquilla della casa del contadino. 

La finestra ò aperta sul poggiuolo di mattoni 
crudi su cui tremola alla brezza del tramonto una 
povera pianticella di basilico, che pare sorrida 
anch’essa, benché sola e dimenticata, fra la le- 
tizia dei casolari neri e del cielo d’oro. Oh, i 
luminosi orizzonti! — La vallata verde circonda 
il villaggio, e la vegetazione in fiore olezza e ri 
splende fra la nebbia ignea del sole al declino. 

Dal piccolo poggiuolo di mattoni crudi si do- 
mina una viuzza strettissima e altre casette pic- 
cine, annerite dal tempo, i tetti muschiosi, via 


salienti sino al vecchio maniero spagnuolo, la cui 
facciata ili stile moresco rosseggia in viso al- 
l’ovest, gli spalti cadenti perduti fra gli splen- 
dori del cielo, come il ricordo della triste domi- 
nazione aragonese nella luce dei nuovi tempi. 
Nella casetta più vicina al poggiuolo la porticina 
nera è chiusa, ma al di fuori sta appesa una co- 
rona di lichi diseccantisi e sul davanzale della 
linestruola un gatto dalla schiena tutta abbru- 
ciacchiata contempla solennemente sulla via, do- 
ve passa solo una donnina in costume, dal viso 
color di rame, allacciandosi bene il corsetto di 
panno giallo e di velluto viola cesellato. Dentro 
la stanzetta del poggiuolo un giovine, anch’esso 
in costume, piglia il caffè. Ila posato la chichera 
verde sulla cappa di una specie di vecchio ca- 
mino, e ritto dando le spalle alla finestra , beve 
a centellini la prediletta bevanda. 

fi malato, ma sul suo viso biondo, pallidis- 
simo, da convalescente, sta dipinta un’intima vo- 
luttà. il benessere di chi si riaffaccia pieno di 
speranza alla vita, dopo una lunga malattia. — 
Il letto di legno, dalle coperte di percalle a fio- 
rami arabeschi, basso e duro ma con una fisio- 
nomia tranquilla, tipica, diremo quasi sonnolenta, 
le sedie grigie, il rozzo guardaroba rosso, la cassa 
nera di legno scolpito a strani fiori e animali 
antidiluviani, la tavola coperta da un tappeto 
bianco, adorna di vassoi e chicchere, tutto sor- 
ride intorno al giovine contadino convalescente. 


Ijl 


nella pace beata della povertà felice, nella lumi- 
nosità del tramonto di rosa. In alto, sulle pareti 
tinte di calce, una innumerevole fila di quadretti 
a vivi colori scintillano soavemente nel polviscolo 
d'oro, e i vecchi vetri della finestra ardono come 
lastre di orpello al riflesso del sole che tramonta. 

IV. 

E cade la notte! Nella chiesa miracolosa, nel 
famoso santuario ove la folla immensa è passata 
senza lasciare traccia alcuna, la penombra si ad- 
densi!, livida, fredda e piena di mistero. 

In fondo, diti linestroni bizantini, piove un 
acuto albore azzurro sul pavimento di mattoni 
;i mosaico il cui smalto ha vaghi riflessi d'acqua 
stagnante: in alto, sull'altare bianco, una lampadii 
di cristallo vermiglio spande tremoli chiarori ros- 
sastri che scendono e salgono sui fiori pallidi, 
sui candelabri dorati, sulle colonnine doriche di 
diaspro della nicchia coperta da un panneggia- 
mento cereo a marezzi azzurri, di damasco. 

Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici 
di romanzi e di drammi immani o pietosi, — 
gioielli d'oro e d’argento, stupende membra di 
cera, mani di vergini cristiane di una suprema 
e morbida soavità, e colli bianchissimi ed eleganti 
da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e 
polverose. — Qui ancora troviamo una fanciulla, 
ma non è più la popolana sopita nel meriggio 


del bosco. È signora: vestita di bianco, inginoc- 
chiata sui gradini delimitare, la fronte sulla ba- 
laustrata, le mani strette convulsivamente una 
con l’altra nel fervore della preghiera. 

Le pieghe morbide del suo lungo vestito 
dalle alte maniche alla Margherita di Valois, ca- 
dono al suolo con abbandono artistico da statua, 
e biancheggiano soavi nella penombra rossastra 
della lampada notturna. 

Il volto pallido della fanciulla, i grandi oc- 
chi eastanei e profondi esprimono una dispera- 
zione straziante, cresciuta dalla tetra melanconia 
del crepuscolo morente. Oh, qual grazia chiedono 
mai quegli occhi al santo miracoloso nascosto 
dietro la cortina di damasco come un re orien- 
tale? — Ecco, ella s’alza al line, e uscita sulla 
spianata si ferma immobile davanti al parapetto 
che guarda nella valle. 

Sul cielo tinto di croco e di smeraldo si c- 
levano i monti neri e la luna spunta fra le loro 
creste frastagliate. La rena della grande spianata 
scintilla ai primi raggi della luna, e il villaggio 
si profila laggiù, fra le agavi grigie e i pioppi 
argentei della valle, mentre il santuario spicca 
sul cielo violaceo del nord, coi due grandi line- 
stroni bizantini che paiono due strani occhi di 
bronzo smaltati al riflesso delPoriente fatto splen- 
dido dall'alba della luna. 

Dietro, le terre di mezzanotte, immense cam- 
pagne opime, valli dirupate in cui rugghia il tor- 


«ss 


rentc-, e montagne sulle eui cime domina la leg- 
genda, si stendono vaghe e indistinte come un 
sogno, nella luce vaporosa dell’ultimo crepuscolo, 
e i forti borghi solitari riposano fra i lentischi 
cinerei della pianura o su i greppi neri delle rupi 
scoscese. 

La fanciulla bianca guarda al nord, e grandi 
visioni misteriose, sogni arcani e profondi le at- 
traversano gli occhi pensosi perduti nell'estrema 
lontananza; e il suo volto pallido, il suo vestito 
marmoreo paiono d’argento nella nivea lumino- 
sità della luna sempre più bianca e fulgida a 
misura che cade la notte. 

V. 

Nell’alta notte plenilunare tre cavalieri pas- 
sano al galoppo attraverso il sentiero delle mon- 
tagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla 
alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo si- 
lenzio del paesaggio sublime. 

Lontano, le nuvole salgono dal mare di ma- 
dreperla sottilmente pennellato nell’estremo oriz- 
zonte, salgono lente sul cielo d'orpello del ple- 
nilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco del- 
l’inlinito. 

Sulle cime delle alte montagne rocciose la 
neve disegna un profilo iridato, fantasmagorie 
marmoree e miniature d'oro degne dei versi 
d' Heine, ma le quercie annose fremono al vento 


1 54 — 


di tramontana che susurra tetre leggende e storie 
di sangue fischiando fra le gole dirupate e le 
grotte di granito. — Il sentiero asprissimo attra- 
versa tortuoso le rupi immani e i macigni neri 
che assumono fantastiche forme di torri gotiche 
rovinate e di dolmen coperti d’edera e di rubi, 
reso più pericoloso e pittoresco dalla luce della 
notte. Sotto il bosco i raggi della luna piovono 
a fsisci, come getti di diamanti, projettando aurei 
arabeschi e damaschinature orientali sulle felci 
bionde ondulate dal vento: attraverso le quercie 
brune il cielo lunato ha un aspetto cosi incantato 
coi suoi gemmei splendori che richiama al pen- 
siero i cieli impossibili delle novelle da fate; e 
i ciclamini, i verbaschi, l'usnea dei tronchi im- 
pregnano l'aria d'un acuto profumo da foresta 
tropicale. Oltre i tre cavalieri che attraver- 
sano il sentiero, neri, muti, avvolti nei loro cap- 
potti bruni dal cappuccio a punta, come cavalieri 
erranti da epopea mediovale, un piccolo man- 
driano con la sua greggia popola ad un tratto 
la solitudine inlinita delle montagne. Seduto sotto 
una rupe, insensibile al vento che fischia nel lim- 
pido plenilunio, guarda le pecore pascolanti nella 
notte chiara, intento al loro tintinnio monotono 
e melanconico vibrante fra i burroni erbosi e le 
pietre muscose, fra le eriche selvaggie e i tronchi 
divelti dalla procella. 

Il piccolo mandriano è brutto, il volto oscuro 
come l'albagio del suo ferrajuolo, ma nei suoi 


>55 




occhi cuprei dal bianco azzurrino e l’iride piena 
di un languore profondo, splende un raggio pen- 
soso che è tutta una rivelazione: forse il piccolo 
pastore è già poeta e nell’interno della sua mente 
vergine e selvaggia come le monta/jne rcceiose 
su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta più 
che qual siasi artista colto e line la poesia inef- 
fabile, piena di voluttà sovrumane e spirituali; 
del silenzio azzurro dell'alta notte plenilunare. 






A 




















GRAZIA DELEDDA 


vMCCQDtl 


*Tv4*f.; 


BIBLIOTECA SARDA 











BIBLIOTECA SARDA 

^ 

DIRETTORI 

COMM. SALVATORE DELOGU, CAV. ENRICO COSTA, AVV. ANTONIO SCANO 


Voi. 111. 





RACCONTI SARDI 

>*«c 















GRAZIA DELEDDA 

• - » #■ ■ 


RACCONTI SARDI 


SASSARI 

GIUSEPPE DESSI 

1894 



PROPRIETÀ LETTERARIA 


Sassari, 1894 - Prem. Star. Tip. Dkssì 


AL PROFESSORE 


ANGELO DE GUBERNATIS. 



f» Di Notte *f 



. . 1; - ; t . r- 



i. 



otbvano essere le undici quando 
la piccola Cabina si svegliò nel 
gran letto di legno della stanza 
di sopra, ove dormiva sempre 
con la sua mamma che le voleva 
tanto bene. 

Ma quella notte la mamma 
non le stava allato. Perche dun- 


que non c'era? Per quanto Cabina stendesse le 
sue manine da tutte le parti del gran letto di legno 
non poteva trovare la sua mamma. Solo le len- 
zuola fredde come il vento, solo i guanciali di 

percalle rosso; nuH'altro! 

Dove era dunque la mamma.-' Cabina si co- 
ricava e si levava sempre insieme a lei; mai sera 
trovata sola in letto, cosi, nel gran letto freddo, 
nell'oscurità della notte spaventosa. 



Quello era dunque un grande avvenimento 
per la piccina. 

— Mamma... mamma... — chiamò con un 
til di voce. 

Ma nessuno rispose. Fuori urlava il rovaio 
e la pioggia si sbatteva fragorosamente contro 
i vetri della piccola finestra. 

Senza di ciò Cabina si sarebbe forse riad- 
dormentata, ma con quegli urli infernali, nella 
fonda oscurità della cameretta solitaria, le era 
assolutamente impossibile nonché riprender son- 
no, calmarsi. 

Temeva tutti i fantasmi immaginabili: la 
morte, i vampiri, il padre dei venti, le fate nere 
e l’orco, tutti... tutti... 

Mamma... mamma?... — ripetè i\ voce 
alta mettendosi a sedere sul letto Mamma, 
mamma?... 

Rimase cosi quasi un quarto d'ora, alzando 
sempre più la voce, abituandosi al buio e al fra- 
gore del vento. 

E siccome la madre non rispondeva mai, 
Cabina pensò di vestirsi e scendere in cucina 
per cercarla. Veramente era la mamma a vestirla 
ogni mattina perchè a lei, cosi piccola, non riu- 
sciva ancora infilarsi il giubboncello nero dalle 
maniche strette; ma poco importava... purché ri- 
trovasse la gonnellina bastava. La lasciava sempre 
nella sedia ai pie' del letto: dunque bisognava 
scendere per ritrovarla. 


— '5 — 

Scendere?... Scendere all’oscuro, a piedi nudi, 
con quella notte, scendere da letto, sola.-.. Ci vo- 
leva proprio un gran coraggio, e Cabina, che 
tremava forte di freddo e di paura, esitò a lungo. 
Ma rimanere a letto senza la mamma non le 
Conveniva! Il vento urlava ognor più fragoroso; 
fra poco sarebbe penetrato nella camera e avrebbe 
divorato la testa a Cabina... Dunque giù! 

Scese e mandò un urlo. Il suo piedino aveva 
incontrato qualcosa di duro, di freddo, di deforme 
che certo non era il suolo di tavole levigate dal 
tempo... 

Un rospo, un vampiro forse? 

— Mamma mia... mamma mia!.. — gridò 
la piccina a squarciagola, cercando invano risa- 
lire sul letto; ma alla fine, visto che il vampiro 
non si muoveva e che la mamma continuava a 
non rispondere, si chinò c s’assicurò che quella 
era una scarpa vecchia uscita per caso da sotto 
il letto. 

Un sorriso le sfiorò le labbra e quella prima 
avventura le infuse molto coraggio, sicché, riso- 
luta di non temer più nulla pei piedini, si avanzò 
appoggiandosi alla sponda del letto. Ma laggiù, 
non trovò punto la sedia con le sue vesti; co- 
minciò a stizzirsi e a imprecare; perchè dovete 
sapere che non era un modello di educazione, 
e nominava con disinvoltura tutti i diavoli del- 
l’inferno, come li udiva dal nonno, e dagli zii 
e un po' anche dalla mamma. 


Dove diavolo dunque- stavano le sue vesti? 
Se le aveva prese il demonio? Alla galera la 
notte e ehi l’aveva inventata! 

Ma le seordò un momento e ricominciò a 
tremare cosi forte che i dentini pareva volessero 
spezzarsele. 

In un intervallo silenzioso del vento e della 
pioggia aveva sentito strani rumori salire dalla 
cucina e voci umane piu tetre e spaventose dei 
gridi della procella. 

Che avveniva in cucina? Dio mio, Dio mio, 
e la mamma sua? Cerano forse i ladri o i diavoli? 
E il nonno e i zii mancavano da tre giorni e non 
c’era nessuno che potesse difendere la mamma, 
la povera mamma sua!... La curiosità si unì alla 
paura, e Cabina si rimise a cercare le sue gon- 
nellino, urtando nelle sedie, su tutti i poveri mo- 
bili della camera oscura. Riuscì finalmente a tro- 
varle e le indossò a stento, ma quando tutto 
pareva fatto un altro ostacolo si interpose al di- 
segno della piccina. 

La porta che dava sulla scala era chiusa a 
chiave dal di fuori, per quanti sforzi facesse non 
potò aprirla, e il silenzio orrendo della mamma 
continuò quando si rimise a chiamarla, scuotendo 
la porta con fracasso. 

Ritornò verso il letto, disperata, e nascosto 
il volto fra le coltri in disordine si mise a pian- 
gere, ma a un tratto si ricordò che nella stanza 
attigua v’era un poggiolo di pietre, d’onde, per 


una scaletta esterna si scendeva al cortile, e sotto 
cui si apriva appunto la vecchia porta della cucina. 

La pioggia e il vento continuavano, ma Ca- 
bina era decisa a tutto: entrò nella camera vicina, 
apri il poggiuolo e scese, sfidando l'acqua che 
veniva giù furiosa dal cielo basso di piombo, e 
il rovaio gelato che imperversava nella notte. 

Tremava come una foglia, ma aveva com- 
pletamente scordato i fantasmi e i vampiri. Un’an- 
goscia indicibile le stringeva il cuoricino e un 
presentimento orribile, superiore alla sua età, le 
diceva che giù in cucina doveva accadere qualche 
cossi. Oh, quelle voci che aveva sentito!.. 

In un sittimo lu sotto lst scala, sii coperto 
della pioggia, davanti alla portsi della cucina. 
Anche questa era chiusa, ma Cabina non picchiò 
per farsela aprire, benché vedesse il bagliore del 
fuoco acceso nel focolare, attraverso la grande 
fenditura che rigava dall’alto in basso la porta. 

Si accoccolò per terra e applicò l’occhio sulla 
fenditura. 

Non temeva più, ma non voleva punto en- 
trare in cucina perchè la mamma l’avrebbe cer- 
tamente picchiata. 

Il nonno e gli zii — tre uomini alti, robusti, 
brunì, il cui costume consunto e sporco rivelava 
una misera esistenza di lavoro continuo e faticoso, 
i cui occhi cupi e profondi narravano la triste 
storia di anime ignoranti non avvilite dalla po- 
vertà, ma turbinate da passioni tetre, ardenti e 


i6 — 


dolorose, — erano tornati e stavano seduti in- 
torno al focolare. 

La mamma di Gabina, Simona, giovane, bella, 
di quella strana bellezza araba che si incontra 
in molte donne sarde, e che ricorda i saraceni 
dominatori e devastatori dell’isola nel IX e X 
secolo, rimaneva un po’ neH’ombra, seduta per 
terra, le mani incrociate sulle ginocchia, scalza 
e in maniche di camicia, larghe maniche all’o- 
rientale, strette sui polsi e increspate negli omeri 
eleganti. 

Mai Gabina aveva visto sua madre cosi pal- 
lida e cupa, sua madre che pure era sempre 
smorta e triste in viso, mai aveva visto i suoi 
occhi neri brillare stranamente cosi. 

Sotto il fazzoletto nero calato sulla fronte il 
volto di Simona assumeva tinte cadaveriche, i 
lineamenti linissimi e immobili stirati da una tetra 
e spaventosa serietà, gli oc-chi illuminati da un 
riflesso di odio e di angoscia. 

Ma chi più attrasse l’attenzione di Gabina, 
e la costrinse a rimanersene fuori, fu la vista di 
un estraneo, seduto anch’esso vicino al focolare, 
legato solidamente con una corda di pelo alla 
vecchia sedia che ornava da sola la cucina, una 
sedia grossolana che restava sempre in un an- 
golo, non toccata da nessuno, ma spesso guar- 
data cupamente da Simona. 

Gabina non aveva mai, prima d’altora veduto 
il volto dell’estraneo che pure indossava il co- 




stume del villaggio, e l'andava esaminando cu 
riosamente, chiedendosi chi fosse e perchè tosse- 
li, legato, nel folto della notte. 

Era un bell’uomo sulla quarantina, i capelli 
di un biondo rossastro ondeggianti sull'ampia 
fronte abbronzata, gli occhi grigi acutissimi, e 
con una magnifica barba rossa cadente sul petto. 
Un'atroce espressione di spasimo gli sconvolgeva 
tutto il volto e sulla fronte gli brillavano, al ri- 
flesso del fuoco, grosse goccio di sudore, ma non 
era pallido come gli nitri e specialmente come 
Simona. 

Cabina certamente non percepì tutti questi 
particolari, ma comprese benissimo che la dentro, 

nella cucina nera illuminata dal fuoco e da una 

specie di lampada a quattro becchi, di latta an- 
nerita dal fumo del lucignolo, posta sul forno e 
che andavasi spegnendo, — accadeva qualche cosa 
di misterioso, di straordinario; e incapace di darsi 
una qual siasi spiegazione, rimaneva muta, im- 
mobile dietro la porta, la fronte incastonata sulla 
fenditura, gli occhioni grigi, - che rassomiglia- 
vano assai a quelli dell'uomo legato alla sedia, 
— spalancati e avidi. 

La piccina tremava di nuovo, — svanita la cu- 
riosità, la paura angosciosa di prima le gravava 
nuovamente sul cuore; - e si domandava se tutto 
non fosse un brutto sogno. 

Gelidi sodi di vento le percuotevano le spalle- 
mal coperte; i suoi piedini, le sue mani, tutta la 

IJF.LKIIIIA, Katdmli Sjrdt. 3 


sua personcina oramai erano coperte di neve, e 
l'acqua che invadeva il cortile saliva, saliva, in- 
grossata sempre più dalla pioggia furiosa. Ben 
presto l’avrebbe costretta a fuggire od a farsi 
aprire la porta, ma lei non se ne accorgeva. Pro- 
vava tanto freddo che sentiva una pazza voglia 
di piangere, eppure non si muoveva... Un nodo 
le serrava la gola, e più d'una volta dei sin- 
ghiozzi aridi, spasmodici, le contorcevano le lab- 
bra rese livide dal freddo e dallo spavento. 

Perchè ciò che vedeva, ciò che sentiva, era 
una scena cosi terribile che avrebbe atterrito 
qualunque uomo, nonché lei, debole animuccia 
di appena nove anni... 


II. 


— Elias, Elias! — esclamava il padre di 
Simona. È inutile che tu urli chiedendo aiuto. 
Nessuno verrà, e la procella nasconde il tuo grido. 
Nessuno verrà! Tu devi morire lì, legato alla 
sedia ove ti assidevi ogni notte, dieci anni fa, ti 
ricordi, miserabile? ogni notte... in qualità di li- 
danzato leale ed onesto!... colla sedia che ab- 
biamo gelosamente conservato per dieci anni... 
che ti aspettava... che getteremo sul fuoco intrisi! 
del tuo sangue vigliacco... 

Difenditi! — diceva cupamente Simona. 
— Se non ci diti una sola scusa, almeno una, 


'9 


del tuo vile procèdere, la tua morte sarà orribile! 
Difenditi! Scusati, e con una fucilata tutto sarà 
finito. Se no, guai a te!.. 

— E sei tu che parli cosi?... — rispose Elias. 
_ Tu donna, tu che mi dimostravi la bontà in 
persona? Tu? 

— T’odio! Tu mi hai disonorato; tu ch'eri 
il mio fidanzato, la vita mia, mi hai tradita, mi 
hai perduta! Il dolore ha ucciso in me ogni sen- 
timento umano: t’odio, e da dieci anni non sogno 
che la vendetta. E che costi è, vigliacco, 1 an- 
goscia che tu provi stanotte in confronto di ciò 
che ho sofferto io? È odio, e son io che ho spro- 
nato i miei alla vendetta... 

— Uccidetemi dunque!., mormorò Elias — 
Ma pensate che v’ha una coscienza... un Dio... 

— Ci aggiusteremo noi con la nostra co- 
scienza e con Dio! esclamò lanu, uno dei fra- 
telli, con un sorriso crudele e feroce che lasciò 
vedere due (ila di denti bianchissimi, torti, da 
belva, scintillanti al riflesso del fuoco. 

— La coscienza e Dio!... — saltò su Simona 
come una vipera. — Ne hai tu avuto coscienza, 
hai pensato a Dio tu?... 

Elias chinò il capo. 

— In nome di nostra figlia... disse. 

— Dunque sai che ho una figlia.' 

— Sì, lo so. Se tu vuoi io la legittimo. La 
piglierò meco e un giorno sarà ricca, perchè io 
lo son diventato e con l’altra non ho tigli... 


20 — 


— Come parli! gridò Pietro, l’altro (ra- 
teilo. Non hai dunque ancora compreso che 
non uscirai di qui nò vivo nò morto?... E acca- 
rezzò lungamente la canna del fucile, che teneva 
sulle ginocchia, dicendo con crudele lentezza: - 
Ti massacrerò io, io che ero il tuo amico, io che 
ti ho introdotto nella nostra casa dove lasciasti 
la sventura e il disonore. Ti ucciderò io e ti porrò 
io sotto terra, tristo serpente miserabile! Ah, con 
chi ti credevi tu? con chi ti credevi? La nostra 
famiglia ha vendicato sempre le offese ricevute, 
e noi, stanotte, noi che ti abbiamo cercato per 
dieci anni in tutti i villaggi di Barbagia, pei monti 
nevosi e per le gole dirupate, noi laveremo col 
tuo sangue la macchia impressa al nostro nome. 

— Simona, SimonaL. mormorò il prigio- 
niero volgendole, spaventato, uno sguardo sup- 
plichevole. Nostra (iglia... 

— Taci, non nominarla! È il fiore nato dalla 
colpa, ma è pura come le nevi del Gennargentu! 
Tu la profani nominandola perchè sei vile, perchè 
sci infame! Tu le sei nulla... Suo padre è Dio!.. 

Tu non le vuoi bene, Simona! Se l’ami 
lasciami vivere!... 

Un lampo brillò negli occhi foschi della 
donna. 

— lo adoro mia figlia e vivo solo per lei. Se 
essa sparisse dalla mia esistenza tutto crollerebbe 
intorno a me e sarei la più sfortunata fra le 
donne. Se l'amo! La mia figlia! La povera figlio- 






— 2 1 — 

lina mia! È tutto il mio amore, la mia felicità! 
Ma ti ripeto di non più nominarla. 11 suo ricordo, 
nonché muovermi ad una pietà, impossibile in 
me dopo tutto ciò che è accaduto, accresce il mio 
odio, la mia sete di vendetta. E non vedo mai 
l’ora di saperti sotto terra affinchè, quando essa 
mi chiede di suo padre, io possa dirle, senza più 
arrossire: È morto!... 

- Dunque è deciso! — gridò Elias. — Uc- 
cidetemi dunque! Vedete che son pronto! Saprò 
morire perchè non sono vile, come voi credete, 
perchè se errai non fu mia colpa, ma del caso 
e per volontà di Dio! Uccidetemi!.. 

— Uccidetemi!... — ripetè fuori il lugubre 
fischio del vento. 

1 cinque personaggi di questa tetra tragedia 
rusticana tacquero un momento. Una calma ter- 
ribile segnava nei loro volti e il fuoco continuava 
a illuminare la scena con tinte sanguigne, e fu- 
nebri chiaroscuri; una scena degna del fosco 
Caravaggio. 

— Racconta dunque perchè mi hai tradito, 
senza scusa alcuna, dopo due anni di fervido 
amore! — Disse alla fine Simona, sempre fissa 
nella sua idea. — Se ti ricordi dovevamo sposarci 
subito perchè io ero madre. T u partisti con un 
cavallo carico di castagne, di formaggio e di ar- 
nesi di legno che avresti venduto a Nuoro per 
comprarmi l’anello di sposa e i gioielli... Dovevi 
ritornare fra quattro o cinque giorni e mi la- 


22 


sciasti quasi piangendo... Son trascorsi dicci anni, 
dieci anni di angoscia, di lacrime e d’odio, ma 
mi pare ieri... E non tornasti; e un mese dopo 
ti seppi sposo a una fanciulla di Fornii!... 

— Racconta! Se hai una scusa, ti ripeto, 
ti uccideremo con una sola fucilata, altrimenti, 
come è vero Cristo, come ò vero che sei lì, legato, 
ti abbrucieremo vivo!.. 

L’accento di Simona era così duro che un 
brivido d'orrore corse per tutto il corpo di Elias. 
Tuttavia, dissimulando, rispose freddamente: — 
Non temo nò il fuoco, nò la palla; pure vi dirò 
come ò accaduto. Non fu mia colpa, vi dico, ma 
volontà di Dio!... Sentite!... — E cominciò: 

« Si, son dieci anni e pare ieri! Io partii pen 
s<indo a te e disegniindo la nostra vita avvenire... 
ma Dio volle altrimenti! Ero due ore distante da 
Fonni, ove contavo di passare la notte, per pro- 
seguire 1'indomani il viaggio verso Nuoro, allorché 
cominciò a nevicare. Non ne feci caso, abituato 
com’ero a tutte le intemperie del tempo, e pro- 
seguii per il sentiero dirupato, attraverso le gole 
dei monti, camminando a piedi davanti al mio 
cavallino tanto carico. E cammina, cammina. Il 
vento mi batteva la neve sul volto, appiccican- 
dola alle mie vesti, alle mie mani, persino alle 
ciglia e alle labbra. In breve il mio pastrano ne fu 
tutto coperto, e le bisaccie delle castagne e la 
groppa del cavallo, tutto, tutto quanto 

Il sentiero sparve sotto la neve, ma io, che 


mi credevo pratico dei luoghi, proseguii senza 
turbarmi, in linea retta, gli occhi lissi sull oriz- 
zonte dove di tanto in tanto credevo scorgere il 
profilo di Fonni. Il vento urlava pazzo per le 
montagne e la notte piombava, ma la neve ca 
deva sempre... Cadeva sempre, ammucchiandosi 
sui miei passi, e nessuna anima viva intet rom- 
peva la solitudine selvaggia dei monti. Solo noi, 
io che cominciavo a perdermi d'animo, bagnato 
lino alle ossa, cominciando a credere d'essermi 
smarrito, giacché Fonni non compariva più sul 
mio cammino, — e il povero cavallo che tremava 
tutto e non poteva più andare innanzi. - La 
neve ingrossava; per ogni passo occorrev a un 
quarto d’ora, e le tenebre si facevano ognora più 
folte. Mi pentivo di non essermi fermato in un 
ovile incontrato mezz’ora prima che la neve co- 
minciava e dove il pastore m aveva invitato a 
passare la notte, pronosticandomi la vicina bufera, 
e ad un tratto, disperato del tutto, pensai di 
dar volta e * ritornarmene là. Decisi di salire anzi 
a cavallo, perche mera impossibile proseguire a 
piedi, ma siccome l’animale era estenuato più di 
me. cosi gravemente carico come si trovava, lo 
scaricai di tutta quella roba che, mal come potei, 
misi al sicuro sotto un albero, sperando di ritro- 
varla l'indomani, lo montai e via! 

- Avanti! — dicevo amorevolmente al mio 
povero cavallino, — stanotte ci riposiamo laggiù 
e domani sorgerà un bel sole che ci permetterà 








— 24 — 

di ritornare qui. Ripiglieremo la nostra mercanzia 
e andremo a Formi. Là giunti non c’è più che 
temere! Avanti, avanti!... 

« Per un po' il cavallo parve partecipasse alle 
mie idee e camminò, ma a un punto rallentò il 
passo e lini col fermarsi. Invano lo aizzai, lo ca- 
rezzai, lo percossi; non si mosse più, ed io dovetti 
smontare e ripigliare il cammino a piedi, trasci- 
nando dietro, la povera bestia. 

« Oh, che notte orrenda! — Il vento era ces- 
sato, ma la notte regnava folta e desolata sulle 
montagne e la neve cadeva, cadeva sempre. Una 
lieve luce bianca tramandata dal manto che co- 
priva le rupi mi permettevano di non cadere in 
qualche precipizio, — ma a poco a poco i miei occhi 
si velavano, le gambe mi si intorpidivano sotto 
le ghette bagnate e tutto il mio corpo diventava 
freddo e inerte come la neve su cui mi trascinavo 
barcollando. Una volta, io e il cavallo, cademmo 
in un fosso; io mi rialzai a stento ma il cavallo non 
si mosse più ed io non pensai punto ad aiutarlo. 

■ Ripresi la via: ero interamente coperto di 
neve: grosse lagrime mi cadevano dagli occhi e 
finivano confondendosi con la neve che mi im- 
biancava la barba: le mani mi pendevano inerte 
e gelate sotto il pastrano freddo e pesante, e i 
piedi andavano, andavano, automaticamente, a 
caso, barcollando. E non un lume appariva nella 
notte, non una voce umana risuonava per l'or- 
ribile solitudine della montagna. 


»s 


■ A manca e a destra i picchi bianchi s’innal 
zavano perdendosi nel cielo color di cenere; dietro 
non scorgevo nulla attraverso la nebbia che scen- 
deva lentamente dall’orizzonte e che presto mi 
avrebbe attorniato; davanti la china si stendeva 
sotto i mici piedi, piena di burroni e di precipizi. 
Non era certo questa la strada percorsa qualche 
ora prima, no, — e l'ovile non poteva comparire 
innanzi a me perchè mero smarrito! Oh, perchè 
non avevo proseguito verso Fonni? Forse non 
era poi tanto lontano dal sito dove avevo lasciato 
le bisaccie... forse... forse... 

• Le forze mi venivano meno; dopo mezz’ora 
di faticoso e inutile cammino la nebbia mi raggiun- 
se, acre, densa, nera, mi circondò, e proseguii la 
discesa, togliendomi l'ultimo barlume di luce. An- 
cora un passo e sarei caduto forse in qualche abis 
so: d’altronde m'era impossibile continuare perchè 
ora la neve mi giungeva al ginocchio e una volta 
affondati i piedi mi riusciva a stento trattenerli... 

« Ero bagnato lino alle ossa; non vedevo più, 
e come gli occhi cosi mi si velò la mente! Caddi 
sulla neve e raccomandai la mia anima a Dio, 
pensando un'ultima volta a Simona!... 


Ili. 

Elias tacque un momento, quasi ancora op- 
presse» dal ricordo di quella triste notte, forse 




— 26 — 

confrontandola con la notte, più triste ancora, che 
trascorreva. 

— Prosegui! - disse Simona. Il suo accento 
non era più feroce, i suoi occhi stavano fissi al 
suolo e. tutta l'espressione truce del suo volto 
andava sfumando insensibilmente. Elias se ne ac- 
corse e sussultò di speranza, poi riprese: 

« Quando rinvenni era giorno alto. Mi trovai 
steso in un letto caldo, in fondo a una cucina 
grandissima, nel cui centro, nel focolare di pietra, 
ardeva un enorme fuoco il cui tepore giungeva 
sino a me. Dalla quantità delle stoviglie e delle 
masserizie che arredavano la cucina arguii di 
trovarmi in casa di gente benestante; una ra 
gazza preparava il pranzo accanto al focolare e 
al suo costume la riconobbi per fònnese. Dunque 
ero a Fonni!... Chi mi ci uvea trasportato? Chi 
mi aveva salvato?... Che differenza fra il mio stato 
di dieci ore prima e il presente! fra il letto di 
neve, sotto il cielo nero e la nebbia, con la morte 
allato, e il letto caldo in cui mi svegliavo, e la 
bella ragazza che mi stava vicino, forse spiando 
il mio ritorno alla vita!... 

« Si, proprio una bella ragazza! Quando, ac- 
cortasi di me, mi si accostò, la guardai mera- 
vigliato, chiedendomi se non era una visione. Non 
avevo mai visto una bellezza simile; solo la nostra 
Madonna del Latte dolce, nei giorni di festa. 

« Cosi gli occhi grandi e neri, cosi i capelli, 
così la pelle color di rosa, la bocca piccola, il 


naso profilato, il collo lungo bianchissimo, la per- 
sona tutta, infine, tutta... 

« Aveva una gonna sola, stretta, che le 
disegnava le anche ben fatte, e lasciava vedere 
i piccoli piedi calzati da scarpette piene di fiocchi, 
un corsetto nero di albagio, e il piccolo busto 
slacciato sulla camicia bianchissima, sotto le cui 
pieghe si modellava il seno nascente, perchè la 
fanciulla poteva avere al più diciotto anni. 

« Se faccio tutti questi particolari, — pro- 
segui Elias mentre gli occhi di Simona ripren- 
devano il cupo lampeggiamento di prima, indo- 
vinando nella bella fanciulla fonnese la donna 
che le aveva rapita l’intera felicità della sua vita 
è per spiegare in qualche modo la causa pri- 
miera del mio traviamento. 

• lo dunque la guardavo incantato, e mentre 
essa mi accomodava le coperte sulle spalle un 
brivido mi passò per tutta la persona. Ahimè, 
lo confesso, in quel momento avevo scordato la 
bufera della notte, il mio cavallo morto fra la 
neve, le castagne perdute, la causa per cui mi 
trovavo in quel letto... 

« — Come stai?.. — mi chiese la fanciulla ta- 
standomi il polso. Son già cinque ore che tu va- 
neggi!.. Come ti chiami? 

• — E tu?.. - domandai io con voce rauca. 

« - Dove sono?.. 

« — In casti mia! Mi chiamo Cosema I J ... 
Stanotte il mio servo che passava per Iti mon- 


26 


Uitfnn ti trovò, quasi morto, sulla neve. Ti prese 
sul suo cavallo e ti portò qui. Sei a Fonni sai ! 
Dopo molte cure, rinvenisti verso le cinque di 
questa mattina, ma subito ti assilli la febbre e 
il delirio, sicché non potei supere chi tu fossi. 
Al tuo vestire credo che tu sii del villaggio di 
A..., ma non so chi tu sei!.. 

« Le raccontai la mia storia, non tacendole 
il motivo del mio viaggio e le mie prossime nozze 
con Simona. 

Devi esser ben povero se, per comprare 
gli anelli, ti vedesti costretto a intraprendere un 
viaggio cosi!... - mi disse Cosema fissandomi coi 
suoi grandi occhi neri lucenti. 

* — • > ' ,<> . — risposi, — non sono tanto povero! 
Ho un chiusetto piantato a castagni che mi rende 
venti studi ogni inverno, ed ho buone mani per 
lavorare! Ma è neccessario che vada a Nuoro di 
tanto in tanto per vendere i miei prodotti. Ho 
anche il carro e i buoi, e il cavallo e la casa... 
non sono povero, no. E anche Simona mi porterà 
qualche cosa... 

« Parlammo così lung’ora, con la massima 
confidenza, quasi ci fossimo conosciuti da molto; 
e Cosema, a sua volta, mi disse che era orfana 
e ricca. Amministrava da sé, essendo pochi mesi 
prima morto il suo tutore, e aveva una serva e 
due servi, uno contadino e l*altro, quello che mi 
aveva salvato, pastore. Possedeva la casa, un orto 
grandissimo, una tanca e molto bestiame. 


« Quando mi volli levare, me lo impedi, dicen- 
domi ch'ero malato e che il medico, chiamato la 
notte al mio letto, aveva ordinato di non lasciarmi 
non solo ripartire, ma neppure levare. — E restai! 
— Peppa, la serva, sopragiunta, mi diede una sco- 
della di brodo e mi ripetè tutto ciò che la padrona 
mi aveva detto, compreso l'ordine del medico. 

« Intatti il freddo e la febbre non tardarono a 
ricomparire; una febbre gagliarda che mi faceva 
ballare nel letto, che sconvolveva tutto a me in- 
torno, in un vortice pazzo e vertiginoso. Rimasi 
cosi, tra la vita e la morte, per una settimana. 
Nei lucidi intervalli pregavo Coscma di mandare 
a dire a Simona il mio stato per rassicurarla 
sulla mia tardanza, e la ragazza mi diceva sempre 
di si, scongiurandomi a star tranquillo. — In 
quelle ore di sofferenza e di spasimo pensavo 
sempre a Simona, ma i miei occhi, il mio pen- 
siero sconvolto dalla febbre vedevano Cosema, 
Cosema bella che andava di qu;i e di là per la 
cucina, in punta di piedi per non disturbarmi, 
che si chinava sovente sul mio letto, posandomi 
sulla fronte la mano bianca e fresca, che vegliava 
intere notti al mio capezzale, magnetizzandomi 
coi suoi occhi di bambina innocente e per ciò 
più pericolosa. 

Tutte quelle cure, quelle attenzioni che mi 
dava, senza quasi conoscermi, mentre destavano 
in me la più profonda delle riconoscenze, mi fa- 
cevano pensare con dispetto alla strana indi!- 


fetenza ili Simonu, la mia lidanzata che non dava 
sepno di vita mentre io morivo lontano dal mio 
paese, morivo per caussi sua e pensando a lei! 
li vero che anche gli altri miei parenti non si 
facevano vivi... ma io non badavo a loro, non 
pensavo a loro... 

• Dopo una settimana cominciavo a sentirmi 
meglio e il medico mi disse che fra otto o nove 
giorni sarei stato in grado di ritornarmene al 
mio villaggio. Pensavo con dolore al cattivo esito 
del viaggio e al ritardo delle nostre nozze; il ca- 
vallo e le castagne non s'erano potute rinvenire, 
benché Cosema avesse mandato il servo per la 
montagna. I na notte procellosa come quella in 
cui m ero smarrito, allorché sentii la porta della 
cucina aprirsi leggermente ed entrare una per- 
sona che sulle prime non distinsi bene. 

* Poteva essere mezzanotte. Il vento romoreg- 
giava sopra il letto e copriva ogni altro romore 
umano. Nel focolare il fuoco coperto di cenere 
mandava di tratto in tratto una fiammata azzur- 
rognola che illuminava debolmente la cucina. A 
quel chiarore incerto credetti riconoscere Poppa 
nella persona entrata e pensiti che venisse ad 
assicurarsi se stavo bene e se dormivo. Finsi di 
dormire, ma con gli occhi semi chiusi. 

« La ragazza si avvicinò in punta di piedi al 
mio letto e si fermò, guardandomi a lungo, con 
gli occhi sfavillanti nella oscurità. Un tremito 
mi invase tutto, mio malgrado... 


« Non era Peppa quella, no, era Cose ma... 

« Che mai voleva? Perchè mi guardava 
cosi? Perchè tremavo tutto sotto il suo sguardo? 

« A un tratto si chinò su di me e mi baciò!.. 

« Le sue labbra ardevano come bragie ed io 
sussultai quasi m’avesse toccato un ferro rovente. 
Credendo d’avermi svegliato Cosema diede un 
passo indietro e andò leggermente a sedersi ac- 
canto al focolare. Ma io non mi mossi e conti- 
nuai a tingermi dormito. Rassicurata, Cosema, 
rimuginò il fuoco e chinò il capo sulle braccia 
conserte sui ginocchi. Mi sembrò che piangesse... 
Non saprei dirvi ciò che intanto accadeva entro 
di me, ma certo avevo dimenticato il cavallo, le 
castagne e le nozze. Il bacio di Cosema mi ar- 
deva il volto e mille confusi pensieri passavano 
nel mio cervello. 

« Era un sogno dunque? Che significava ciò? 
Che Cosema si fosse innamorata di me, cosi, in 
pochi giorni, lei cosi bella, così giovine e ricci»? 
Di me estraneo, sconosciuto, ch'ella sapeva pro- 
messo ad un’altra donna?... 

« Non potevo credere ai miei sensi, ma in- 
tanto vedevo la bella fanciulla là. nella penombra, 
piangere silenziosamente, e la mente mi si scon- 
volgevi», e il sangue mi ardeva instintivamente. 
Mio Dio, mio Dio, che tentazione! Se Cosema 
mi avesse ribaeciato, m’avrebbe perduto, non 
ostiinte tutti i miei propositi. 

« Però essa si ritirò senza neppure guardarmi. 


52 


« L’indomani la vidi pallida e con gli occhi 
rossi, ma non le dissi nulla. Solo, in un momento 
in cui non c'era mi vestii e mi assisi accanto al 
fuoco e quando essa entrò le dissi che volevo 
partire. 

« — Hai ragione, — rispose essa con fred- 
dezza. — Ti abbiamo molto mal trattato, e certo 
non vedi l'ora di andartene. 

« — Dio ne guardi! — gridai io. — Anzi 
avete fatto tutto ciò che io non meritavo! Mi 
avete salvata la vita ed io me ne ricorderò sempre. 
Voglio andarmene per togliervi il disturbo. Ah, 
Cosema, costi hai tu detto! Ma mi prendi per un 
animale? Io non so cosa fare per sdebitarmi di 
tutto ciò che ti devo, l’aria; chiedimi ciò che tu 
vuoi e farò tutto per te... 

« Xon avevo ancora ben pronunziate queste 
parole che gi;'i me ne pentivo, perchè vidi gli 
occhi di Cosema brillare di gioia. Ah, se mi avesse 
chiesto l'impossibile... di amarla... 

« — Allora rimani finché sarai ben guarito! 
rispose ella. — Rimasi. Tanto più che mi sen- 
tivo incapace di intraprendere il viaggio, cosi de- 
bole, e col tempo pessimo che regnava. Ma non mi 
sentivo tranquillo e un presentimento mi diceva 
che avrei linito col cedere alla misteriosa sedu- 
zione di Cosema. Lottavo con tutte le forze, ma 
l'immagine della bella ragazza, per lo più reale, 
s'imponeva al mio pensiero e il ricordo del suo 
bacio mi faceva tremare più della febbre. 


— i> — 

« Invano pensavo intensamente a Simona, 
al suo stato, alle mie sacre promesse: quando più 
forte era la mia decisione, ecco Cosema lì, da- 
vanti a me, affascinante, bella, che mi incantava 
col suo sorriso, col suo sguardo fisso nel mio, col 
quale mi diceva tante cose che non osava espri- 
mermi a voce. — Signor Iddio! che spasimi, che 
tentazioni, che guerra! Piangevo come un bam- 
bino, e più di una volta, nella notte fonda, mentre 
imperversava la procella, fui per fuggire da quel- 
l’inferno, dicendomi ch’era meglio morire fra i 
monti, che vivere così. Perchè mi avevano sal- 
vato? Perchè?... 

« 11 dolore interno accresceva il mio male; 
avevo la febbre nel sangue e nel cervello e mi 
pareva di odiare Cosema a cui dovevo tanto; 
Cosema che ogni notte veniva a darmi il solito 
bacio, all’oscuro. Cosi non poteva durare, binii 
col credere che tutto fosse un sogno, un'opera 
del demonio, e fisso in quest'idea decisi di ac- 
certarmene. Non l'avessi mai latto!... 

c Una notte, mentre Cosema mi baciava, le 
afferrai le mani e spalancando gli occhi la fissiti 
alla luce incerta del fuoco. Ella non disse nulla, 
ma tremò tutta e aspettò che parlassi. 

« — Cosema... che vuol dire ciò?.. — chiesi 
severamente. 

« Essa si lasciò cadere in ginocchio e na- 
scondendo il volto fra le mani mormorò: Per- 

donami!... T’amo da morirne!... 


Dki.kdda, Rateanti Sortii. 


3 


« Anch’io cominciai a tremare; pure, facendo 
il forte, esclamai: 

* — Che hai tu detto? Ma non siti che sono 
ammogliato?... 

« — Non è vero!.. So tutto... So che sei fi- 
danzato e so lo stato in cui si trova Simona... 
l’erò so anche che tutto il villaggio dice che tu 
non sei il solo padre di... 

« — Cosema! — gridai fuori di me. Non 
calunniare nessuno! Dimmi che m’ami, che mi 
vuoi... ma non calunniare... 

« — Dico ciò che ho inteso. Ma non gridare 
cosi! Peppa potrebbe svegliarsi e accorgersi di 
tutto.. Non perdermi perchè t'amo!... 

« Era così supplichevole che, abbassando la 
voce, le chiesi fremendo la spiegazione delle sue 
orribili parole. E lei mi raccontò mille storie che 
non ricordo bene, che non sentivo bene, ma dalle 
quali emergeva chiara per me una sola cosa. Che 
io ero mistificato in una guisa infame e che Si- 
mona non m’amava, ma lo fingeva per coprirsi 
di una colpa di cui non io solo era il complice... 
Oh, che orrore, che orrore! 

Che miserabile!.. esclamò Simona, in- 
terrompendo il racconto di Elias, livida in volto, 
agitando le braccia. Ma Tanu, il fratello, che la 
pensava diversamente, ascoltando Elias con un 
sorriso acre d'incredulità, sicuro che tutto il rac- 
conto era una fiaba, la calmò a stento, e disse 
beffardo: 


— Prosegui e sii più breve... 

« — Sarò breve. Cosema mi promise delle 
prove, poi, tutto ad un tratto, si mise a pian- 
gere disperatamente, singhiozzando. 

« — Ebbene, — chiesi io sorpreso, — e ora 
perchè piangi?.. 

« In realtà, non potevo trattenermi neppur 
io, e un nodo mi serrava la gola. Credevo e non 
credevo a ciò che Cosema m’aveva detto e mentre 
sentivo una pazza voglia di schiaffeggiarla, avrei 
voluto baciarla dicendole: T'amo, e disprezzo 
SimonaL 

« — Perdonami... perdonami... — ripeteva 
essa con la voce rotta dal pianto. — So che non 
puoi amarmi, che ami quella... Perdonami se non 
ho potuto resistere... ma ti amo tanto... ma sento 
morirmi... ma se tu non avrai pietà di me ac- 
cadrà qualcosa di fatale 

« — Cosema, Cosema, — le dicevo io, 
come puoi tu amarmi? lo sono povero, e i tuoi 
parenti, anche se io t'amassi, non acconsenti- 
rebbero. 

« — Io non ho parenti! Son padrona di me 
e farò ciò che mi piacerà. Ma tu non puoi, non 
vuoi amarmi, tu ami quella... — e accentava con 
disprezzo la parola quella, — tu mi lascierai 
morire... 

« — Oh, Elias, se tu sapessi come soffro! Ti 
ho amato dal primo vederti e subito mi accorsi 
che la tua entrata in casa mia doveva portarmi 


la morte! Ma io non ti chiedo nulla, nulla. Se 
vuoi andartene vattene, ma ricordati di me... Fa 
conto di non aver inteso nulla dalle mie labbra 
e sposa Simona, ma quando stirai infelice ram- 
mentati che io sono più infelice di te. 

« Cosi Cosema parlò lung’ora, sempre china 
su me, bruciandomi il volto col suo alito ardente, 
bagnandomi le mani con le sue lagrime. Non 
sapevo in qual mondo mi fossi e mi morsicavo 
le labbra, rattenendo a stento il pianto e le be- 
stemmie che in pari tempo mi salivano dal cuore 
che mi saltava in bocca. 

« il fuoco si spense e rimanemmo all’oscuro. 

« Addio, addio!... disse Cosema. — Ora 
me ne vado. Domani partirai e non ci vedremo più. 
Ricordati di me, Elias, ricordati. Addio, addio... 
Vattene pure; io non ti chiedo nulla!.. 

« Non mi chiedeva nulla, ma intanto mi co- 
priva il volto di baci e di lagrime; lagrime che 
parevano goccie di piombo liquido; baci lunghi, 
pazzi, che mi bruciavano le labbra, gli occhi, 
le guancie, che linirono col togliermi la ragione 
rimastami. 

« — Cosema, — dissi con voce rauca, strin- 
gendole Iti testa fra le mani e ricambiandole i 
suoi baci, — t’amo e rimarrò! 


« Due giorni dopo, — conchiuse Elias, - 
un prete venne in casa di Cosema e ci sposò. 


M — 


segretamente. Io avevo sempre la febbre e operavo 
automaticamente, senza quasi avvedermi di nulla. 

« Lo stesso giorno si fecero le pubblicazioni 
e tre settimane dopo davanti alla legge ero per 
sempre legato a Cosema. Sicché, quando passati 
i primi ardori, ritornai in me, e mi avvidi del 
mal fatto, e mi convinsi che le voci correnti sul 
conto di Simona erano vere calunnie, era troppo 
tardi! — » 


IV. 

— E chi ci assicura che tutta questa storia 
non sia una fiaba?... — esclamò Tanu con voce 
terribile. 

Elias chinò il capo e nei suoi occhi morì la 
speranza. Dal volto dei suoi giustizieri, niente 
commossi dalle sue parole, egli vedeva la sua 
condanna, e provava il sovrumano strazio del 
condannato a morte nel tior degli anni, ma non 
voleva dimostrarlo per non parer vile. 

— È vero! — disse, — nessuno può di- 
fendermi... 

Rivolse uno sguardo a Simona, ma gli occhi 
della giovine erano lontani dai suoi, e d’altronde? 
Anche volendolo essa non avrebbe potuto sal- 
varlo. 

— Tu morrai! — sentenziò cupamente il 
padre. 


Si fece un lungo silenzio. La sorte di Elias 
era decisa; egli non doveva uscire da quella casa 
fatale dove dieci anni prima aveva passato tante 
ore felici. La storia di Cosema non aveva punto 
alterato i cruenti propositi della famiglia da lui 
disonorata, e il fucile brillava sempre nelle mani 
di Pietro, che si considerava la causa primiera 
della sventura di sua sorella. 

E poi ora era una questione di vita o di 
morte. Perdonando Elias essi si perdevano perchè 
egli si sarebbe certamente vendicato di quella 
terribile notte, — vendicato a dovere, possente 
e ricco come egli era. Dunque doveva morire. 

Nessun fremito di paura o di esitazione pas- 
sava in quei cuori induriti da una vita aspra e 
stentata, che avevano per religione la vendetta, 
l’odio per Dio. 

Una notte essi avevano giurato, intorno a 
quello stesso focolare, su quel medesimo fuoco 
che mai non si spegneva, di lavare col sangue 
l'offesa ricevuta, e, attesa per mesi ed anni, fi- 
nalmente giungeva l’ora sognata. 

E si accingevano a uccidere un uomo con 
un raccoglimento quasi religioso, sicuri di fare 
un dovere, convinti di mancarvi se perdonavano, 
a fronte alta, davanti a quel Dio di cui ignora- 
vano le massime, che supponevano crudele al 
pari di loro... 

— Vattene!.. — disse Pietro a Simona. 

— No, rimango sino all’ultimo!... — rispose 


la giovine con voce ferma che fece trasalire 
vivamente Elias. 

Pietro alzò il fucile... 

Il vento, la pioggia, i tuoni scrosciavano fuori 
con indicibile fragore; parevano urli umani e ro- 
vinare di montagne; la giusta ira di Dio per il 
delitto che consumavasi in quella casa nera e 
desolata, abitata da demoni in vesta d'uomini. 

Pietro mirò Elias; ma mentre stava per cal- 
care il grilletto un colpo secco e sonoro, che non 
era certo causato dal vento, battè sulla porticina 
sprangata che dava sul cortile. Si guardarono 
tutti spaventati, le labbra pallide, il cuore im- 
moto, e il fucile ricadde sulle ginocchia di Pietro. 

Chi poteva essere? Erano dunque scoperti... 
perduti?... 

Ma repente Simona si alzò di scatto e gri- 
dando con terrore, — Cabina! Cabina!.. si 
slanciò verso la porta, a sititi, fremendo, come 
una jena ferita, e apri... 

Trovò intatti la piccina, stesa per terra, ba- 
gnata e svenuta. — Cabina visto e aulito tutto, 
non aveva potuto resistere, ed era svenuta, piena 
di spavento e d’orrore... 

— Figlia mia!.. Gabina, Gabinedda... tiglio- 
lina mia!., diceva Simona prendendola fra le 
braccia e portandola accanto al focolare. Vistala 
così livida, fredda, bagnata, con gli occhi chiusi 
e il volto ancora scomposto dallo spavento, Si- 
mona la credè morta e — dimenticando del tutto 


40 


Elias che divorava la bimba con gli occhi, — 
si mise a piangere spasmodicamente, chiaman- 
dola coi più dolci nomi e spogliandola dalle ve- 
sti inzuppate, riscaldandole i piedini contratti e 
baciandola furiosamente. 

Ma Cabina non dava segno di vita. 

— Gabinedda... Gabinedda mia... liglia mia... 
cuor mio, dolce cuor mio! Ahi! è morta... è morta- 
la liglia mia adorata, la sola mia gioia!... Fiorel- 
lino mio, Cabina, povera, povera... Come faccio 
io... Dio mio, Dio mio, come farò... F morta... 
vedete, babbo mio, toccate, è morta... è fredda... 
è morta, Dio mio!... 

Simona gesticolava e smaniava; pareva im- 
pazzisse, e a momenti parlava, a momenti sor- 
rideva sembrandole che Cabina tornasse in sé, 
poi ricominciava a piangere come una pazza. 

Tanu e Pietro intanto si guardavano confusi 
e interdetti. Certo la piccina aveva inteso e visto 
tutto. Dunque?... 

Elias taceva e (issava Sempre la bimba, cupo 
e disperato. 

— Oh, se fosse morta, se fosse morta davvero?. 

Zio Tottoi invece, ch’era molto superstizioso, 
sorrideva amaramente pensando, che là sotto, 
stava la mdno di Dio che li puniva, o almeno 
li avvertiva; la luce inondava l'anima del vecchio 
e un grande pensiero gli brillava nella mente. 
Prese Cabina dal grembo di Simona e la pose 
fra le braccia di Tanu dicendogli: 










— 41 — 

— Portala su, al letto... c tu Pietro, corri 
e fa venire il medico... 

— Babbo!?! — esclamò il giovine spalan- 
cando gli occhi e accennando Elias, mentre Tanu. 
obbediente, usciva con Cabina Ira le braccia e 
Simona dietro col lume. 

— y a ; _ rispose il vecchio. - Va ti dico. 
Non accadrà nulla di male!.. 

Fidente nel padre, Pietro che adorava la 
nipotina, che anch’egli credeva morta o in fin 
di vita, depose il fucile e usci... 

Dopo un momento zio Tottoi si avvicinò 
alla porta e chiamò: 

- Simona, Simona! Scendi... — La giovine 
scese subito. 

— Simona, — mormorò il padre con voce 
solenne e misteriosa. — Cabina ha visto tutto. 
È la mano di Dio... Simona... 

La giovine comprese; rimase immobile, muta, 
gli occhi fissi su Elias, i grandi occhi nel cui 
fosco brillare si leggeva una vera battaglia in- 
tema. — fc la mano di Dio!... - ripetè il vecchio. 

A un tratto Simona si slanciò verso Elias 
e sciolse le corde; libero che fu lo prese per mano, 
lo condusse al cortile, gli apri il vecchio portone 
e lo spinse nella via dicendogli: 

— Vattene e ricordati di tua figlia!... E ri- 
mase- li finché il passo di lui non mori in lon- 
tananza, fra gli urli della procella. 

■( i S92) 




■ 1 




I* Il Mago 





ivevano in fondo al villaggio, 
uno dei più forti e pittoreschi 
villaggi delle montagne del 
Logudoro, anzi la loro casetta 
nera e piccina era proprio 
l'ultima, e guardava giù per 
le chine, coperte di ginestre 


e di lentischi a grandi macchie. 

Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il 
mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, con- 
fuso col cielo di platino in estate, nebbioso in 
inverno : cucendo presso la finestra scorgeva una 
immensità di vallate stendentisi ai piedi delle 
sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle 
messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del 
torrente che scorreva fra le roccie e i roveti 
montani. — In quella casa piccina e nera, col 







— |6 — 

tetto coperto di musco giallo e rossastro om 

U " VCCChÌO pC, ^ oIato > A* tanta 
lesta d, cieli azzurri e di immensi orizzonti silen- 

f 2 " s " da da, anni, Savcria scorra,.» ,» % 

elice , ho si possa immaginare, accanto al saio 
Menane sposo dai grandi occhi ardenti e le lab- 
h.a rosse come i frani delle eriche fra cui con- 
duce,,, , suo, armenti, la sola su » ricchezza Si 
chuima, - » Antonio. Annesso dacché aveva spo 

v vev , , ‘ S * n ° ra SU °‘ da pastore, 

’ lc ,clss, mo; però una leggera nuvola era 
apparsa dopo due anni di completa felicità sul 

lo e lv ren ° ddla ^ Avaria non 

"* ancora nccennava a renderlo 
P< • Era una cosa ben triste! Egli l'avevi 
tanto sognato un bel marmocchio bruno come 

! \ he appena m » am be l’avrebbe seguito sue 
g«u Ira , boschi e le valli, aiutandolo nelle dure 

fórto ' PaSt ° re; Un marmoc chio che poi, fatto 

ve eh an ° tt0 ’ Ri ° ia e ,a s P era nza dei suoi 
cechi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tra- 
mandato il loro nome e la discendenza dei loro 
armenti in un altro, e cosi via pei secoli dei 
seco i! Tutti gli avi di Antonio erano stati pa- 

mreomeT 5 ^ 1 g, ° rÌa Cffli S0&nava di continuarla 
ma come fare se non veniva l’erede? 

Tutto iu messo in opera; promesse, novene 

pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa 

nuda, a piedi, sino al celebre santuario della 

Madonna de, Miracoli, a Bitti, fece fare una 


processione, una messa solenne, e promise di 
dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna 
quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, 
ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sot- 
tile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo 
e la camicia ricamata, e la casa non veniva 
ancora rallegrata dagli strilli del sognato bam- 
bino nè dalla nenia della mamma accompagnata 
dal cigolio della culla. 

lira una ben triste, triste cosai Se ne aveva 
già deposta l'ultima speranza allorché un giorno 
un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse 
con profondo mistero, dopo i primi complimenti 
alla francese (I): Non sapete dunque, comare 
Sabè? Peppe Longu mi ha detto che voi non 
fate figli perchè... 

Perché ?.. chiese attenta Saveria con gli 
occhi spalancati. 

Perchè? seguitò l’altra abbassando la 
voce. Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe 
e un mago di prima qualità, cosi almeno dicono 
tutti... e lui stesso mi ha detto che è per opera 
di una sua magia che voi non avete ligli. 

Liberattosdotniiie ! esclamò Saveria ri- 
dendo e facendosi il segno della croce. Come 
tutte le donnicciuole del villaggio essa era super- 
stiziosa e credeva alle magie, anzi una volta 


(i) Per Io più, nel l.ogudoro meridionale, invece di dire: come 
siate? si dice: come siete? 


aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma 
bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe 
Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel 
punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra prosegui, 
offesa deH'incredulità di Saveria, e tanto disse 
che lini per convincerla. 

Dopo un’ora di chiacchere accanto al foco- 
lare, sulle cui bracie Saveria aveva posto a 
bollire il calle, ell’era cosi convinta della magia 
di Peppe che chiese pensosa alla comare: 

— h... ditemi, non la potrebbe disfare questa 
opera infernale? 

— Questo poi no, mi ha detto, questo no! 
Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!.. 

All’imbrunire Antonio comparve in fondo 
alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la 
bisaccia gonlia di formaggio fresco e di ricotta. 
Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergo- 
lato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise 
punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si 
contentò di scuotere la testa. E quando tutto 
tu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, 
Antonio si sedette a piedi in croce accanto al 
focolare e si fece ripetere la strana novità. 

Ma che diavolo avete con Peppe ? Perchè 
si vendica cosi orribilmente? domandò alla line 
Saveria con grande serietà. 

-- Nulla!., rispose Antonio. A meno che 
non sia perchè mi rido sempre delle sue magie! 

— t male! non hai visto come ha disperso 


— 49 ~ 


le .cavallette che rovinavano la vigna di Don 
Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu ?.. 

— li vero... è vero... ma ! Vedremo ! Domani 
gli parlerò. 

— Ah, se sciogliesse la magia!., esclamò 
Saveria. 

Quella notte i due sposi sognarono nuova- 
mente un bel bambino bruno; ma l’indomani, 
per quante preghiere Antonio gli facesse, il 
mago del villaggio ricusò assolutamente di di- 
sfare l'Incantesimo. 

Era un tipo alquanto misterioso quel mago: 
viveva come tutti gli altri uomini del mondo, 
però non lavorava mai. 

È vero che oltre le magie pubbliche di cui 
menava vanto, come l'uccidere le cavallette e 
il sanare le pecore malate con semplici parole 
misteriose, per cui non accettava compenso alcuno 
egli riceveva molte visite notturne; però nessuno 
ci badava e generalmente si credeva che i geni 
che egli aveva al suo comando gli dessero il 
denaro e le provviste che abbondavano nella 
sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava 
diversamente perché, viste mal riuscite tutte le 
sue preghiere e anche le sue minacele, si recò 
una notte da Peppe e gli promise un bel luigi 
d'oro purché sciogliesse tinalmente la fatale 
magia. 

Sulle prime Peppe fece il sordo, si mostrò 
anzi scandalizzato, come un artista a cui si 


DklCUDA* K acconti Sardi. 


4 


$o — 


proponga un affare che spoetizzi i suoi ideali; 
ma poi, visto realmente lo splendore del luigi, 
chissà donde il pastore lo aveva tratto ! cede a 
poco a poco e gridò: 

— Ebbene, si! Lo faccio però per amicizia 
e pietà di Saveria; ma tu non lo meriti, tu che 
mi hai sempre deriso!.. 

Antonio protestò; Peppe allora l’avvertì di 
trovarsi l'indomani notte in un sito deserto della 
montagna, col fucile scarico, una tovaglia bianca 
e due ceri. Antonio lasciò la moneta al mago 
e promise tutto; però, allorché trovossi nella 
strada oscura, minacciò col pugno la cassi ro- 
vinata da cui ersi uscito c sogghignò: Ve- 
dremo! 

L’indomsini notte fu il primo ad arrivare 
sii convegno: era un sito orrido e dirupato reso 
fantastico dal chiarore croceo dellsi lunsi sii tra- 
monto. Nella notte serena non spirava un alito 
di brezzsi, e i rovi lioriti, le lisine nere e il mu- 
sco olezzavano nel silenzio misterioso delle roc- 
cie illuminate dalla lunsi. 

Il pastore depose il lucile che, secondo l;i 
raccomandazione di Peppe, non aveva caricato, 
la tovaglia, e i ceri su un masso e attese... 
Peppe non tardò. Le sue prime parole furono: 
È giusta l’ora! Mezzanotte. Stese lsi tovaglisi su 
una larga pietra nudsi e isolata dalle altre, fissò 
i ceri in terni e fece stendere bocconi, per un 
secondo, il pastore. 


Quando si rialzò Antonio vide i ceri accesi 
c il fucile posto sulla tovaglia. — Cominciamo! 
disse Peppe. — 

E infatti cominciò a fare mille pantomime 
che Antonio seguiva con occhio torvo e con un 
sorriso di sdegno sulle labbra. Più che mai si 
sentiva in vena di deridere il mago; ma qual 
non fu il suo spavento quando Peppe rivoltosi 
alla pietra coperta dalla tovaglia, la interrogò 
in un linguaggio strano che probabilmente do- 
veva passare per latino, e la pietra rispose, con 
voce flebile, lugubre, uscente di sotterra, nel 
medesimo linguaggio?... In pari tempo i ceri si 
spensero da sé senza che tirasse vento o che 
Peppe si chinasse su di essi. Si rivolse invece 
verso il pastore che tremava verga a verga e 
gli disse: La pietra mi risponde che... il fucile 
risponderà se la magia è si o no sciolta!... 

— Come? — chiese Antonio richiamato in 
st* dalla voce del mago. 

— Era scarico il tuo fucile?.. 

— Si perdio! esclamò il pastore. 

— Ebbene, piglialo e spara in aria: se fa 
fuoco è segno che l’incantesimo è sciolto! 

Antonio, oramai preparato ad assistere a 
tutte le meraviglie del mondo ma non a quest'ul- 
tima, si accostò alla pietra parlante, prese il 
fucile e sparò... Peppe cadde al suolo, senza 
emettere un solo gemito, col cuore trapassato 
da una palla. 


— 51 — 

Invece di sparare in aria, Antonio lo aveva 
preso di mira 

Dopo il suo involontario delitto, perchè, 
nonostante tutto, credeva che il fucile non fa- 
cesse fuoco, il pastore pensò di darsela a gambe 
ma poi rillettè che nessuno sapeva nulla di tutta 
questa faccenda, e... ripiegò la tovaglia, riprese 
i ceri e il fucile e ritornò al villaggio cammi- 
nando sulle rupi in modo da non lasciare alcuna 
traccia dietro di sé, e passò tranquillamente il 
resto della notte con la sua adorata Saveria. 

... Sempre incredulo in fatto di magie, il 
forte pastore dai grandi occhi ardenti non seppe 
mai spiegarsi come la pietra avesse parlato, 
come i ceri eransi spenti e come il fucile aveva 
fatto fuoco; però nove mesi dopo ebbe la gioia 
di pigliare fra le sue braccia robuste un bel 
marmocchio di cui Saveria lo rese padre. Allora 
si penti amaramente di non aver sparato in aria; 
ma non potendo far rivivere- il mago, si con- 
tentò di fargli dire una messa di suffragio nella 
vecchia chiesetta della montagna. 

039 ') 






Ancora irjaóie 









io Salvatore, il nostro vecchio 
fattore, cominciò; 

— Figlioli miei, io non 
sono stato sempre agricoltore: 
ero nato per diventare qual- 
cosa di grande, prete almeno, 
ma i casi e l'estrema povertà 
della mia buona mamma, non lo permisero. Tut- 
tavia durante la mia fanciullezza feci il scro- 
stano nella nostra chiesetta di San Giuliano, e 
solo allorché, smessa ogni vocazione religiosa, 
pensai di ammogliarmi, mi scossi via il profumo 
d’incenso e di cera che esalava dalle mie vesti, 
e, vestitemi le ghette mi posi a lavorare la terra. 
Sentite dunque: era l’ultimo anno della mia... >v- 
jfrestan/a e ne contavo già ventidue 








Sì 


• ' 1 


5 














Una sera di novembre, all’imbrunire, me ne 
stavo seduto al di fuori della nostra casetta, sul 
carro di un vicino, e guardavo in fondo alla via. 
Siccome faceva freddo nessuno si degnava te- 
nermi compagnia, e anch’io, certo se non fossi 
stato spinto da un forte motivo, non sarei rima- 
sto là. Vedevo i monti, già coperti di neve, 
tutti velati di nebbia, sentivo giù dal cielo fosco 
stillare un'umidità gelata che trapassava il mio 
cappotto, e il vento freddo m'imporporava il 
naso, eppure non mi muovevo. Il campanile nero 
di San Giuliano, facendo di tanto in tanto capo- 
lino fra la nebbia e le tinte fosche dell’imbru- 
nire, mi avvertiva esser l’ora di recarmi a sonar 
I ave, eppure io restavo là duro, stecchito, imme- 
more del mio dovere. Ciò che più mi tentava 
era l'allegro schiopettare del fuoco, dentro, nella 
nostra cucinetta calda ove mamma preparava 
un buon minestrone di fagiuoli con cavoli, un 
vero lusso sapete, aizzando ogni tanto con la 
sua voce tremula l'asinelio che funzionava an- 
cora, monotono e lento, intorno alla macina in 
un angolo della cucina. Guardavo ogni tanto il 
tetto basso e umido che fumava e il peronsie 
del buon fuoco accresceva il mio freddo, pure non 
mi muovevo, come fossi incantato. — Ah, sì, ero 
proprio incantato. Un’ora prima, aU’uscita della 
novena, Graziarosa, mi aveva detto con mistero: 

Compare Batò, devo parlarvi: attende- 
temi fra un'ora davanti a casa vostra. — Gra- 


ziarosa parlarmi, darmi un convegno! Era una 
cosa che io non sognavo neppure: perchè dovete 
sapere che, innamorato pazzo di lei, lei non mi 
aveva mai voluto ascoltare, anzi mi derideva 
chiamandomi: compare campanile! Come soffrivo 
Dio Santo! Graziarosa si credeva un gran che 
perchè serviva in casa del Sindaco, il più ricco 
signore del paese, e accompagnava la padron- 
cina donna Daniela, a passeggio; era una bella 
ragazza, Graziarosa, con gli occhi verdi, e io 
ne andavo pazzo: ma lei non mi dava uno 
sguardo, anzi pretendeva di maritarsi con nn 
signore! figuratevi però che signore! uno che 
avesse pantaloni, ecco, talché io, esasperato, 
quando lo seppi, le cantai persino sotto la sua 
finestra, una canzone infame: 

Ttracat chi signorili boi chcriti... 

Essa minacciò di farmi bastonare da suo 
fratello: io stavo per farle comporre una poesia 
scandalosa da un poeta che scriveva così can- 
zoni per l'uno e per l’altro mediante la ricom- 
pensa di sette pcssas (1), allorché mi diede il 
convegno, con buona grazia e chiamandomi in- 
solitamente col mio vero nome. 

Ecco perchè, io che, ben potete figurarvi, 
l’amavo sempre, me ne stavo quella sera al fresco, 
tranguggiandomi la nebbia e col naso rosso... 


(l) Ogni friso corrisponde a 50 centesimi. 


5» - 


Come Dio volle Grazia rosa arrivò: ritornava 
dalla fonte, le mani avvolte nel grembiale e il 
viso livido dal freddo. Appena la vidi mi alzai 
di scatto e le andai incontro palpitando e mor- 
morando : 

— Che diavolo! vi attendo da due ore, sa- 
pete. Ed ho da suonar l ’ avel 

Un sorriso beffardo le increspò le labbra: 
depose l’anfora su un muricciuolo e mi rispose, 
guardandosi attorno: Altro che ave, compare 
mio! Si tratta di scudi. Volete guadagnarcene 
venti?.. 

La fissili bene, e pensili: A che vuol conclu- 
dere? Anch’io mi guardai attorno, ricordandomi 
la sua minaccia, e dubitando che il fratello fosse 
là dietro il muro, ma non vidi nessuno. Solo a 
venti passi la mia casetta nera, fra la nebbia 
invadente e il crosciare minimo della nostra 
macina mossa dall'asinelio, Grazia rosa si accorse 
della mia stavo per dire paura. 

- Su, — disse, facendosi seria, non state 
a fare il matto. Non ho tempo da perdere. Di- 
temi se volete guadagnarvi venti scudi... 

— Assicuratomi che parlava sul serio e 
visto che potevo fare il galante senza correre 
alcun pericolo cominciai a far gli occhi languidi 
imbambolati, e risposi: Comare Graziarò, se dite 
davvero, e se si tratta di farvi un piacere, par- 
late pure subito... Già, lo sapete, io sono pronto 
a gettarmi nel fuoco per voi: purché mi vo- 


gliate un po’ di bene, io, senz’ultra ricompensa, 
vado all’inferno... 

Ufh!.. — esclamò la ragazza (issandomi. 
Siete un fanfarone! E non che andare all’inferno, 
ma scommetto che non mi farete punto il pia- 
cere che vi chiedo, che è poi per altri... Vi sono 
cento lire per me e cento per voi, senza contare 
l’amore che d'ora innanzi vi porterò... 

Queste ultime parole mi entusiasmarono 
tanto che, non sapendo come meglio ringra- 
ziare Graziarosa, cercai farle qualche carezza, 
sembrandomi gi;\ di aver qualche dritto su di 
lei. Ma essa diede indietro dicendo: Abbasso le 
mani, compà, o vi piglio a schiaffi... ohe! 

Brutto prologo del suo promesso amore! 
Siccome la notte avanzava e il vento strideva 
più forte fra la nebbia, Graziarosa proseguì : 

— Stanotte di certo la padrona mi manda 
via... E donna eh, da perdonarmi! Dunque fac- 
ciamo presto. Prima però di dirvi di che si tratta 
bisogna mi giuriate che non svelerete mai nulla, 
acconsentiate o no, nè che mai pronunzierete 
il nome mio se narrate questo fatto! — Io, ap- 
punto perchè sapevo che avrei fatto il contrario, 
conoscendo bene il mio carattere, proferii i più 
orribili giuramenti. Allora Graziarosa, a voce 
sommessa, mi fe noto ciò che voleva: era qual- 
cosa di orrendo per me. Si trattava nientedi- 
meno che di darle, mediante la sopradetta ri- 
compensa di venti scudi c il suo futuro amore, 
un po’ di olio santo!.. 






— 6o — 

Diventai pallido nel pensare che mi crede- 
vano capace di tanto: tremai tutto allorché sentii 
che l'olio santo doveva servire per una magia; 
ma per quante preghiere facessi, ('inizia rosa non 
volle dirmi che sorta di magia fosse e per chi 
servisse. Naturalmente negai, con orrore e ter- 
rore, compiere questo sacrilegio , per quanto 
mi tentasse sempre la strana promessa dell'a- 
more di Grazia rosa e un pochino anche i cento 
franchi. Oh, avere cento franchi e saldare con 
essi l'unico debito che aveva la mamma sin dal 
tempo in cui era morto il babbo! Cento fran- 
chi ! Erano per me un sogno, grande quanto 
quelli che mi dava la disperata passione per 
Oraziarosa, ma averli a quel prezzo! Prima mi 
fossero piombati cento fulmini ! Avrei ucciso 
meglio un uomo! E lo dissi francamente alla 
ragazza. 

Vedete, avevo ragione io! E dicevate 
di andare all’inferno!... 

— Oh, chiedetemi tutto ciò che volete, di- 
temi di fare qualunque altro delitto e lo farò 
per voi, ma questo no, questo no, no, no... 

Dopo lunga contesa Graziarosa se ne andò 
via pestando i piedi ed io rimasi come un sonnam- 
bulo, là, a occhi aperti senza veder nulla, con 
tanto di naso rosso fra la nebbia, chiedendomi 
se tutto non era una visione. 

Quella sera a San Giuliano non si suonò 
punto lave, ed io non presi alcun gusto al mi- 


-Mi- 
nestrone di fagiuoli preparato dalla mamma, la 
quale mi disse : 

- Sei malato! — E volle farmi Itero del 
latte caldo per farmi sudare! 

— Circa un mese dopo, causa un gran 
temporale, rovinò il tetto a una casa vicina alla 
chiesa: la sventura volle che quella casa fosse 
appunto quella del nostro creditore che, povero 
come noi, ci scongiurò a pagarlo alla line, dopo 
tanti e tanti anni. 

Non avevamo neppure dieci franchi disponi- 
bili, sicché pregammo tanto il nostro creditore 
ad avere pazienza, ma come poteva pazientare 
quel povero diavolo con la casa scoperta? E in 
inverno? In breve: citò la mamma. Fu quella una 
brutta giornata per noi che non sapevamo neanche 
di che colore fosse l’usciere, che non avevamo 
mai posto piede, neppure come testimoni, in un 
tribunale. Ci sembrò una infamia, un’onta, tanto 
più che sapevamo di non poter assolutamente 
pagare. 

San Giuliano mio! Cercai ogni pertugio, pre- 
gai tutti, ma ahimè, se ora il denaro è morto 
allora era moribondo, e... non trovai un’anima 
che mi prestasse cento franchi. — Bisognava 
dunque rassegnarci a lasciar fare spese e met- 
terci all’asta le masserizie? 

Fra tanta disperazione una notte mi ricordai 
i cento franchi di Graziarosa, e, ve lo confesso, 
ero cosi desolato e disperato che per un momento 


ebbi il sacrilego pensiero di dare l’olio santo, Ri- 
pensai a che poteva servire, e ricordandomi che 
avevo sentito dire esservi certi signori che non 
credendo più in Dio e nei stinti, per fare uno 
sfregio alla nostra Santissima Religione, usano 
battezzare asini, cani e simili animali, parodiando 
in orribile modo il Battesimo e adoprando il vero 
olio e acqua stinta, mi sentii rizzare i capelli e 
mi chiesi come mai. per un solo minuto avevo 
deliberato di dar mano a questa perdizione. 

Ma il pensiero del nostro malanno incalzava 
sempre più tenace e il demonio mi assaliva da 
ogni parte: oramai l’idea dei cento franchi di 
Graziarosa — non ricordavo punto la promessa 
del suo amore... — e delle nostre povere mas- 
serizie poste all’asta in pubblica piazza, onta e 
ludibrio estremo, mi si confondevano cosi nella 
mente, che mi posi fervorosamente a pregare per 
scacciare la tentazione! San Giuliano, San Giu- 
liano mio, ajutatemi voi o sono perduto. Ma 
invano, invano ! Queliti notte il mio patrono do- 
veva essere sordo o non udiva le mie preghiere 
causa il forte soffiare del vento... 

Fatto sta che il demonio mi vinceva e nulla 
valeva a scacciarlo. All’alba ero ancora sveglio, 
lottando sempre contro quell’orrendo pensiero: 
alla line mi rivolsi a Santa Barbara, ch’era la 
santa della miti povera mamma, e la pregili tanto 
tanto di salvarmi, se non per i miei meriti per 
misericordia di quella buona vecchia di mia ma- 


dre, che mi esaudì. Ne son certo, è stata lei, 
Santa Barbara, a salvarmi, a inspirarmi, ad aju- 
tarmi. 


* 

* * 

Zio Salvatore qui ci fece un lungo sermone 
che vi risparmio per quanto interessantissimo, 
poi prosegui, noi sempre attenti e curiosi: 

— Fatto appena giorno mi recai in casa del 
Sindaco e chiesto di Graziarosa le dissi: — Co- 
mare Graziarò, per quell'affare ho bene pensato, 
sapete... 

— Come? — disse lei spalancando gli occhi 
e attirandomi in un angolo remoto del cortile. — 
Acconsentite? Ma parlate piano. 

— Sì ! — risposi, io pure stralunando gli 
occhi. E siccome volevo guadagnar molto, giac- 
ché mi ci ero messo; - Ma sentite, lo faccio 
per voi, perchè non posso più resistere... Se sa- 
peste come vi amo! Se voi seguitate a fare cosi 
la crudele io me ne muoio, me ne muoio a di- 
rittura... 

— Piano, compà... — mormorò la serva 
guardando con timore le lìnestre ancora chiuse 
dei padroni. — Se vi odono mi mandano vite A 
questo poi ci penseremo dopo... Ditemi dunque?.. 

— Stasera passate in casa, tornando dalla 
fonte!... — 

Sul tardi Graziarosa infatti passò ed io le 


consegnai una piccola ampollina di olio. Vidi i 
suoi grandi occhi verdi scintillare allegramente 
e per poco non mi baciò. Nascosta ben bene 
l’ampollina mi consegnò un biglietto da cento 
lire che io, dopo molte Unte cerimonie accettai. 
Quella sera cominciammo a parlare d’amore, e 
quella sera dal campanile nero di San Giuliano 
risuonò la più allegra ave maria che si possa 
immaginare, tanto allegra che non pareva ave 
maria. 

Dopo qualche anno Graziarosa diventò mia 
moglie: solo allora volle confidarmi il segreto 
dell’olio santo. 

Donna D;miela, la sua padroncina, che benché 
ricca era un tantino brutta e antipatica, innamo- 
rata da morirne di un suo cugino, bel giovine 
e laureato, viste riuscite inutili tutte le altre 
seduzioni, era ricorsa ad una famosa maga di 
un villiiggio vicino. 

— Si procuri un pò d’olio santo, — rispose 
la m;iga, — e ne unga la fronte del giovine 
mentre dorme, una notte di luna piena, a mez- 
zanotte precisa... — Graziarosa, intima confidente 
di donna Daniela, aveva subito pensato a me che, 
come sagrestano, potevo procurarle l’olio santo. 
Avuto questo* donna Daniela, sempre a furia di 
denaro e di mistero, crasi una notte di plenilu- 
nio introdotta in casa del cugino e gli aveva unto 
la bellissima fronte mentre egli dormiva e la 
» mezzanotte suonava. La maga aveva detto che 


dopo questa operazione il cugino doveva anch’egli 
innamorarsi pazzamente di Daniela... 

— E invece?... — chiesi io a Graziarosa. 

— 11 cugino?... 

— Invece, — mi rispose lei con melanconia, 

— non solo se ne innamorò, ma poco di poi 
parti per Cagliari e sposò un'altra ragazza. 

— Figuriamoci! — esclamai dando in una 
gran risati». — Sfido io! Quello che ti consegnai 
era semplice olio che di santità non conosceva 
neppure il nome!... (1) 

(i«9*) 


(I) Questo racconto è storico, come è storico il precedente del 
quale, a suo tempo, si occuparono persino i giornali dell'Isola. 


Dki.eoda, Jhuteatì SarM, 


5 













Ron^anzo inimo 




v, in alto, sullo sfondo azzur- 
rino delle montagne calcaree, 
sotto il cielo fresco di una dol- 
cezza profonda da cielo di pae- 
saggio fiammingo che mi ri- 
corda i quadri più noti di 
Van-Haanen, la nostra casa 
verde dominava il villaggio: 
col suo tetto aguzzo su l'elegante cornicione 
bianco, le finestre gotiche al secondo piano e 
il verone che la circondava tutta al primo, esile, 
alta, la tinta verde smaltata dal sole, pareva 
una casetta cinese di porcellana, cosi fresca e 
allegra che ancora, nonostante il triste caso che 
vi racconterò e che mi costrìnse ad allontanar- 
mene per sempre, il suo ricordo mette una nota 
gaia nelle memorie della mia fanciullezza. 



— 70 — 


Son passati vent’anni. Allora tutta la nostra 
famiglia, la nobile famiglia dei Maxu, la più 
ricca del villaggio, era composta da me, ele- 
gante studente di giurisprudenza, da mio padre 
più elegante ancora di me benché contasse qua- 
rantanni suonati, aristocratico cavaliere di mon- 
tagna che viveva cacciando aquile e cinghiali 
nei nostri immensi boschi d’elei e di roveri, e 
da una cugina orfana di cui egli era tutore, ed 
io naturalmente innamorato. 

Però non l’avevo sempre amata: mi ricordo 
anzi che fin da bambino provavo una sorda an- 
tipatia per essa, forse perchè ogni volta che 
venivamo a lite, lei grande e forte eravamo 
quasi della stessa età — mi picchiava cordial- 
mente come l'ultima delle monelle, minaccian- 
domi sempre di vendicarsi meglio fra qualche 
anno. 

\ enuta poi in casti nostra, dopo morta sua 
madre, io avevo trascorso persino notti insonni 
roso d.d crepacuore di vedermi sempre accanto 
queliti piccola furia così viziata e maleducata: 
di vederla signora e padrona della mia casti, 
accarezzata dii mio padre di cui io, io solo, do- 
vevo esser l’idolo... Dal canto suo poi Gabriella 
o Geliti, come Iti chiamavano, mi professava po- 
chissimo amore. Accortasi però della mia cat- 
tiva accoglienza cambiò completamente di carat- 
tere e, cessato il suo dolore per Iti madre, non 
riprese la vita antica, ma si chiuse a mio ri- 




— 7 * — 

guardo, in una fredda riservatezza che fini col 
farmela addirittura odiare. N'on mi parlava quasi 
mai; mi passava davanti senza guardarmi, e an- 
dando su e giù per la casa, imponendosi su tutto 
e su tutti con una dolcezza silenziosa e nuovissima 
in lei, pareva non accorgersi neppure di me. Fre- 
mevodi rabbia: avrei dato dieci anni di vita perchè 
Cella mi avesse procurato il menomo motivo di 
accusarla a mio padre, e cercavo tutti i mezzi 
per accendere almeno una delle nostre antiche 
liti, ma sempre invano. Lei non badava a me, 
e tutt'al più rispondeva con un sorriso di disprezzo 
alle mie insolenti provocazioni, alle mie acri 
allusioni sulla sua condizione d’intrusa nella mia 
casa... Si è che io ero ancora un bimbo coi miei 
sedici anni e lei una fanciulla precoce che forse 
sognava giù Dio sa che costi coi suoi quattordici. 
L’avremmo forse finita male, se, sopravvenuto 
il Novembre, io non fossi partito per i miei 
studi. 

Nove mesi di lontananza temprarono la mia 
antipatia, tantoché ritornai con tutte le possibili 
buone intenzioni di pacificazione; ma Cella non 
aveva punto cambiato di opinione, e, non solo mi 
accolse freddamente, ma abituata col tempo alla 
nuova casa, mi sembrò mi considerasse come 
ospite più che padrone!... E cosi uno, due, molti 
anni. Stancatomi di accarezzarla e di persegui- 
tarla finii anch’io con l'imitarla. Nessuna confi- 
denza, nessun affetto, nessuna di quelle lini at- 


— 72 — 


tenzioni o di quei dispetti effimeri abituali in 
persone che vivono sotto lo stesso tetto corre- 
vano fra me e Cella; e mentre nel villaggio si 
diceva che appena laureato avrei sposato mia 
cugina, neppure un barlume vago d'amore, nep- 
pure il minimo pensiero ci univa, noi che ci 
sedevamo ogni secondo, noi ch’eravamo diven- 
tati due bellissimi giovani; io bruno, elegante, 
rumoroso così che al mio arrivo mettevo tutto 
il villaggio in fermento; lei sottile, eterea, bionda, 
con gli occhi impenetrabili, dell'azzurro pallido 
ma ardente delle montagne calcaree che domi- 
navano la nostra casa, la carnagione rossa vel- 
luttata, sulle guancie formanti due affascinanti 
fossette ogni volta che lei si degnava sorridere, 
sul collo, sulle orecchie piccine piccine e per- 
sino sulle mani. Vestiva sempre di bianco, in 
casa e per fuori: non un nastro, un gioiello, un 
solo (ilo di colore, mai e poi mai. Ed io, che 
odiavo il bianco, la chiamavo ironicamente Cas- 
sandra Fedele, ma lei, al solito, non badava 
punto ai miei scherzi. 


* 

* * 

Una notte, assai tardi, nel chiudere la fine- 
stra della mia camera, vidi Cella nel verone del 
primo piano. Ritta, immobile, con le mani intrec- 
ciate sulla balaustrata, vestiva, come sempre di 


— 74 — 


bianco, un abito lungo, morbido, che la rendeva 
più alta e sottile: le maniche, larghissime dal 
gomito in giù, le cadevano all'ebrea lungo i 
banchi eleganti, lasciando nuda parte delle sue 
braccia esili, ma ben fatte, e i capelli crespi, 
indomabili, le scendevano sulle spalle, metà a 
treccia ed il resto disciolti. 

Il raggio della luna al declino, battendole 
sul viso, la rendeva così bianca, diafana e fan- 
tastica che io, benché tanto mal disposto verso 
di lei, non potei non solo far a meno di confes- 
sarmi ch'era bella, ma rimasi estatico sul davan- 
zale a contemplarla, come un’apparizione sovra- 
naturale... Ma che faceva li a quell'ora? Non mi 
ricordavo d’averla veduta mai cosi tardi al ve- 
rone, e sapendola pochissimo entusiasta per gli 
incanti della notte, pensai che aspettasse qual- 
cuno, rammentandomi repente che Cella era in 
un'età in cui una fanciulla bella è impossibile 
non abbia un innamorato. 

Si ! Cella aspettava! Istintivamente sentii 
rinascere entro di me tutti i vecchi rancori contro 
mia cugina, o almeno qualcosa che qualificai 
per ciò. Ero poco profondo psicologo per accor- 
germi che invece ero geloso, forse anche prima 
di essere innamorato, e senza ben percepire la 
causa della mia subitanea indignazione, sembran- 
domi che Cella disonorasse la nostra casa con 
la sua legerezza di ragazza che parla di notte 
con un uomo, senti il cervello oft'uscarmisi dolo- 


rosamente, mentre, nello stesso tempo, provavo 
una strana gioia pensando che potevo finalmente 
umiliarla. Umiliarla, oh, umiliarla!... Vedere linai- 
mente chinare quegli occhi alteri e misteriosi, 
quella fronte fredda e ironica innanzi a me! Che 
vittoria!... E ritornato bambino senza per nulla 
ponderare la mia azione odiosa e leggera, lasciai 
la finestra, scesi e compirvi vicino a Cella, con 
la cera di un marito che coglie la moglie in 
fragrante, dicendole a voce bassissima, ma im- 
periosa: Che fai li a quest’ora?,.. 

Strappata bruscamente alle sue profonde fan- 
tasticherie, vidi Cella impallidire orribilmente e 
guardarmi spaventata, tremando da capo a piedi: 
tutte dimostrazioni aggravanti che accrebbero i 
miei sospetti. Ma in un lampo si rimise, ritornò 
rossa ed i suoi occhi scintillarono cupamente. 

Ciò che mi pare e piace! rispose con voce 
aspra, dandomi le spalle e appoggiandosi alla 
balaustrata. Era la prima volta che, dopo che 
era in casa nostra, la vedevo commuoversi in 
tal guise I J er un effetto misterioso, la sua voce 
mi fece ritornare in me c arrossire della mia 
poeti galanteria. Ma troppo altero per chiederle 
scusa, — ricordandomi intensamente il suo biz- 
zttrro procedere verso di me, — mi accontentai 
di mentire vilmente, come una donnicciuola, per 
giustificarmi: 

— linda, Gella, m’hanno detto, che amo- 
reggi con Anni, il medico condotto, e che vi 


parlate ogni notte... Se avesse buone intenzioni 
ti avrebbe già domandata a papà, e invece... 
Cella, non offenderti, te lo dico per il tuo bene... 
Vedendoti cosi tardi al verone ho pensalo che 
lo aspettassi e son sceso... Ma credo che ciò sia 
bugia... Cella... io non ci credo... ma se fosse... 

Non potei proseguire: quella bugia, quell'in- 
famc bugia, mi serrava la gola, m’inaridiva le 
labbra. Cella rimase immobile e non rispose. 

Volevo continuare la mia poco lodevole com- 
media; volevo chiederle perdono e non potevo 
nulla : alla fine me ne andai senza quasi avve- 
dermene, e ritornai alla mia finestra chieden- 
domi se non sognavo. 

N idi Cella sempre là, china sul parapetto, 
col volto fra le mani... 

Piangeva! L’n pianto silenzioso e disperato 
interrotto di tratto in tratto da singulti spasmo- 
dici che mi agitavano la persona come scosse 
elettriche... Non saprei mai descrivere ciò che 
provavo nel veder Cella piangere per mia colpa: 
maledicevo il mio sospetto, e morsicandomi le 
labbra a sangue restavo là, inchiodato sul da- 
vanzale, col cuore che mi scoppiava in seno. 

La luna cadeva sempre, nell'estremo oriz- 
zonte aperto, tinto di un lieve splendore roseo, 
sfumante su, su, in toni di un viola azzurrastro, 
argenteo, cinereo, e spirava la brezza deH’alta 
notte che portava lino a me il profumo dei mirti 
delle agavi biancheggianti nella pianura immensa 


— 76 — 

che si stendeva sotto il villaggio silenzioso, e i 
profumi acri delle montagne di calce irrorate 
dall’umidità della notte autunnale. — Un usi- 
gnuolo cantava fra i roseti gialli del nostro giar- 
dino: la sua musica line e triste destava in me, 
magnetizzato dall'aspetto pallido del paesaggio, 
inebbriato dagli umidi profumi del vento, e i 
nervi posti in sussulto dal pianto di (iella, la 
sensazione mista d’angoscia c voluttà provata 
una volta, nella città dove studiavo, nel sentire 
una suonata pensosa e melanconica di Mozart, 
eseguita al piano da una signorina tisica e mo- 
ribonda... 

Rimasi cosi a lungo: e dopo molto tempo 
mi ritrovai vicino a mia cugina, con le mani 
contratte sul ferro gelido del parapetto... 

La luna tramontata, sul paesaggio regnava 
ora un vago barlume bianco, sidereo, e il vento 
soffiava cosi freddo che mi costringeva a bat- 
tere i denti. Golia non piangeva più e non tre- 
mava punto come me. Non ostante l’oscurità la 
vedevo sempre, bianca in tutta la persona, per- 
sino nei capelli biondi c negli occhi pallidi, fuor- 
ché sul viso e sulle mani rosee, e pensavo che 
quel volto, quelle labbra di corallo e quelle mani 
dovevano scottare... 

— Gel la — cominciai non posso andar 
a dormire senza averti chiesto perdono... E lei; 
rizzatasi, restò muta. — (iella, - proseguii, — 
perdonami se ho osato dubitare cosi di te. Oh, 


77 — 


le cattive lingue, i vili!.. Ma tu sei cosi buona 
che mi perdonerai non è vero? Rispondi... Cella... 
su, Cella... rispondi!.. 

- Domani vado via da questa casa ! rispose 
essa alla line con la voce ancora piangente. I lo 
compiuto il ventun anno!.. 

— Che costi hai tu detto, Cella? Ma sei 
pazza?... — diss’io spaventato, e siccome lei non 
proseguiva, me le avvicinai per guardarla bene 
in volto. Essa non si mosse, ed io sentii il pro- 
fumo delle sue vesti salirmi al cervello. Smar- 
rivo le idee. In un'ora m’ero tanto innamorato 
di mia cugina da perderne la ragione: parrà 
impossibile, eppure è così. — L’ambiente, l'ora, 
il pentimento d’averla offesa e calunniata, il suo 
pianto, persino il canto magico dell’usignuolo, 
hi veste fantastica e bianca da dama del cinque- 
cento che mi ricordava vagamente Gabriella 
d’Estròes, la famosa amica di Enrico IV, i ca- 
pelli semi sciolti, i profumi che ne circondavano, 
tutto contribuiva a infiammarmi il sangue, costrin- 
gendomi a operare e parlare quasi che nelle 
mie vene corresse un filtro d’amore, potente, 
repentino e indomabile. — E dissi subito tutto 
questo a Cella, con frasi di fuoco, rotte, balzanti, 
ardite, che ora non ricordo più, che vorrebbero 
dieci pagine per essere trascritte. 

Quando tacqui, stanco e ansioso, Cella mi 
confessò che anch’essa mi amava!... Allora, en- 
tusiasmato, pazzo, fuori di me, la strinsi quasi 


brutalmente fra le mie braccia e, lei riluttante, 
la baciai sulla bella bocca di corallo, che trovai 
fredda come la neve, che restò fredda non ostante 
i miei lunghi baci di fuoco!... 

Quel mese di ottobre fu il mese più strano 
della mia vita. Di giorno io e (Iella prosegui- 
vamo le parti antiche, freddi e indifferenti, ma 
di notte i convegni più ardenti e romanzeschi 
ei riunivano o nel verone o nel roseto del giar- 
dino, nell’oscurità azzurrognola delle notti inter- 
binari o fra i silenzi gcmmei dei magnifici ple- 
niluni. Solo nelle notti piovose ci riunivamo nel 
piccolo salotto nero, caldo, a cui la luce tenue 
della lampada dava un vago ambiente di san- 
tuario. Nel divano antico di lampasso a fiorami 
lividi. Cella col suo costume bianco pareva una 
santa mediovale, una madonna latina dal volto 
a riflessi d’oro, ed io, spesso prostrato sul tap- 
petto, adorandola, rappresentavo benissimo la 
parte di devoto. Diventavo sempre più innamo- 
rato: di giorno in. giorno il mio amore prendeva 
proporzioni immense: un amore che mi avrebbe 
ucciso se non corrisposto. Di giorno spasimavo 
perchè costretto a nasconderlo. Cella mi aveva 
detto: — Non voglio che nessuno, neppure tuo 
padre, sappia che ci amiamo, finché tu non sia 
in grado di sposarmi, cioè laureato. Se tu dici 
una sola parola, se dai un solo sospetto, tutto 
è finito fra me e te! Di notte soffrivo: pur strin- 
gendomela al seno, pur baciandola e sentendomi 


dire da lei: — Sarò tua, tua per sempre, e a- 
merò sempre te, te solamente! soffrivo qualcosa 
d'immane; un'angoscia incomprensibile che con- 
fusa alla intensa voluttà di trovarmi con Cella 
e di sentirmi amato da lei, produceva una specie 
di pazzia nel mio cervello sconvolto. Tutto mi 
turbinava attorno e confondevo il passato col 
presente, i sogni con la realtà. 

Se in quel tempo avessi scritto il mio gior- 
nale, avrei formato il più interessante dei romanzi 
psicologici, perchè son convinto che nessun uomo 
sia stato più stranamente e completamente inna- 
morato di me. 

Quando giunse il Novembre e mi decisi a 
partire mi sembrò che mi destassi da un lungo 
sogno: l'ultima notte che passai con Cella sulle 
mie ginocchia, ricordo d’aver pianto come un 
bambino, e non scorderò mai il brivido provato 
nel sentirmi dire da lei : E se al ritorno mi tro- 
verai... morta?... 

Mi guardò tremare con un freddo sguardo 
e la senti mormorare cupamente : Altre volte 
non ti dividevi cosi da me ! — Ma non posi 
mente al suo sguardo e alle sue parole: vi ri- 
pensai solo più tardi. 

. . . l'arti. Nei primi mesi parevo inebetito: 
non studiavo, non mangiavo nè dormivo, e scri- 
vevo a Cella lunghe lettere che... non le man- 
davo perchè cosi voleva lei, per non dare dei 
sospetti: ma a poco a poco mi abituai alla lon- 


8o — 


tananza e col tempo il mio amore entrò in 
un’altra fase : amavo sempre, più che mai, ma 
non soffrivo più: speravo. Mi diedi a studiare 
con ardore e passai splendidamente eli esimi. 

Un anno ancora c Cella sarebbe mia! Che 
sogni, che progetti, che ardenti speranze, che 
gioia al pensiero del ritorno! L’ultima lettera 
del babbo mi mise però di cattivo umore e rat- 
tristò orribilmente il mio viaggio : mi pregava 
di affrettare il ritorno e mi prometteva la più 
viva delle sorprese al mio arrivo... 

I più brutti presentimenti mi si affacciarono 
al pensiero, tutti concludenti che Cella si fosse 
fidanzata ad altri... torse anche sposata, circon- 
dandosi di mistero per atterrarmi più sicura- 
mente! Provavo le vertigini a quell’idea, e medi- 
tavo persino la vendetta da eseguire se Gella 
mi avesse davvero così tradito... Ma con chi c 
per chi?... Nessuno dei pochi signori del villaggio 
era giovine, ricco, bello e aristocratico come me, 
nessuno poteva amarla come l'amavo io, nessuno 
poteva offrirle uno stato da signora come quello 
che godeva in casa mia! Perchè dunque tra- 
dirmi, dopo tanti giuramenti e lagrime, dopo i 
nostri baci e le nostre promesse? Ma invano 
cercavo rassicurarmi. Mentre la vettura mi tra- 
sportava al villaggio, attraverso le campagne 
deserte, per le chine coperte di robinie lussu- 
reggianti e di rimavi che impregnavano l’aria 
fresca dell'alba con olezzi d'incenso, sotto i bo- 


schi di roveri intricati ad eriche selvaggie, mi 
tornava acuta al pensiero la memoria della lunga 
antipatia corsa fra me e Cella, i dispetti che 
le avevo continuamente fatto, le sue minaccie 
di bambina cattiva di vendicarsi più tardi, il 
suo disprezzo, la sua gelida inimicizia. Mi risov- 
venivano le sue labbra fredde sotto i miei baci 
di fuoco, i suoi occhi impenetrabili sotto il mio 
sguardo delirante... e quel patto orribile di ta- 
cere il nostro amore... Ero perduto, perduto, 
perduto! Cella non mi aveva amato un solo 
istante, ma tinto di amarmi per rendermi pazzo 
per vendicarsi col tradirmi ad un dato momento! 
Sicuro di ciò mi torcevo le mani e smaniavo 
come un ossesso, ma quando potei scorgere, die- 
tro le alture brune dell’orizzonte, il profilo dei 
miei monti, tutti color di rosa alle prime carezze 
del sole e sul fondo d'oro del cielo, risi delle 
mie paure, mi chiamai pazzo e prosegui il vi;ig- 
gio sorridendo, tutto inebbriato dagli splendori 
della magnifica mattina, certissimo che Cella 
mi aspettava ansiosamente, senza più pensstre 
alla sorpresa promessa. 

. . . Trovai mio padre e Cella che mi aspet- 
tavano al pian terreno, nella stanza da pranzo, 
e fui subito colpito da tre cose: l'arredamento 
vecchio della stanza era scomparso e sostituito 
da un nuqvo, ricco e splendido: papà pareva 
ringiovanito, elegante, vestito di nero, gli occhi 
scintillanti di gioia: (la barba bionda, corta, di- 


Dki.KDDA, Kaceomti Sardi 


6 


visa sul mento uh dava un’aria bellissima che 
lo trasformava tutto;) tifila vestiva di colore!... 

Se ne stava in fondo alla stanza, le spalle 
appoggiate alla finestra chiusa, e benché il suo 
viso restasse oscuro sul fondo luminoso dei vetri 
la cui luce le circondava i capelli con una sfol- 
gorante aureola, mi parve pallida, ma ^li occhi 
scintillanti di un sorriso misterioso. — Tutte 
queste osservazioni le feci in un lampo e solo 
dopo le potei ben delineare. In quel momento 
ero cosi esaltato che corsi prima a Cella che a 
mio padre, in atto di abbracciarla. Ma lei mi 
stese freddamente la mano. — Mio padre intanto, 
contento senza dubbio del mio insolito slancio 
d’affetto per Cella, si arricciava i ba fletti biondi, 
e mi diceva con un sorriso: 

— Abbracciala pure. ìi mia moglie!... 

(1892) 







Lia clanga biacca 



__ 








ictxo ad uno dei più pittoreschi 
villaggi del Nuorese, noi ab- 
biamo un podere coltivato da 
una famiglia dello stesso vil- 
laggio. 

Il capo di questa famiglia, 
già vecchio, ma ancora forte 
e vigoroso, — strano tipo di 
sardo con una soave e bianca testa di santo, degna 
del Perugino, — viene ogni tanto a Nuoro per 
recarci i (itti ed i prodotti del podere, e ogni 
volta ci racconta bizzarre storie che sembrano 
leggende, — invece accadute in realtà tra i 
monti, i greppi, e le pianure misteriose ove egli 
ha trascorso la sua vita errabonda, e a molte 
delle quali egli ha preso parte.. Egli si chiama 
zio Salvatore. 









— 86 — 

Ecco dunque l'ultima storia che egli ci ha 
raccontato, che molti non crederanno, e che pure 
è realmente avvenuta in questa terra delle leg- 
gende, delle storie cruente e sovranatumli, delle 
avventure inverosimili. 

Era una notte di maggio del 1873. In una 
capanna perduta nelle cussorgtas solitarie del 
villaggio di zio Salvatore, due giovani pastori 
dormivano accanto al fuoco semi-spento. Fuori» 
vicino alla capanna, le vacche dormivano nel- 
l’ovile di pietre e di siepe, e la luna d’aprile, 
tramontando sull'occidente di un bel roseo flavo, 
illuminava la campagna sterminata, nera, chiusa 
da montagne nude, a picco. — A un certo punto 
uno dei pastori si svegliò, e rizzandosi a sedere 
guardò se albeggiava. Visto che la notte era 
ancora alta ravvivò il fuoco, e, a gambe in croce 
restò un momento muto, immobile, tormentato 
da un pensiero; poi svegliò il compagno. 

Erano entrambi bruni, simpatici e forti, ma 
il primo svegliato, che si chiamava Bellia, cioè 
Giommaria, era più alto e ben fatto, con una testa 
signorile che colpiva, e faceva chiedere se a chi 
apparteneva non era tìglio di qualche ricco Don. 

— Antonio? — chiamò, scuotendo il com- 
pagno per svegliarlo. 

— Che c’è? Cosa accade?... — rispose An- 
tonio, balzando a sedere inquieto e con gli oc- 
chi spalancati. -- Che cosa c’è?.. 

- Nulla. Ti ho svegliato per dirti uria cossi. 


- »7 - 

Senti, fc la terza notte che sogno il medesimo 
sogno. Io non credo ai sogni, ma perdio, quando 
si sogna per tre notti di seguito sempre la stessa 
così», c’è da pensare. 

Mi hai svegliato per ciò ? — chiese l'altro 
con un sorriso scettico e di compassione. Hai 
forse tu sognato che ti portavano alla forca.-' 

— _ esclamò Billia senza scomporsi. — 

Senti. Mi appare sempre in sogno una signor;» 
vestita all’antica, cosi credo io perchè le signore 
ora son vestite diversamente, con un mantello 
di velluto bianco che la copre da capo a piedi. 
Ha il volto bianco come il suo manto, e gli 
occhi neri, enormi, con sopracciglia arcuate, folte 
e congiunte, e i capelli, pure neri, attortigliati 

intorno alle o»'eechie... 

— Bò! come le Olianesi ! — esclamò Antonio 
con ironia, che si interessava poco a quel sogno 
e aveva molta voglia di riaddormentarsi. 

— È sempre la stessa... tre notti di seguito, 
comprendi? 

Cosa diavolo ti fa? Sognare delle dame, 

perdio ! 

— Aspetta. Mi guarda a lungo, con quegli 
occhi severi bellissimi che mi fanno paura e 
meraviglia, e mi dice: Bellia, cammina, cam- 
mina! Va nei campi di San Matteo, presso il 
bosco, vicino al torrente. Troverai una pietra di 
granito, a dieci passi dal torrente, presso il pi i- 
mo albero del bosco, il più grosso che c’è. Leva 


la pietra: troverai un'altra pietra lissa al suolo. 
Leva anche questa e vedrai una croce di ferro 
posta attraverso ad un buco; Billia, cammina 
cammina, arriva oggi stesso: altrimenti i tuoi 
passi saranno perduti e il demonio s’impossesserà 
della tua fortuna. 

— Accidenti, che bel sogno! — gridò An- 
tonio. Ma, nonostante la sua scettica ironia, egli 
senti un brivido serpeggiargli per le reni. Nella 
sua infanzia aveva udito tante storie di tesori 
nascosti, custoditi dal diavolo che se ne impo- 
sessava, se dopo un certo tempo non venivano 
ritrovati, e nella sua prima giovinezza gli era 
accaduto un lutto strano di quel genere: una 
notte, fuggendo attraverso un bosco, inseguito 
dai carabinieri, perchè allora egli latitava, im- 
putato di un omicidio di cui più tardi era stato 
assolto, aveva veduto, al chiaro della luna, un 
mucchio di splendide stoffe, broccati, panni lini 
e sete, e due vasi pieni d'oro, e aveva chiara- 
mente sentito una voce, uscente dal prezioso 
mucchio, dirgli: Fermati, tutto è tuo, fermati! 
Ma, poco distante, egli udiva il passo dei cara- 
binieri e gli era impossibile fermarsi : quindi 
prosegui la sua corsa. Scampato il pericolo, l’in- 
domani tornò a quel sito, ma invece di stoffe 
trovò grandi pietre di granito nero in forma di 
pozze, e due tronchi bruciati che conservavano 
la figura di vasi. 

Ad onta di tutto ciò egli, che credeva solo 


— «9 — 

alla realtà delle cose, derise il proponimento di 
Bellia di recarsi, appena fatto giorno, al piano 
di Sain Matteo per cercare la pietra indicata 
dalla bianca dama del sogno. Ma l’altro, che non 
prestava anch'esso molta fede ai sogni, ma che 
ad ogni modo voleva assicurarsi, restò nella sua 
decisione per tutto il resto della notte e sa- 
rcbbe senza alcun dubbio partito, se all'albeg- 
giare, entrato nell’ovile, non avesse trovato una 
delle sue migliori vacche, ammalata: era una 
bella vacca grigia, alta e intelligente, a cui 
Bellia voleva bene piu che al resto delle sue 
vacche, e che chiamava col dolce nome di 
Bella mia. 

L’improvviso malore di Bella mia gli fece 
scordare lo strano sogno e il progetto di recarsi 
al sito indicatogli dalla dama. x\ndò invece al 
villaggio e condusse con sé* un vecchio pastore 
che conosceva e curava ogni più grave malattia 
del bestiame. Ma neppure zio Lallanu potè cono- 
scere che razza di male fosse quello di Bella 
mia. Era un mistero: si sarebbe detto che la 
vacca era avvelenata o che avesse qualche spi- 
rito maligno in corpo. Neppure il veterinario, 
neppure il medico condotto seppero diine nulla. 
Tuttavia dopo qualche giorno Bella mia guarì 
improvvisamente, misteriosamente, come si era 
ammalata, e riprese a vagare tranquilla con le 
compagne, attraverso i campi freschi, tra i lieni 
odorosi di margheritine, con grande contentezza 


— 90 — 

ili Billia che, naturalmente, non pensava più di 
andare lassù, nei piani rocciosi di San Matteo. 

Qualche tempo dopo, perù, Bellia e Antonio, 
cambiando le vacche da un pascolo al l’altro, 
passarono per caso lassù. Era un lembo bizzarro di 
paesaggio: campi deserti e selvaggi di montagna, 
pieni di roccie e di felci, circoscritti da boschi 
di elei secolari e chiamati campi di San Matteo 
da una chiesetta pisana distrutta, là vicina. 

I due pastori ricordarono il sogno o i sogni 
di Billia, e Antonio fu il primo a proporre di 
guardare se c'era la pietra e l'albero sognato. 
Costeggiarono la riVa del torrente asciutto, e 
arrivati vicinissimi al bosco, Bellia cambiò in 
volto di colore. Egli vedeva l’albero, il più grosso 
che si scorgesse, e vedeva la pietra di granito 
precisamente eguali come nel suo sogno! 

— Perdio! perdio! - disse, bianco in viso 
e con gli occhi scintillanti. Si slanciò sulla pietra 
ma da solo non potò smuoverla, Antonio lo 
aiutò e, dopo molti sforzi, riuscirono a scostarla : 
sotto Bellia vide l’altra pietra, più piccola fissa 
al suolo, come la dama bianca del sogno a- 
veva detto! 

Allora anche Antonio si turbò, e senza dir 
nulla, continuò ad aiutare il compagno che, li- 
vido, con le labbra frementi, smuoveva la terra 
con le mani, intorno alla pietra. Riuscirono a 
trar via anche questa, e si guardarono in viso, 
muti, stupiti, spaventati: là sotto c’era la croce 


— 9 ' 


di ferro del sogno, posta attraverso di un buco. 
Bellia gridò: 

— Lo vedi? lo vedi?.. — Con uno sforzo 
supremo sradicò la croce dal suolo e introdusse 
il braccio tremante nel buco, e ne trasse un gran 
vaso di ferro arruginito. Non è possibile descri- 
vere la commozione dei due pastori, e special- 
mente quella di Bellia. Senza dubbio il vaso era 
pieno di oro e di perle, Dio santissimo... Dio 
santissimo!... 

Con la leppa, specie di grossissimo pugnale 
a una lama, che i pastori nel Logudoro tengono 
quasi sempre infilata nella cintura, Bellia fece 
saltare il coperchio del vaso, e allora ricordò 
le ultime parole della dama: Arriva oggi stesso 
altrimenti il demonio s’impossesserà della tua 
fortuna. 11 vaso era pieno di carbone e di ce- 
nere, sino in fondo!... Inutile ripetere i commenti 
la meraviglia, il terrore dei due giovani pastori. 

Restarono convinti che là esisteva un tesoro 
e che il demonio secondo la tradizione e la leg- 
genda sarda, se lo era appropriato giacché al 
giorno preciso indicato da chi laveta nasi osto, 
(la dama bianca, di certo) Bellia non lo aveva 
levato di là. Ricordarono allora lo strano malore 
di Urliti min. Sì certamente era stato lo spirito 
dell’inferno a far ammalare la vacca prediletta 
di Billia per impedirgli di recarsi a San Matteo. 

I due giovinotti dalla fantasia calda e im- 
maginosa come tutti i forti sardi della montagna, 


— 9 J — 


credettero fermamente a ciò, e ripresero melan- 
conici la loro via, dietro le vacche viaggianti, 
rimpiangendo il tesoro perduto, terrorizzati dal 
soprannaturale; e non dissero mai a nessuno 
questa arcana avventura, linchè un fatto acca- 
duto più tardi, non li convinse più fermamente 
nella loro credenza. 


Passarono cinque anni. Bellia, ammogliato 
e giù padre di una graziosa bambina, viveva 
tranquillamente, modestamente, sempre facendo 
il pastore, quando un bel giorno di maggio del 
1878 fu avvisato dal pievano che si recasse in 
casa sua. Bellia, che aveva poca relazione col 
vecchio pievano andò subito a trovarlo, pieno 
di curiosità su ciò che poteva dirgli. 

Il pievano, di cui è inutile precisare il nome, 
morto dieci anni fa, l’attendeva nella sua pic- 
cola camera da letto, pulita e piena di luce; lo 
fece sedere vicino al suo seggiolone verde, poi 
andò egli stesso a chiudere la porta della stan- 
zetta precedente, perchè, ad ogni caso... le sue 
piccole nipoti erano così curiose... Maria .special- 
mente. Basta. Prese tutte le precauzioni possi- 
bili, il pievano andò a sedersi nel suo seggiolone- 
si accomodò gli occhiali e spiegò sul tavolo una 
carta gialla, vecchissima. 


— 9 > 


Hellia provava un vago sentimento di timore, 
davanti a tutti i solenni preparativi del vecchio 
pievano, e sussultò quando esso, tutto ad un 
tratto, gli disse con serietà: 

_ Questo foglio ti riguarda! 

Il pastore cercò una risposta adeguata, ma 
non trovandola credette bene di star zitto. 

— lo ho novantanni, — prosegui il pievano, 
che pareva, sì, molto vecchio, ma che non di- 
mostrava quell'età, levandosi gli occhiali e fis- 
sando Hellia coi suoi occhi chiari, che sembra- 
vano più buoni e lattei, sotto le sopracciglia 
bianche, io ho novantanni, tiglio mio, e da circa 
settanta servo il Signore nel nostro \ illaggio. 
Non avevo ancora ventanni quando celebrai la 
prima messa. 

Iddio lo faccia atrivare a cento! esclamò 

Bellia. 

— ... lo stesso anno morì, vecchio esso 
pure, l’antico rettore della nostra chiesti, e pochi 
giorni prima di render l'anima al nostro Santis- 
simo Creatore, mi disse: dopo la mia morte vi 
faranno senza dubbio pievano, quindi io devo 
affidarvi una grave missione. Sedete, che prima 
devo raccontarvi una storia. lo mi assisi al 
suo capezzale e, rimasti soli, il mio vecchio e 
venerato rettore mi narrò questo fatto: 

« Trentacinque o trentasei anni fa, cioè 
verso il 1773 ci erti qui. in questo villaggio, 
un giovinotto della famiglia M. la quale vive 


— 91 — 


tuttora. Era un giovine ricco, bello, notaio lau- 
reato, sposatosi poco prima a una damigella della 
città di Sassari, dove egli aveva studiato. La 
moglie si chiamava donna Maria Croce M "; figlia 
di un gentiluomo genovese e di una dama sarda, 
molto ricchi, stabiliti a Sassari, dove essi era 
nata. Poteva avere un venticinque anni, ed era 
molto bella, ma di una bellezza piuttosto severa 
con grandi occhi neri e soppraciglia arcuate, e 
i capelli attortigliati intorno alle orecchie, alla 
fiamminga come diceva essa. Inoltre andava sem- 
pre riccamente vestita e usava portare un manto 
di velluto bianco. 

« Forse a causa del suo strano vestire, che 
la rassomigliava a una fata, e perchè sapevasi 
che suo padre si dilettava di fisica e di astro- 
logia e che essa pigliava parte ai suoi esperi- 
menti, appena arrivò qui si sparse subito la voce 
che malignamente diceva: donna Maria Croce 
se la intende con gli spiriti; donna Maria Croce 
ha stregato don Gavino, il marito, e lo ha co- 
stretto per forza di una magia a sposarla, e si- 
mili cose dell’altro mondo. 

* Fatto sta che don Gavino, prima di ammo- 
gliarsi con essa, faceva l'amore con un’altra ra- 
gazza del villaggio, di buona famiglia, sì, e 
anche bellina, ma povera come Gesù Cristo, 
chiamata Rosanna. Anzi, per non perder tempo, 
essendoci solenne promessa di matrimonio, Ro- 
sanna e don Gavino si erano regalati una bella 


— 95 — 

bambina. Fatto per cui la ragazza fu scacciata 
da casa sua, benché Gavino giurasse e sper- 
giunissc di sposarla appena tiniti gli studi. 

« Invece l’ultimo anno che passò a Sassari 
conobbe donna Maria Croce: c vederla, innamo- 
rarsene, chiederla in isposa, sposarla e portarla 
quaggiù, fu tutt'uno. 

« Rosanna ne fece una grave malattia, ma 
non disse una sola parola di lamento. Ma erano 
passati appena sei mesi che don Gavino si era 
sposato, allorché una notte rientrando a casa 
sua un uomo lo afferrò e nel buio della via lo 
uccise a stoccate. Toccò allora a donna Maria 
Croce ad ammalarsi: e appena guarita, data di 
anima e corpo a cercare chi fosse l'assassino del 
marito, riuscì a scoprirlo in un giovanotto inna- 
morato perdutamente di Rosanna, che gli aveva 
promesso la mano di sposa purché uccidesse don 
Gavino. Donna Maria Croce lo accusò: fu arre- 
stato, ma mancando le prove materiali del de- 
litto, non ostante il denaro e la potenza della 
bella vedova, fu rilasciato libero. 

« Tuttavia la dama era sicura del latto suo, 
e giacché la giustizia umana non la vendicava, 
decise di far vendetta da sé. 

« Un anno era passato dalla morte di don 
Gavino, e in questo frattempo moriva anche il 
padre di donna Maria Croce, lasciandola erede 
di un grosso patrimonio. Essa partì a Sassari, 
vendette tutto, poi ritornò qui. Il giorno di Fa- 



— 9 6 ~ 

squu Rosanna sposò. La chiesa era affollata, e 
tra la moltitudine spiccava donna Maria Croce, 
vestita di nero, col manto bianco, e uno stilletto 
d’argento nella cintura, inginocchiata dietro la 
balaustrata dell'altare. 

• Quando diedi la benedizione agli sposi, la 
vidi alzarsi ritta, bianchissima in viso e gli occhi 
liammeggianti. Rosanna e lo sposo erano appena 
scesi dai gradini dell'altare, allorché essa si 
slanciò su loro, e col suo stilletto pugnalò il 
giovine dicendo: Vi rendo il vostro!.. 

« Figuratevi il parapiglia, la confusione, le 
grida del popolo, e la scena che segui. Rosanna 
svenne, poi si ammalò dallo spavento e mori 
dopo qualche mese, tra i più atroci rimorsi, 
giacché per causa sua erano morti due uomini. 
Donna Maria Croce fu arrestata, e benché a quei 
tempi la giustizia si facesse come si sia, non 
valse né l’oro, né le pratiche dei parenti, per 
diminuire la sua pena. 

« Fu condannata ad essere impiccata, — e 
cosi fu. 

« Prima di morire mi fece avvisare e si con- 
fessi'). Poi mi disse di aver nascosto tutto l’oro 
tratto, dalla vendita del suo patrimonio, nel 
bosco di San Matteo, presso la chiesetta, in un 
vaso di ferro a pié di un albero. F mi confidò 
di voler lasciare questo tesoro alla terza gene- 
razione di Rosannedda, la liglia di Rosanna e di 
don Cavino, alìinché ciò servisse di qualche alle- 


— 97 - 


viamento ai suoi peccati, dinanzi alla miseri- 
cordia di Dio. 

« — Questo è il mio testamento, mi disse 
porgendomi una carta, conservatela e alla 
vostra morte consegnatela al vostro successore, 
perchè faccia altrettanto. Così dunque lino alla 
terza generazione di Rosannedda. Allora colui 
che avrà questa carta la consegni, pochi giorni 
prima della data indicatavi, al pronipote della 
fanciulla, ed egli vedrà il da farsi. Lo avverta 
però di recarsi il giorno preciso, perchè se tar- 
derà un’ora sola tutto sarà invano... 

« Pregai la dama di spiegarmi questa frase, 
ma essa non volle dirmi nulla a proposito, ep- 
pcrò quel giorno, Dio mi perdoni, credetti anch’io 
che essa avesse qualche relazione col mondo 
soprannaturale, perchè quando le chiesi: E se 
Rosannedda muore senza erede? mi rispose : 

« No! si mariterà ed avrà una liglia che 
anch’essa piglierà marito dal quale avrà nume- 
rosa famiglia. Il tiglio maggiore, in ultimo, avrà 
un figliuolo nei cui nomi ci sarà uno dei nomi 
miei. Questo è il destinato... 

« — E se, — domandai, — qualche altro 
cerca impossessarsi del tesoro?... 

« - Invano! Solo colui che voglio io lo tro- 
verà, purché anch'esso arrivi in tempo. 

« Donna Maria Croce non mi disse altro; mi 
consegnò la carta e da quel momento sino al- 
l’ora della morte non fece che pregare. Morì 


DkI.eoiiA, AWiw/i .Sm/i 


7 


- 9 » - 

coraggiosamente, da buona cristiana, ed io la 
piansi come una figliuola. 

« Come essa aveva predetto Rosannedda, 
dopo molti anni, si maritò ed ebbe una figlia che 
vive tutt’ora, ed ò una bella ragazza anch'essa 
che voi senza dubbio conoscete. 

« Io conservai il testamento di donna Maria 
Croce, religiosamente, e mai mi venne il pen- 
siero di accertarmi sulla verità di ciò che essa 
mi aveva confidato. Ora lo consegno a voi, se- 
condo l’ordine suo, e voi farete altrettanto se, Dio 
noi voglia, non arriverete a conoscere l'erede. » 
— Ciò detto, — continuò il vecchio pievano — 
il mio venerato precessore mi consegnò la carta 
che tu vedi qui, o Bellia. 

Poco dopo esso mori, ed io, a mia volta, 
custodi per ben settanta anni questo prezioso 
segreto che nessuno conosce. 

Sempre secondo la predizione di Donna Maria 
Croce, anche io vidi la bella figlia di Rosannedda 
maritarsi e procreare una numerosa famiglia. Il 
maggior figlio giunto il suo turno, si ammogliò, 
e suo figlio sei tu, Bellia, o Giovanni Maria, che 
infatti hai uno dei nomi di Donna Maria Croce. 
Ecco giunto il tempo. Io ti consegno il testa- 
mento e tu, senza l'aiuto di nessuno, puoi benis- 
simo metterlo in esecuzione!... — 

— lo credo che sia troppo tardi! — esclamò 
Bellia, che durante il racconto aveva riflesso 
tutti i colori dell'arcobaleno, morsicandosi più di 


— 99 


una volta le labbra per non dare in esclama- 
zioni e per non mancare di rispetto al pievano, 
interrompendolo; — anzi è troppo tardi davvero!.. 

— Come lo sai tu? — chiese il vecchio stu- 
pefatto. 

Bellia raccontò la sua avventura di cinque 
anni prima. 

Al pievano sembrò di sognare; aggrottò le 
placide sopracciglia bianche, inforcò nuovamente 
gli occhiali e lesse per la centesima volta il te- 
stamento, poi esclamò: 

— Gesummio, Gesummio, cosa vuol dir ciò? 
Ecco che io ho seguito tutte le norme datemi; 
e qui c'entra senza dubbio il demonio. Senti il 
testamento: non è a dire che sia scritto in 
latino, nò ispagnuolo e neppure in Italiano. È 
scritto proprie» in sardo, in logudorese. Leggilo 
tu stesso... 

Bellia prese tremando la carta. Era un foglio 
di carta giallognola, grossissima, fregiata a ghi- 
rigori dorati. In un angolo c’era il sigillo del 
padre di Donna Maria Croce, con una corona 
da cavaliere e un D. un E. e un M. intrecciate 
a una piccola spada, una specie di stocco: il 
tutto in oro vecchio, un po' sbiadito dal tempo. 

11 bizzarro testamento era davvero scritto in 
logudorese, con una calligrafia antica, grossa, 
incerta, tuttavia leggibile, e Bellia lo lesse a 
voce alta, sillabando, con l'accento che gli tre. 
molava un poco: 


Diceva cosi: 

Dco, sutta iscritta, donna Maria Rughe 
M-, viuda de don Gavinu M -, declaro de la- 
sciare in testamenti! ;i su nepode de sa (iza de 
Rosannedda R—, tiza de Rosanna R— e de su 
biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta 
s’alveru pius mannu de su buscu de Santu Mat- 
teu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae 
su riu; e chi andet il lu reguglire sa die 20 de 
maiu de s’annu 1878, poite si no non bi aghat- 
tat nudda, e chi preghct prò s’anima mea, e 
faghat narrer missas de suffragiu. 

Donna Maria Rughi-: M— 
viuda de Don Gavinu M" » (l y \ 

Sarebbe troppo lungo riferire lutti i com 
menti e le ciarle che Bellia e il pievano fecero, 
l’er accertarsi meglio Bellia, il venti maggio, tor- 
nò a San Matteo e rifrugò sotto a tutti gli al- 
beri, ma non trovò nulla. 


(I) lo, sottoscritta, donna Marta Croce M— , vedova di don Gavino 
M"\ dichiaro di lasciare in testamento al nipote della figlia di Ro- 
sannedda R-— , figlia di Rosanna !<•*- c del defunto mio marito, il 
tesoro nascosto sotto l'albero più grande, del bosco di San Matteo, 
il primo che si trova a dieci passi dal ruscello, e che vada a rac- 
coglierlo il giorno venti maggio dell'anno 1878, perchè altrimenti non 
troverà nulla; e che preghi per l'anima mia. c mi faccia celebrare 
messe di suffragio. 

Donna Mania Cmx.k M— vedova di Don Gavino M— 


— JOI 


Per spiegare il mistero diabolico, il pievano 
mandò il testamento a tutti i suoi amici lette- 
rati, sacerdoti e laici, ma nessuno seppe dirne 
nulla. 

Finalmente la bizzarra carta capitò a un 
giovinetto del villaggio, nipote di zio Salvatore, 
che studiava nel seminario di Nuoro, e che, 
oltre le altre doti, era un eccellente calligrafo. 
Fd egli spiegò l'enigma. L’ultimo otto del 1878 
del testamento, non era già un otto, ma un tre. 
Le lineette del davanti erano fatte in modo da 
rassomigliarlo ad un otto, e cosi il vecchio pie- 
vano si era sbagliato di cinque anni nel dar 
l’avviso a Bcllia! (1) 


(I) Questo fatto si racconta, con qualche variante, anche nella 
Gallura, c pare abbia fondamento non del tutto leggendario. 


- 


In Sartn 

(j\ r i!ir oviip) 









io Nanneddu Fenu aveva l’ovi- 
le dalla parte di Trestutraghes, 
cioè quasi due ore distante da 
? Nuoro, in una bella tanca dove 
l'erba durava fresca sino al me- 
se di giugno. Ogni due o tre 
giorni la moglie o la figlia, la 
simpatica Manzèla, (1) si re- 
cavano a piedi, da Nuoro al- 
l'ovile di zio Nanneddu, per godersi una gior- 
nata di sole e portare delle vivande al vecchio 
pastore. 

Bustianeddu, il piccino della famiglia Fenu, 
un cosino alto tre dita, nero-bronzeo nel volto 


grazioso e maligno, con gli occhi tanto grandi 
da toccargli le orecchie, e che tutti, compresa 


(i) Mariangela. 


io6 — 


Mia madre chiamavano Tilipirche , (1) era per il 
solito, il compagno di viaggio delle due donne. 
Senonchè egli andava a cavallo. Questo cavallo, 
che era poi una cavallina poco più alta di Bu- 
stianeddu, sterile, vecchia, dal lungo pelo grigio 
e gli occhi pieni di una profonda melanconia, 
formava una parte, cioè un personaggio impor- 
tantissimo, in casa Fenu. Si chiamava Tclapor- 
(<i (2) e forse dal suo derivava il nomignolo di 
Bustianeddu. 

Fatto sta che Telaporca e Tilipirche passa- 
vano quasi tutta la vita insieme. Ogni sera, al- 
l’imbrunire, e ogni mattina all’albeggiare, si ve- 
deva il piccolo pastore trottare allegramente su 
la pensierosa cavallina, attraverso lo stradale e 
le tanche deserte che conducono da Nuoro a 
Fresuuraf'lies, o nei sentieri erti e rocciosi di 
Mar reri, dove zio Nanneddu calava con le greg- 
gie nella stagione cruda. 

Dacché era cresciuto Tilipirche, zio Nanned- 
du non si muoveva più dall’ovile: era il piccino 
che andava e veniva, che recava i viveri da 
Nuoro all’ovile, e il latte, la ricotta e i formaggi 
dall ovile a Nuoro. La cavallina era naturalmente 
il mezzo di trasporto: aveva una piccola sella 
di cuoio nero e di legno, antichissima, e la bi- 
saccia tanto grigia e consunta da confonderla 


(I) Cavalli-Ma, maschile, 
(a) Cavalletta, femminile. 


— io7 — 

col suo pelo. Tilipirche cavalcava meravigliosa- 
mente e andava su per i sentieri assiepati di ro- 
vi e di lentischi, a occhi chiusi. Quando la bi- 
saccia non era troppo pesante il piccino caricava 
in groppa o sul davanti di l eiaporca un buon 
fascio di legna, rami di ginepro o cottiduna, cioè 
radici legnose di lentischio, — e se non poteva 
più, portava a casa cinque o sei scope di gine 
stra e di rimavo, che lasciavano il profumo dietro i 
passi lenti e cadenzati della bizzarra cavalcatura. 

Ogni due o tre giorni, dunque, o almeno una 
volta alla settimana, zia Ventura o la bella Mali- 
zila si recavano all’ovile per visitare zio Nan- 
neddu, — che invecchiando diventava un vero 
cinghiale, — e godersi il sole in pianura. 

Si portavano il cucito, o dei panni da lavare 
nel ruscello, che attraversando la tanca stagna\ a 
in parecchi punti, formando così dei piccoli laghi 
verdi circondati di giunco e di nepitella ireschis- 
sima, — c ultimamente, anzi, zia Ventura s'era 
impossessata di un pezzetto di terra sempre umi- 
da, e ci aveva ficcato una enorme quantità di 
patate, poi una siepe alta di pomidoro e fagioli, 
che coltivava con immensa cura e passione. 

Qualche volta le due donne si fermavano ben 
anco a dormire nell’ ovile: dacché aveva escogita- 
to la professione di ortolana, zia \ entura pareva 
ammaliata, e se scorrevano più giorni senza che 
avesse visitato quel benedetto luogo pareva ne 
morisse. Manzèla si stizziva, la sgridava, dicen- 


dolc t he ora non faceva più (accende in casa, 
con questa passione, ma zia Ventura la lascia- 
va cantare, e ritornava lo stesso lassù, nella sua 
coltivazione prosperosa. La ragazza un giorno 
le minacciò di sradicarle tutto; allora zia Ventura 
si raccomandò a Pedru ’Chessa, - un altro pa- 
store che pascolava, in comune a zio Nanneddu, 
la grande tanca, e che nella notte si ritirava alla 
stessa capanna, — si raccomandò pregandolo di 
tener d occhio Manzèla allorché si recava lassù. 

Perche non lo dite a vostro marito? 

chiese Pedru Chessa. 

Kh già! Lui fa tutto ciò che vogliono i 
■ aguzzi, se tede Manzèla a sradicare il mio orto 
si metterà a ridere. 

— Bèl Darò io attenzione. Se la vedo... cosi 
devo fare? 

— Dalle magari una iscavatuuia, (I) che non 
ti veda Nanneddu. 


* 

* * 

Una mattina di maggio Bustianeddu e .Man- 
zèla trottavano allegramente verso l’ovile. Trot- 
tavano, cioè, per modo di dire, che il solo a trot- 
tare era Bustianeddu sulla sua cavallina. 


(l) Uno schiaffo. 


I<>9 — 


Il piccino non aveva alcun istinto cavallere- 
sco, e perciò non cedeva mai il suo posto, nep- 
pure alle donne. Ma Manzèla camminata più le- 
sta di Telaporca, ed era capace di attraversare 
tutta la Sardegna a piedi. 

Via, via, per lo stradale bianchissimo, attra- 
verso le fresche pianure verdi, coperte di mar- 
gherite e di campanule agresti, sotto il sole ar- 
dente, i due ragazzi andavano chiaccherando e 
ridendo. Manzèla si era scalzata, e tuffava quasi 
con gioia i piedi nudi* tra l’erba rugiadosi», emet- 
tendo ogni tanto un’imprecazione, quando le spi- 
ne dei cardi molli, nascenti sotto il fieno, le pun- 
gevano le gambe. 

Niente di più grazioso di Manzèla allorché 
nominava i diavoli, o faceva qualche smorfia per 
dispetto. La fanciulla era una vera figlia del po- 
polino nuorese, piena di malcreanza, di grazia in- 
consapevole, e di seduzioni bizzarre. Diceva tutto 
ciò che le saltava in testa, mentiva con la massi- 
ma disinvoltura, e dava la sua persino ai santi. 

Del resto era divotìssima, si confessava spes- 
so, e nelle ore di cattivo umore desiderava ar- 
dentemente la morte. Ma gli scapolari che teneva 
al collo e la piccola medaglia che zio Nanneddu 
le aveva portato da Roma, — si, precisamente 
da Roma, quella volta che era andato per testi- 
monio nel famoso processo dei sardi, datagli da 
un prete, che egli riteneva fosse il papa — non 
lo impedivano di imprecare ad ogni minuto. 


— I IO — 


Manzèla aveva diciotto anni. Veramente ess«i 
dai sedici anni non si moveva più adducendo 
per prova i tredici di Bustianeddu, - ma in 
re, ilt<* ne contava diciotto. Era sottilissima e pic- 
cola, coi cappelli neri divisi in due bende sulla 
(ionie un po bassa, e alla sua carnagione bianca 
il sole e l’aria avevano dato quella tinta calda, 
dorata, e diremo quasi bionda, delle razze latine 
confinanti alle more. 

In casa Fenu c era la specialità degli occhi 
glandi, e .Manzèla, poi ce li aveva enormi. Due 
strani occhi leggermente chiari, senza esser bigi, 
pieni di una falsa ingenuità, e di sorrisi vaghis- 
simi. Manzèla si valeva ad ogni istante dei suoi 
occhi, — rendendoli dolci, o spauriti, od attoniti, 
a piacere, e allorché era adirata li chiudeva un 
pè, sapendo che allora erano terribili. Con tutto 
ciò essa non era maligna: si credeva di esserlo, 
ma non lo era, come non era cattiva, benché 
Bustianeddu glielo ripetesse ogni istante. Anche 
quella mattina, venuti a parole lungo la viti, il 
piccolo pastore le ripetè: sei cattiva! 

Manzèla non potè sopportarlo e picchiò con 
un gambo di ferula la groppa della cavallina che 
si mise a correre pazzamente attraverso il pic- 
colo sentiero erboso. Ma Bustianeddu si tenne 
fermo , e quando potè far calmare la bestia , 
si voltò indietro ridendo a squarciagola e apo- 
strofò la sorella chiamandola: Feruledda Feru- 
ledda ! 


La ragazza si mise a correre, decisa di lan- 
ciargli un sasso, ma in quel punto apparve un 
uomo , nel verde di una macchia , e la fermò 
gridandole: ohe, Manzèla, da queste parti? — Era 
Pietro Chessa che veniva pur esso da Nuoro, e 
che seguiva i due ragazzi da più di mezz’ora. 

— Si, da queste parti! rispose Manzèla 
con una smorlia — Eri da molto senza vedermi, 
da queste parti! 

— Eh, sì, da avantieri! 

Proseguirono insieme la via. Bustianeddu an- 
dava sempre avanti, temendo qualche tiro della 
sorella, — e cantava in dialetto. La sua vocina 
stridula, ma cadenzata, si smarriva in lontananza, 
per le macchie che chiudevano la pianura, fra 
il ronzio delle mosche nascoste nei fieni alti, im- 
mobili al sole. Pietro e Manzèla seguivano. La 
ragazza esponeva al giovine tutte le cattiverie, 
e le male azioni di Bustianeddu. Oramai non po- 
teva sopportarlo più, e il momento che le casca- 
va sotto le unghie doveva scorticarlo vivo. Ma 
Predu quasi quasi non l'ascoltava. Con gli occhi 
fissi nel vicino orizzonte, chiuso dalle alture su 
cui imperano rovinati i nuraghe* che danno il 
nome a quella cu ssor gin, — quella appunto ove 
si trovava l’ovile suo e di zio Nanneddu, — nella 
linea del cielo d’un azzurro così profondo e cupo 
da parer tristissimo, Predu pareva immerso in 
un sogno. 

Egli era pazzamente innamorato di Manzèla. 


I 12 


Dacché zia Ventura l'aveva pregato ili tener 
d'occhio la fanciulla, egli non provava un mo- 
mento di pace e ili calma. La ligurina di lei gli 
si era impressa sulla retina degli occhi, e la ve- 
deva da per tutto, nel verde sconfinato della pia- 
nura, nel ciclo implacabilmente azzurro, di giorno 
e di notte. 

Di notte, anzi, allorché le greggio vagavano 
per le macchie silenziose, riempiendo la serenità 
lattea del plenilunio con la musica monotona 
delle loro campanelle, Pedru, muto e assonnato, 
invaso da una intensa melanconia, scorgeva Man- 
zòla in ogni punto, fra i giunchi scintillanti alla 
luna, nella capanna, sui nuraghi neri e nelle 
fratte. 

Già, da appena l'aveva conosciuta, egli se 
n’era innamorato, — ma ora, ora il suo amore, 
raggiungeva la pazzia; egli scoppiava per poco. 
K fancendo i suoi calcoli Predu si era deciso a 
spiegarsi e chieder Manzòla in isposa. Costi gli 
mancava? Era un buon pastore, giovine, forte, 
bello; possedeva gregge e qualche pascolo, e po- 
teva metter su casa senza timore alcuno. La 
fanciulla era molto giovine ed inesperta, ma poco 
ciò importava. Si poteva attendere o due o tre 
«inni per isposarsi: ciò che importava erti il pro- 
curarsene l'amore. Quella mattina Predu, vistosi 
solo al fianco della ragazza, pensava e ripensava 
al modo con cui spiegarsi, ma non una parola 
poteva uscirgli dalle labbra, e il cuore gli but- 


!t} — 


teva cosi forte da spezzarglisi sotto il giubbone 
di velluto. 

A momenti mcntr’essa chiacchierava spar- 
lando di Bustianeddu, il giovine era tentato di 
interromperla gridandole in alto il suo segreto, 
— ma appena staccava le labbra, una specie di 
torpore ardente gli invadeva la testa, velandogli 
lo sguardo e costringendolo quasi a cadere per 
terra. 

Pure, alla line, dovette decidersi. In lonta- 
nanza appariva già la capanna e la tettoia di 
frasche secche dove i pastori meriggiavano, 
e Bustianeddu, gettando per l'aria l'ultimo trillo 
della sua canzone s'era slanciato al galoppo verso 
l’ovile. 

Il sole, già alto, dargeggiava la pianura, e 
Predu sentiva il sangue ondeggiargli ardente, a 
sbalzi, a meandri, a vampate, infiammandogli il 
viso e la testa. 

Manzèla invece, tirato il fazzoletto su gli 
occhi, proseguiva tranquilla, col viso dorato, com- 
posto come quello di una madonnina latina del 
Quattrocento. La luce intensa dell'aperta campa- 
gna dava un riflesso chiarissimo ai suoi grandi 
occhi, rendendoglieli quasi grigi e trasparenti, e 
Predu, guardandola intensamente , si sentiva 
morir dalla voglia di prendersela fra le braccia, 
come un piccolo agnello bianco e spaurito, e di 
coprirla di baci. 

Manze, le disse- alla line, fermandosi 


DkLKDIIA. A'inroHli Stirili. 


8 


di botto all'ombra di un'altura che nascondeva 
la capanna, e sotto cui si insinuava il piccolo 
sentiero tracciato sull'erba. — Manze", ho da dirti 
una cosa. 

Siccome per tutta la strada era rimasto si- 
lenzioso, la fanciulla lo guardò stupita e si fermò 
anch’essa all'ombra. 

Cera un fresco incantato, là sotto. Dai massi 
sovrapposti dell'altura piovevano grandi grappoli 
di rovi verdeggianti e di biancospino lìorito. Le 
rose- canine, diafane, sfumate in colore d’ambra, 
olezzavano acutamente, e il ruscelletto attraver- 
sava gorgogliando il sentiero per poi sparire tra 
le alte ferule anch’esse tiorite, di cui Manzòla te- 
neva ancora un grosso e lungo gambo fra le 
mani. 

Improvvisamente Predu si era fatto bianco 
in volto, bianco come i fiori della ferula e degli 
spini, e la fanciulla lo guardò quasi spaventata, 
credendo si sentisse male. 

— Ebbene, cosa hai? — gli domandò. 

Senti, - cominciò egli, ami tu qual- 
cheduno?... 

No... ma cosa te ne importa?... disse 
Manzòla scoppiando in un’alta risata. Senza altre 
parole ella comprendeva già a che Predu voleva 

concludere, e rideva rideva rideva perche- 

questa storia non la sospettava neppure, perché 
non aveva mai pensato ad un probabile amore- 
fra lei e il giovane pastore. Egli la lasciò ridere 


e proseguì, rinfrancandosi a poco a poco, o meglio 
riscaldandosi: 

— C’è un giovine che ti vuol bene e ti spo- 
serebbe volentieri Se tu credi di accettarlo, 

Man/èla 

— Sei tu, non è vero? — chiese essa fran- 
camente, guardandolo negli occhi e battendogli 
scherzosamente la ferula su una spalla. Pietro 
sussultò e un lampo gli rifulse negli occhi neri. 

Ah, dunque, Manzòla lo amava? Si, al- 
trimenti non si sarebbe comportata cosi. Dopi» 
tante ansie e tanti timori una felicità immensa 
veniva nell’animo di Predu, cosi inattesa e lu- 
minosa da toglierli la ragione e il sentimento di 
sè stesso. 

Ma a un tratto mandò un acuto grido che 
risuonò per tutta la pianura. Che era stato? L’na 
cosa semplicissima. 

Nell’ardore della gioia, Predu, quasi incon- 
sapevolmente, aveva cercato di abbracciare Man- 
zòla, — ma la fanciulla, che non la intendeva 
cosi, dando un passo indietro, gli aveva percosso 
ferocemente il volto con la sua ferula. 

l’n colpo, una staffilata terribile, incredibile 

anzi. 

La pelle bruna del giovine si era lacerata, 
quasi colpita da scheggio di pietra, e sanguinava. 

Ma il dolore acuto, la vera ferita era al- 
l’occhio. Predu aveva creduto di morire, c se 
fosse stato altri che Manzòla a fargli quella azio- 


ne, egli sarebbe corso alla capanna in cerca del 
suo archibugio o della sua loppa. Ma con lei 
cosa ci poteva fare? Passato il primo dolore si 
chinò, senza pronunziar verbo, sul rivoletto, e si 
lavò il viso, poi trasse di tasca un pezzo di 
fazzoletto e si asciugò il sangue che scorreva, 
macchiandogli la barba, la camicia ed il giubbone. 

Manzèla tremava, convulsa: le pareva di aver 
commesso un delitto, ed ora toccava a lei di- 
ventar bianca come i liori della ferula. Sulle pri- 
me fu per fuggire, ma poi, visto che Predu non 
si lamentava, gli si avvicinò balbettando mille 
scuse. — Fa vedere, — gli disse stendendo le 
mani, — fammi vedere. Cosa ti ho fatto, cosa ti 
ho fatto? 

E voleva esaminare la ferita, ma Predu la 
respinse, senza dir parola. Mentre Manzèla con- 
tinuava a guardarlo, torcendosi le mani per la 
disperazione, giunse correndo Bustiancddu, chie- 
dendo che cosa era successo. 

— Niente, — rispose Predu, — son caduto 
e mi son ferito qui... E riprendendo la via mostrò 
la ferita al piccino. 

Manzèla li segui. Non rideva più, non ricor- 
dava più in che mondo si fosse. Ah, insieme al 
sangue, ella aveva veduto delle lagrime scendere 
dagli occhi, dai poveri occhi di Predu Chessa! 


— ii7 — 

* 

* * 

Allora avvenne una strana coni. Da quel 

giorno Pretlu diventò burbero e selvaggio come 
zio Nanneddu. Non tornava più a Nuoro, non 
parlava, non cantava, non rideva piu. 

E neppure sognava. Nelle notti calde e stella- 
te di giugno, quando per l'aria immobile della pia- 
nura vaporeggiava il profumo delle prime stoppie 
e dei reas rossegginoti nel lieno diseocantesi, — 
egli non vedeva più Manzèla davanti a sò, e il 
tintinnio delle greggio pascolanti gli dava solo 
dei ricordi amari e il rimpianto di sogni smarriti. 

Quando la fanciulla veniva all'ovile egli non 
la guardava neppure. Oh, poteva benissimo sra- 
dicare tutta l’ortaglia di zia Ventura: egli non 
si sarebbe mosso dalla tettoia, o dalla capanna. 
Certe volte anzi, quando vedeva spuntare il faz- 
zoletto oscuro o il corsetto rosso della ragazza, 
egli se ne andava lontano, al di là dei nuraghi, 
e spariva tra le macchie, come un bandito. 

Eppure Manzèla ora era piena di gentilezze 
con lui. Lo chiamava compare Preda, e doman- 
dava di lui, ogni giorno, a Bustianeddu. Inoltre 
moltiplicava le sue visite all’ovile, e si interes- 
sava di ogni cosa. Restava entro la capanna al- 
lorché Predu preparava il formaggio, lo aiutava 
ad infuocare le pietre che servivano a coagulare 
il latte, e non lasciava scappar nessuna occasione 





per ricordargli l'avventura della ferula. Ma lui 
zitto, sempre zitto. La lasciava fare, non rispon- 
deva nulla, non le faceva alcuna osservazione, 
non le dava uno sguardo. 

Che cosa succedeva fra quei due esseri biz- 
zarri ? 

Nulla di meraviglioso, o meglio, si, una cosa 
meravigliosa, un dramma intimo e interessan- 
tissimo. 

Manzòla amava perdutamente Predu, e Pre- 
du non l'amava più. Manzèla gli faceva la corte, 
ma lui non ci badava, anzi ne provava un di- 
sgusto intinito, e un acre piacere, il piacere della 
vendetta. Ah, ella gli aveva frustato il volto... 
si, andava benissimo, era nel suo dritto di ra- 
gazza onesta, ma ora lui le avrebbe sferzato il 
cuore, glielo avrebbe fatto sanguinare come ella 
aveva fatto sanguinare il suo viso. 

Non attendeva che l'occasione propizia. 

Intanto Manzèla si consumava di passione e 
di rimorso. 

Quelle lagrime vedute scorrere sulle guancte 
del forte pastore, che probabilmente non aveva 
pianto altra volta in vita sua, le tornavano 
in mente ad ogni minuto, e la scena dolorosi» le 
si ripeteva quasi ogni notte in sogno. 

Si fece divota più che mai, e pregavi» sem- 
pre, pellegrinando alle chiese di Vaiverde e del 
Monte, per chiedere all.» dolce Signora del Cielo 
la pace per la povera animi» sua. 


Ma la pace non tornava, non tornava più. 

Il sorriso si era spento sul suo bel viso dorato, 
che nel pallore della tristezza diventava quasi 
brutto, con tinte terree e cadaveriche, e gli 
occhi le si erano fatti neri, offuscati da un velo 
di misteriose malinconie. 

Tutti si accorgevano del suo cambiamento, 

— e zia Ventura giurava che Manze la era stre- 
gata. A furia di sentirselo ripetere, la bimba ci 
credè anche lei, e dovettero assoggettarsi alla 
cura per questa speciale malattia. 

Sa itu’dichnia e s' istruì, (1) — la faceva zia 
Peppa Frunza, la medichessa del vicinato. Prima 
misurò Manzèla pe r lungo e per largo, e da que- 
sta misura resultò evidente che la fanciulla era 
stregata da tre mesi. Zia Peppa allora accese 
un fuoco, gettandovi il (ilo con cui aveva misu- 
rato Manzèla, del rosmarino, delle piume di strige 
e tanti altri ingredienti miracolosi, — e fece sal- 
tarlo per tre volte alla malata, mentre lei reci- 
tava misteriose preghiere. 

Questa cura speciale si rinnovò molte volte, 

— finché a zia Peppa parve che Manzèla fosse 
guarita. Ma giù! La ragazza era e restò inna- 
morata di Predu. Andava come una pazza, c non 
trovava calma in alcun posto, solo lassù, lassù, 
a Trestturaghcs nell’ardore del sole che dilagava 


(i) l.a medicina della strega. 


I JO 


sui tieni biondi, tra le ferule secche e i cardi e 
le stoppie che scintillavano d’oro. 

I-assù c'era Predu che non rideva nè canta- 
va mai, che si era lasciata crescere la barba, 
che era più bello che mai con i sopraccigli ag- 
grottati e le labbra chiuse. 

Persino zio N'anneddu si accorgeva della paz- 
zia di Manzèla, e benché la amasse teneramente, 
con tutta la tenerezza del suo carattere chiuso 
e selvaggio, si risentiva della sua condotta. Ma 
che fare? Privarla di andare all’ovile? No, che 
neppure lui poteva star due giorni senza vederla. 

Pensa e ripensa si decise a cambiar di pa- 
scolo, e lasciare, mediante compenso, i pascoli 
di Tresnuraghes tutti a Predu. Fece tutto alla 
chetichella , e quando ogni cosa fu combinata , 
disse a Manzèla, una sera di agosto: 

— Di’ a tua madre che domani cambio le 
greggio al monte. 

— Anche Predu? chies’ella ansiosamente. 

— No, egli resta qui tutto l’autunno 

Essa non disse nulla, ma nella disperazione 
che la colpì prese una grande decisione, e andò 
in cerca del giovine. 

Non si vedeva in nessun posto. Nella im- 
mensa calma ardente del pomeriggio la pianura 
pareva dormisse. Le pecore stavano assopite nel 
l’ombra delle macchie, e il confine del paesaggio 
sfumava in linee quasi gialle, confuse con l’oriz- 
zonte d’un azzurro grigiastro e vanescente. 


21 — 


Dopo molti giri Manzèla vide Predo in lon- 
tananza. Nella luminosità del sole pareva una 
macchietta nera e lontana, ma ben presto la 
fanciulla lo raggiunse e gli si avvicinò. Tremava 
come una foglia: il caldo, la corsa e l'emozione 
le imporporavano il viso e le labbra. Cosi con 
gli occhioni spaventati, i capelli scomposti sotto 
il fazzoletto che slegato le scivolava dalla testa, 
Manzèla diventava bella come pochi mesi prima, 
più bella ancora. tanto che Predu la guardò 
sussultando. 

— Ebbene, — le chiese, — perchè corri cosi 
come una pazza. Cosa c'è? 

lì vero che babbo se ne va e tu resti 
qui? domandò lei ansante. E lui Ireddo: 
Pare cosi ! 

— E dunque... te ne vai... senza dirmi chi 

era quel giovine che... 

Egli non la lasciò proseguire. E con uno 
scoppio d’ira, di passione e d'odio nella voce gri- 
dò: — Ero io! 

Manzèla ne fu annichilita. Ora perdeva ogni 
speranza, ora vedeva bene che Predu 1 odiava a 
morte. Ah, non ne poteva più, non ne poteva 
più! E lasciandosi cadere su una pietra, al sole 
infuocato di ;igosto, scoppiò in pianto. 

Predu a quella scena, cambiò di colore e 
provò un i sensazione che non era certo quella 
che si aspettava dalla sua vendetta. Tutto il san- 
gue gli affluì al viso; eppure, davanti allo schianto 


— ni- 


di dolore della fanciulla non trovò che una stu- 
pida domanda: Cosa diavolo hai, Manzèla? 

Ma essa non rispose. Predu si allontanò ra- 
pidamente e ben presto formò di nuovo una 
macchietta nera perdentcsi in lontananza, nel ba- 
gliore della pianura silenziosa. 

Manzòla continuò a piangere sulla sua sven- 
tura e sul suo amore disperato , ma quando 
stanca di piangere, — tornò verso la capanna, zio 
Nanneddu la prese in un cantuccio, sotto la tet- 
toia di frasche e le disse: 

— Manze, Predu Chessa ti vuole per isposa ! 


Il Padre *- 






itto sovra un ciglione erboso, 
quasi sull’orlo dello stradale, 
Jorgj Preda, soprannominato 
Tiligherta, aspettava da più di 
un quarto d’ora la sua piccola 
innamorata, Nania, la liglia 
del cantoniere. 

Facevano all’amore da una 
ventina di giorni, cioè da appena si erano cono- 
sciuti. Nania passava sullo stradale ogni giorno. 


verso le due, andando al ruscello per recar l’acqua 
alla cantoniera, e Jorgj l’attendeva sul ciglione 
facendo vista di guardare le pecore che a quel- 
l’ora meriggiavano tra le macchie, sotto il bosco 
di soveri. 


Appena Nania spuntava nel biancore desolato 


dello stradale, Jorgj scendeva giu dal suo osser- 
vatolo e si metteva all'ombra, dietro il ciglione, 
ove Nania, con in testa la lunga anfora fiorita, 
che pareva un’anfora etnisca, lo raggiungeva, 
tutta piena di amore e di paura. 

Perchè, certamente, se il babbo l'avesse sco- 
perta a far l’amore con Jorgj le avrebbe rotto le 
costole. A quell’ora zio ( lavimi Faldedda schiac- 
ciava il suo solito sonnellino o si tratteneva a 
coltivare il campicello attiguo alla cantoniera, - 
tuttavia non c’era da fidarsi. 

I due ragazzi ehiaccheravano per cinque o 
sei minuti, divorandosi con gli occhi, ma senza 
toccarsi neppure la punta delle dita; poi Nania 
proseguiva pensierosi» la sua stradii e Jorgi s in- 
ternava nel bosco, sospiriindo angosciosamente. 

Egli si sentiva, certo, altero e felice di pos- 
sedere una innamorata tutta sua , la , lontano 
dall'abitato, in completa solitudine, ma la sua 
felicità era tutt’altro che intera. 

Prima di tutto c’era quello spasimo di zio Ga- 
vinu, — che non pensava punto a maritar Nania 
con un ragazzaccio come Jorgj, — e poi... tanti 
altri poi... infine. Basta, Jorgj, in attesa della leva 
e di altri malanni, si sarebbe contentato di aver 
almeno un bacio da Nania, ma questo era il peggio* 
quello che più lo faceva sospirare. La piccina non 
aveva alcuna intenzione di baciarlo e lui non osava 
toccarle neanche l'orlo della gonnella. Q)uel giorno 
però jorgj Preda era deciso di abbracciarsela tutta 



e dirle: Ma se non si baciano gli innamorati 

ehi vuoi che si baci? 


* 

* * 

Ma giusto appunto quel giorno Nania non si 
vedeva più. 

Sempre ritto sul ciglione Jorgj cominciava 
ad inquietarsi, perchè dall'ombra proiettata in 
terra dalla lunga pertica che teneva in mano si 
accorgeva che le due erano trascorse. 

Jorgj Preda, che si chiamava comunemente 
Tiligherta, era di Ritti e poteva avere diciannove 
anni. 

Guardava, insieme ad un altro vecchio pa- 
store nuorese, le pecore di un ricco possidente 
pure nuorese, e i pascoli dove erano stazionati 
si stendevano vicini ad una delle cantoniere dello 
stradale di Bitti. 

Jorgj poteva dirsi un bel ragazzo — egli si 
credeva un uomo maturo — alto e muscoloso, 
benché sottile, coi capelli nerissimi e il protilo 
perfetto; uno di quei profili scultori, della mi- 
gliore scuola greca, come se ne vedono solo dalla 
parte di Bitti e d’Orune. Ma aveva la pelle troppo 
annerita e indurita dal sole e dal freddo, e la 
dolce linea della sua bellissima bocca, dalle lab- 
bra sottili e i denti di smalto, non leniva la durezza 
dei suoi occhi neri, annuvolati e quasi tetri. 

Allevato a Nuoro, Jorgi, parlava il nuorese- 


con una lontana reminiscenza della stia pronunzia 
nativa, ma conservava il costume del suo paese 
quasi tutto nero, coi calzoni di orbace bianco 
stretti, un po' laceri e sporchi. 

Dacché aveva scoperto la cantoniera e s'era 
innamorato della piccola figlia di zio (lavimi, 
|orgj Tiligherta si lavava il viso e le mani e cer- 
cava di pulirsi, ma ciò nonostante rimaneva nero 
come il demonio e i suoi scarponi e la sua ber- 
retta esalavano sempre un profumo pastorale 
poco voluttuoso. 


E Nania non si vedeva ancora. Mille brutti 
pensieri agitavano lo spirito irrequieto del giovine 
pastore, facendosi più dolorosi a misura che l’om- 
bra della pertica si stendeva sull'erba fresca del 
ciglione. 

|orgj, con gli occhi semichiusi, restava im- 
palato lassù, (issando acutamente l'estremità dello 
stradale, e nessun’anima umana passava attraver- 
so l’immenso spazio della campagna circostante. 

Nel dolce meriggio di aprile i boschi di so- 
veri, di cui è coperta la selvaggia pianura, in- 
tricati di cisti, di corbezzoli, e di vepri, tranquilli 
e silenziosi, avevano nelle foglie fresche come il 
riflesso del cielo di un azzurro perlaceo, e si 
stendevano così a perdita di occhio, sino alle 
vanescenze dell’orizzonte, chiuso da montagne 


lontane, di un azzurro più oscuro ma più vapo- 
roso. Dal sito ove stava Jorgj si scorgeva appena 
il tetto della cantoniera, dal cui fumaiuolo si in- 
nalzava una lunga spira di fumo diafano, ma non 
si vedeva punto la capanna dei pastori, molto più 
lontana, neU'interno litio del bosco. 

Lo stradale serpeggiava per la pianura, fra 
i boschi, come un alveo asciutto e disseccato dal 
sole, e l’erba cresceva ai suoi lati ancora alta e 
bella, perchè la greggia, che possedeva tanto 
pascolo nell’interno della pianura, non si era a* 
vanzata sin là. 


* 

* * 

Nania non veniva, Nania non compariva più. 
Dii occhi di Jorgj, che poco prima splendevano 
in un m<>do insolito al pensiero del bacio che 
avrebbe dato, volere o no, alla sua piccola in- 
namorata, andavano rabbuiandosi sempre più e 
quasi si velavano di lagrime. Ah, San Giorgio 
mio, qualche cosa doveva esser successo. Forse 
Nania era malata, forse zio Gavinu, uvea fiutato 
qualcosa e non la lasciava più andare all’acqua, 

forse Jorgj si disponeva a lasciar il suo posto 

di attcsti e recarsi alla cantoniera, con qualche 
pretesto, come ci si recava sempre, quando udì il 
galoppo di due cavalli, e vide passare, avvolti in 
un leggero nembo di polvere due bei signori a ca- 
vallo, che non si degnarono neppure di guardarlo. 

Dm.EDDA. Nottanti Santi 


9 


Anch’egli, t hè vedeva spesso gente attraver- 
sine lo stradale, non fece gran calcolo di loro, 
scese dal ciglione e si avviò. Ma a metà strada 
si fermò, trasalendo. La vista della lunga anfora 
fiorita che egli conosceva tanto bene, gli fece 
battere violentemente il cuore, ma per poco. Non 
era Nania che la portava in testa, non era Xania 
che si avanzava sulla triste bianchezza dello stra- 
dale, col fazzoletto giallo cadente disteso sulle 
spalle e fiammeggiante al sole. Eni la piccola so- 
rellina, Arrosti (Rosa). 

— Perchè vai tu all’acqua, oggi? — le gridò 
lorgj quasi adirato. 

Invece di rispondergli, Arresa, una monella 
della peggior specie, appena lo riconobbe comin- 
ciò a strillare, per farlo stizzire: 

Tiliglicrt.i, Tiligherta 

mamma tua est in ghcrta. 
babbu tou est morinde, 
tiligherta bactinde... 


Ma egli non vi badò e ripetè la sua domanda, 
meno duramente, avvicinandosi alla piccina. 

Arrosti, temendo hi picchiasse, gli fece allora 
un bel sorriso e gli rispose: — Perchè Nania sta 
lavorando. 

— lì costi sta facendo? 

— Sta lavorando perchè vengono l' impre- 
sario e l’ingegnere. Non li hai veduti a passare: 1 


— Ah, orano quoi duo signori? Ci vengono 
molto spesso? 

— Così! Dolio volte spesso e dolio volto 
poco. Cosa te no importa? 

Jorgj ponsò di accompagnare la -piccina al 
ruscello per saper qualche cosa su quei signori 
che già lo ingolosivano e lo indispettivano, per- 
chè a causa loro non aveva veduto Nania, quella 
sera. Passando vicino al ciglione indicò le pecore 
ad A r rosa dicendole: 

— Lo vuoi un agnellino, un agnellino bianco 
come dente di cane? 

Arrosa credette la pigliasse in giro e per 
vendicarsi ripetè la batloriua della tilìgherta . 
cantandola tutta in un miscuglio di nuorese, di 
campidanese e di ozierese, — nia Jorgj le ripetè 
così seriamente la proposta che riuscì poi ad 
aver molti particolari sui due signori. 

L’impresario era nuorese e l’ingegnere, 
quello con la barba bionda, continentale. 

Quest’ ultimo Arrosa lo conosceva da molto, 
da molto tempo. Ogni volta che veniva alla can- 
toniera regalava del bel danaro a Nania, che 
parte lo dava al babbo, e parte se lo nasconde- 
va entro un sacchettino, sotto i materassi: e a 
lei, ad Arrosa, non dava mai nulla, mai.... Per- 
ciò non lo poteva vedere. 

— Comesi chiama? — chiese Jorgj, facendo 
una smorfia significantissima. 

— Signor Guglielmo 


•}2 


— Restano li a dormire? 

- Si. 

Ad un tratto Jorgj piantò la piccina e se 
ne andò, cupo in viso. 

— Tiligherta, — gli gridò A irosa, — ricor- 
dati l'agnellino, l’agnellino 

Ma egli non rispose e in breve scomparve 
sotto il bosco, t'na terribile gelosia lo tormen- 
tava. Tornò all' ovile, ma si sentiva così di ma- 
lumore che si bisticciò con /io Concafrisca, l’al- 
tro pastore, — e quasi quasi venivano alle mani. 
Riprese a battere il bosco, trascinando la sua 
tristezza per le macchie di cisto odoranti, al 
dolce tramonto, di rosa, e non potè far nulla per 
tutta la sera. 

AH' imbrunire si avvicinò alla cantoniera, 
ma non ebbe il coraggio di entrarvi. Per lung’ora 
vi si aggirò intorno, come un’anima dannata, ma 
solo di notte potè accostarsi. 

Benché dal fumajolo s’innalzasse ancora una 
sottile striscia di fumo perdentesi nella vaporo- 
sità della fresca notte di aprile, la porta era chiu- 
sa, chiuse le finestre e un grande silenzio regnava 
intorno. Dalla lincslra della camera dell'ingegne- 
re, a pian terreno, sfuggiva la luce del lume che 
descriveva un quadrato luminoso sullo stradale. 

Jorgi Preda si avvicinò e vide, attraverso i 
vetri, il signore dalla barba bionda, quello che 
Arresa aveva detto esser l’ingegnere, in maniche 
di camicia. 


Probabilmente si preparava ad andar a letto, 
lira alto e magro, biondo e con gli occhi piccoli, 
di cui non si distingueva il colore, stretti agli 
angoli in un modo bizzarro che dava un’espres- 
sione simpatica a tutta la sua fisonomia. Un bel- 
l’uomo, infine, che poteva esser vecchio — non 
si sapeva precisamente distinguere. 

Jorgi lo divorava con gli occhi, allorché vide 
entrare Nani». Un fremito agitò tutta la sua per 
sona e, inconsapevolmente, diede un balzo ser- 
pentino, indietreggiando, per non essere veduto 
dalla fanciulla. 

Nania era piccola fanciulla sottile e triste. 
Nel suo visino di quindici anni aleggiava sempre 
una serietà quasi tragica, e il pallore fosco della 
sua carnagione finissima veniva accresciuto dalla 
tinta cinerea dei suoi capelli biondi. Uno splen- 
dore di capelli crespi, foltissimi che dovevano 
pesarle sulla piccola testa liliale, di bambina cre- 
si-iuta innanzi tempo. Infatti essa era da tre o 
quatt'anni, dopo la morte della mamma, la mas- 
saja della cantoniera. 

Faceva tutto, aiutata a mala pena da Arrosa, 
e non perdeva un minuto di tempo. Solo da tre 
settimane pareva distratta, trascurava le sue fac- 
cende domestiche e si assentava lung’ora nel- 
l'andare al ruscello. Venivi! invasa a momenti da 
scoppi di pazza allegria, ed a volte piangeva di- 
rottamente, e zio Gavinu si accorgeva del suo 
cambiamento, ma non diceva nulla e non riu- 
sciva a indovinarne la causa. 


Dallo stradale Jorgi Preda, fremente e cupo, 
(issava gli occhi scintillanti attraverso i vetri, in- 
timamente vinto anche da un dolce sentimento di 
tenerezza e di passione nel rivedere la piccola e 
fragile giovinetta che lo aveva stregato, e per la 
quale avrebbe dato un'archibugiata magari al re. 

Nania indossava un costume della parte di 
Ozieri, donde era nativo zio Gavinu Faldedda, 
ma conservava il fazzoletto disteso come le cam- 
pidanesi. Il corsetto, di broccato molto consunto, 
veniva allacciato sul davanti da una molteplice 
incrociatura di stringa rossa, e cosi senza mani- 
che talari della camicia, abbottonate ai polsi. 

La sottana e il grembiale erano semplicissi- 
mi, d’indiana oscura, e Nania non aveva altro 
ornamento che una piccola collana di coro Messa 
intorno al sottile collo gentile. Era scalza e a 
testa nuda e recava un boccale d’acqua nella ca- 
mera dell'ingegnere. 

Jorgi vide la sua innamorata sorridere al 
bel signore e questi avvogerla tutta in uno sguar- 
do ed in un sorriso di amore. Graziosa e svelta, 
Nania depose il boccale in un canto, e poi si 
fermò vicino all’ingegnere. Parlavano. Dal sito 
dove si trovava Jorgi non senti nulla, e d’altron- 
de era colto da vertigini spasmodiche di collera 
e di gelosia. Ah, non vi era dubbio, non v’era 

dubbio Nania lo tradiva, a Nania piacevano 

i bei signori puliti e ricchi. 

Tutto il sangue affluiva al volto di Jorgi e 


le tempie gli picchiavano a martello. Se avesse 
avuto un archibugio avrebbe sparato, traverso i 
vetri, uccidendo quel signore che veniva a ru- 
bargli la vita. 

Ad un tratto impallidì e diede un secondo 
sbalzo, più serpentino e fremente del primo. 

Ah, ciò che egli vedeva!... Credè di impaz- 
zire e mai dimenticò la sensazione provata in 
queU’istante. 

L’ingegnere, dopo molti sorrisi e molte pa- 
role aveva preso la testolina di Nania tra le sue 
mani, tra le sue lunge mani di un candore e di 
una delicatezza femminile, e l'aveva coperta di 
baci. Poi aveva abbracciato, tenendosela lunga- 
mente a seno, la fanciulla, che sorrideva e pian- 
geva lutt'insieme. Jorgi gemè sullo stradale. L’in 
gegnere dovette sentir qualcosa perchè lasciò 
bruscamente Nania e si avvicinò ai vetri. Jorgi 
ebbe* il sangue freddo di ritirarsi presso il muro 
e non fu visto. Egli però vide il quadrato di luce 
sparire dallo stradale e si accorse che gli spor- 
telli della finestra erano stati rinchiusi. 

Allora fu preso da una rabbia immane e da 
una grande vigliaccheria, e fu per picchiare alla 
porta della cantoniera per dire a zio Gavinu: 

— Guardate ciò che accade, guardate! 

Ma non lo fece. Prese invece la decisione di mas- 
sacrare l'ingegnere, e quasi calmato da quest’idea 
si allontanò, mentre strani singhiozzi aridi, stra- 
zianti, gli contorcevano la gola... 




'5fr — 


* 

* * 

All’alba Jorgi Preda, appostato dietro una 
fratta, a un quarto d’ora di distanza dalla can- 
toniera, armato con l’archibugio di zio Concafri- 
sca, attendeva il passaggio dell’ingegnere per 
tirargli un’archibugiata numero uno. A r rosa gli 
aveva detto, la sera prima, che i due signori 
avrebbero proseguito l'indomani verso l'altra can- 
toniera, dunque dovevano passare di là, e egli 
aspettava... con una feroce decisione nel volto 
orrendamente scomposto, e negli occhi più tetri 
e annuvolati del solito. Nell'alba fresca di aprile 
un magico incantamento di vaghe luminosità e 
di profumi allagava la campagna; l’orizzonte del 
bosco sfumava nell’oriente color d'oro; e nelle 
macchie lucenti di rugiada le agasselle canta- 
vano gaiamente ma Jorgi Preda badava a 
tutt’altro che alla idilliaca poesia mattutina. 

Dalla sua fratta dominava un gran tratto 
di stradale e vedeva il ponte sotto il quale scor- 
reva un nastro d'acqua smorta, assorbita da alti 
giunchi e dall'asfodcllo che cominciava a borire. 

E ripensava ai sogni fatti tante volte, seduto 
sull'orlo del ponte, alle canzoni cantate a voce 
altissima, per esser intese da Nania in lontanan- 
za, accompagnate dal susurro dei soveri e dal 
tintinnio delle greggie che ogni notte venivano 
ad abbeverarsi in quel sito, giacché l'altro ruscello 


Jorgi lo rispettava come cosa sacra, servendo 
l'acqua per la cantoniera. 

A momenti lo spirito del giovine pastore ve- 
niva conquisto dalla tenerezza delle ricordanze, 
— e allora pensava di allontanarsi, chiedendosi 
se tutto non ersi stato un cattivo sogno — ma 
la sensazione della realtà lo riprendeva tosto e 
non si muoveva. 

Ma gli aspettanti non passavano più, e ogni 
minuto gli pareva un secolo, giacché poteva 
passar gente e scoprirlo, e nella paura temeva 
anche di sbagliare il tiro. 


Eccoli linalmente! 11 sole stava per spuntare 
sull'estremità lucente del bosco, allorché Jorgi 
scorse i loro cavalli e senti la voce aborrita del 
suo rivale. Traverso i cespugli intricati del suo 
nascondiglio, con gli occhi acuti di folco spalan- 
cati e avidi, (issò l’ingegnere, per esaminarlo 
meglio che non l'avesse fatto la notte prima, e 
un sorriso amaro gli contrasse le labbra sottili e 
belle, rese bianche e aggrinzate dalla disperazio- 
ne di quella lunga notte infernale. 

Ah, quel signore era bello e gentile. Cosa 
contava lui, Jorgi Preda, la ffligherta, col suo 
volto nero e i suoi stracci, cosa contava in pa- 
ragone di quel signore bianco e biondo, così ben 
vestito ed elegante? Nania sottile e vezzosa come 


« 5 » - 


una signora, aveva ben ragione di preferirlo; ma 
allora perchè, se le piacevano i signori, perchè 

10 aveva stregato, dicendogli che gli volca bene 
e lo attenderebbe per marito? 

Sul punto di assassinare un uomo Jorgi Preda 
sentiva una spasmodica volontà di piangere. 1 si- 
gnori si avvicinano. Jorgi rivide Nania, la sua pic- 
cola N'ania che adorava ancora come Nostra Si- 
gnora del Miracolo, fra le braccia dell’ingegnere 
e alzò il vecchio archibugio di zio Concafrisca. 

Passando sotto il suo tiro, l’ingegnere, che 
non pensava certo al terribile pericolo sovra- 
stante, alzò la testa, si levò il cappello bianco 
da campagna e lo tenne un poco suU’arcione — 
e un momento dopo sorrise, sempre ragionando 
col compagno, col viso rivolto verso la fratta ove 
stava Jorgi. Pareva lo scorgesse. Il sole spuntò 
e la sua prima luminosità di un giallo roseo 
inondò lo stradale e le persone dei due cavalieri. 

Jorgi non sparò e lasciò passare sano e salvo 

11 suo rivale. 

Egli aveva veduto gli occhi e il sorriso del- 
l'ingegnere e uno strano pensiero, balenandogli 
aU'improviso nella mente sconvolta, aveva fer- 
mato la sua mano. 

* 

* * 

Alle due, appoggiato alla sua lunga pertica 
— il suo scettro da pastore — ritto come il giorno 
prima sul ciglione pieno di erba e di margherite, 


H9 — 


spiava l’arrivo di Xania. La mattina recatosi a 
Nuoro con Ventrata, cioè col formaggio tresco, 
la ricotta ed il latte, Jorgi si era tutto cambiato 
di vesti ed ora nella bianchezza opaca della sua 
camicia, col volto fatto pallido dalle terribili emo- 
zioni sofferte, pareva quasi bianco. La sofferenza 
e l’insonnia gli avevano allilato i lineamenti, tanto 
che Nania, appena furono nell’ombra del ciglione 
gli disse: 

— Perchè sei cosi bello, oggi?... 

La piccola fanciulla possedeva una voce dol- 
ce e triste resa più affascinante dalla schietta 
pronunzia logudorese del suo linguaggio. 

Jorgi, cupo negli occhi, sulle prime non ri- 
spose e la fissò acutamente, quasi volendo pene- 
trarle nell'anima. 

— Sei piu bella tu... — rispose con voce irata. 
E prendendole di mala maniera l’anfora la de- 
pose in terra dicendo: Oggi dobbiamo parlare a 
lungo, Nani... 

Essa ebbe paura e lo guardò spaventata. Nel 
suo gran fazzoletto color d'oro, a fiorami, distest» 
come un manto sulle spalle, Jorgi la trovò tanto 
bella che si addolci improvvisamente e restò esta- 
tico a guardarla. Pareva una di quelle figure sa- 
cre dipinte sullo sfondo di arazzi moreschi, che 
si ammirano in qualche tela italiana del secolo 
XV, e Jorgi, pensando alle brune bellezze delle 
ragazze che fino ad allora aveva conosciuto, si 
convinceva nel suo dubbio. 


140 — 


— Siedi disse, costrìngendola a sedersi 
sopra una pietra — che parliamo. 

— Non mi fermo, non mi fermo... - disse 
lei, tremando — Il babbo... 

Tuo padre è lontano e nessuno ci vedrà 
E anche se ci vedono che male ce?... Non pos- 
siamo esser amici, conoscenti?... 

Dio mio, Dio mio, non posso... 

In realtà Nania sentiva un grandissimo pia- 
cere all’idea di starsene per un buon pezzo se- 
duta presso forgi e benché provasse una grande 
paura non si muoveva. 

— Cosa hai oggi? — gli chiese tremando — 
cosa hai? Sei forse stizzito perché ieri non son 
venuta ; Sai c'era l'impresario, c’era l’ingegnere 
e ho dovuto lavorare tanto. Non c’è nessuno nella 
cantoniera. 

Tacque, con gli occhi perduti in un pensiero 
triste e doloroso e Jorgi, vedendola impallidire 
ancora di piu, senza dubbio al ricordo dell’inge- 
gnere, fremette e si allontanò un poco. 

Egli spiava sempre il volto della fanciulla e 
un gran buio si faceva nell’anima sua. Non c’era 
dubbio, no. Nania lo tradiva, e l’ingegnere era 
il suo amante. 

— Cos'hai, cos’hai? ripetè essa. 

— Cosa ho? — gridò forgi, agitando le brac- 
cia come un pazzo — tu lo sai meglio di me 
cosa ho... 

— Io non so nulla! Diventi matto? 


— Si, credo di impazzire. Nania, senti, tu 
sei piccola, ma sei più maligna di me. Tuttavia 
non continuerai a ridere di me, no, non conti- 
nuerai. Tu mi hai preso per un ragazzo, ma non 

10 sono, no. Sono soltanto un povero disgraziato, 
ma tu non dovevi riderti di me, perchè io sono 
buono a farti pagar caro questo gioco, Nani, lo 
senti, Nani? 

Nania lo guardava stupita, e non trovò che 
rispondere alla sua sfuriata. 

— Non rispondi? gridò forgi. 

— l’aria piano... disse la ragazza, balzan- 
do su, tendendo le orecchie — Se mio padre ci 
sente... 

— E cosa me ne importa? Tanto non ho 
più nulla da vedere con te... 

— Ma cosa hai, cosa t-i hanno raccontato? 
— domandò lei con disperazione. 

Nulla, non mi hanno raccontato nulla, ho 
veduto io, con questi occhi, ho veduto ieri notte. 

Eh, perchè avete lasciato la finestra aperta, 
bella mia? Ma questa mattina se l’ha veduta tra 

11 naso e le labbra ad esser massacrato il tuo 
bel signore. 

Non l'ho fatto perchè mi è venuta una pazza 
idea. E’ho visto a sorridere e mi è sembrato che 
ti rassomigliasse, e ho pensato, guarda che matto, 
ho pensato: chissà che sia suo padre... Ora mi 
accorgo ch'era una pazzia. Che tuo padre! Tuo 
padre è zio Gavinu, il diavolo lo pigli e tu sei... 


tu sei.. — conchiuse Jorgi ingoiando un terribile 
insulto — tu sei l’amante dell’ingegnere. 

Tutti i colori deH’acobaleno passavano sul 
viso dolente di Nania. 11 cuore, il suo piccolo 
cuore appassionato, pareva volesse squarciare il 
broccato consunto del vecchio corscttino, e gros- 
se lagrime le brillavano negli occhi. Non cercò 
di negare, e neppure di parlare. Con una im 
mensa paura infantile, temendo che Jorgi le fa- 
cesse del male, pensò di scappare e si mosse con 
un atto cosi repentino che il giovine stentò a 
raggiungerla, nello stradale. 

— Nania esclamò, sorridendo suo mal- 
grado e afferrandola al braccio — non ti credevo 
si cattiva... Perchè fuggi? Temi che ti uccida, 
forse?... — Anche essa non potò fare a meno di 
sorridere, il fazzoletto le era caduto di testa e 
il sole le inondava tutta la bionda testolina. 

Jorgi mandò una esclamazione di gioja e di 
stupore scorgendo il suo volto sorridente e i suoi 
occhi azzurri — di un azzurro verdognolo — 
perfettamente simili a quelli dell’ingegnere. 

— Nania, Nania, perdonami le disse, sor- 
ridendo e singhiozzando. Vieni, vieni, e fac- 
ciamo la pace. Come è vero Dio, come è vera 
Nostra Signora del Miracolo, io non dirò a nes- 
suno questo fatto. Non ne farò parola neppure 
a te, mai, mai, mai più. Vieni là a prender l’an- 
fora, vieni, vieni... 

La prese quasi fra le sue braccia e la ricon- 


' 15 ~ 


dussc all’ombra. Nani» sembrava morta, tanto 
restava pallida e immota, ma quando Jorgi disse: 

— Chi lo credeva, chi lo poteva pensare... 
tua madre... Nanta si eresse, col volto infuocato 
e con gli occhi lucenti d'ira e di pianto e gridò: 

— Mia madre è morta! Rispettala perchè 
era una santa. L’ingegnere mi ha baciato e mi 
ha abbracciato perchè ir» sono la sua amante... 
Uccidimi pure, Jorgi Preda, uccidimi, ma non 
cercare mia madre... 

E cadde a terra, scialando in pianto. Con 
quelle parole essa perdeva lutto. Perdeva l'amore 
di Jorgi che essa adorava con tutto l'entusiasmo 
dei suoi quindici anni, del suo primo amore — 
perdeva i suoi sogni c le sue dolci speranze — 
perdeva l'onore e forse metteva in pericolo la 
sua vita e quella dell’ingegnere — ma che im- 
portava? La memoria di sua madre — la cui 
colpa era ignota a tutti e specialmente a Gavinu 
Paldedda, che ancora la piangeva, adorandone 
il ricordo — veniva salvata dal suo sacrilìzio... 

Ma Jorgi Preda aveva veduto. 

Per qualche momento restò immobile e si- 
lenzioso a guadare la piccola fanciulla seduta 
sull'erba, che piangeva sempre. I suoi singulti 
infantili, disperati si perdevano nel gran silenzio 
meridiano, e per l’immensa campagna dormiente 
Jorgi non udiva altro rumore. 

E fu per fuggire, sentendosi vile e indegno 
davanti alla piccola Xania ma naturalmente 


non potè muovere un passo. Si ricordò invece 
tutte le belle promesse che si erano scambiate, 
si ricordò i sogni d’amore fatti specialmente la 
notte, mentre le greggio si abbeveravano sotto 
il ponte, laggiù, tra l'asfodello egli oleandri — 
pensò che fra tre anni sarebbe in grado di spo- 
sare Nania, e si chinò. 

— Lasciami stare — disse lei. 

Ma Jorgj la sollevò come una piuma, se la 
prese tra le braccia e le coprì il volto di baci 
tinche riuscì a rassicurarla e a farla sorridere. 




* Macchiette 


DkijpdAi A'.un’tt/i Stinti 


io 





— 




• I. 


.j lbbcgia. Sul cielo azzurro ci- 
* nereo d'una dolcezza triste e 
profonda, curvato sull'immenso 
paesaggio silenzioso, passano 
sfiorando larghi meandri di un 
rosa pallidissimo, via via sfu- 
manti nell’orizzonte ancora o- 
scuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, 
s’inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate 
d'ombra, selvaggio e deserte. Non un casolare, 
un albero, una greggia, una via. 

Solo viottoli dirupati, muricciuoli cadenti co- 
perti di musco giallo, un rigagnolo dalle acque 
color di cenere stagnanti fra giunchi di un verde 
nero desolato, e bassi roveti, estese macchie di 
lentischio le cui foglie riflettono la luce cilestrina 
dell'alba. Dietro, sull'altezza bruna del nord 



U» - 


biancheggiano grandi rupi di granito grigio e la 
cinta di un cimitero. 

La croce nera disegnata sul ciclo sempre 
più roseo, domina le vallate deserte: e pare l'em- 
blema del triste paesaggio senza vita stendentesi 
silenzioso sotto la curva del cielo azzurro-cinereo. 
Albeggia. 


II. 

Sotto il bagliore ardente della meriggiami la 
cantoniera bianca dal tetto rosso, tace, dorme: 
le finestre verdi guardano pensose sullo stradale 
bruciato dal sole, e giù dal cornicione di un tur- 
chino slavato calano frangie d’ombra d una fre- 
schezza indescrivibile. Lo stradale bianchissimo, 
disabitato, dai mucchi di ghiaia sprizzanti scin- 
tille al sole, serpeggia per una vasta pianura co- 
perta di boschi di soveri. 

In lontananza, alte montagne a picco, velate 
di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo 
l'orizzonte infuocato. Sotto l'aria ferma, irrespi- 
rabile, nello splendore piovente dal cielo di me- 
tallo, i soveri nani, lussureggianti, projettano corte 
penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, 
tappezzati di borraccine morbide come peluche. 
Unti fanciulla è coricata appunto su uno di questi 
massi, supina, le braccia e le gambe semi nude. 

La sua persona esile e ben fatta spicca sul 
verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori 


— '19 — 

rossi di broccato del suo corsetto un pò lacero 
sanguinano nella penombra del bosco. Nel caldo 
asfissiante del meriggio, nel costume consunto e 
misero, stuona meravigliosamente la carnagione 
della fanciulla, di una bianchezza fenomenale, 
tanto più che sotto il lazzoletto giallo si vedono 
dei capelli nerissimi, c sotto le palpebre stanche 
due occhi di un nero -cenerognolo foschi e impe- 
netrabili. Chi òr - Impossibile saperlo: ella 
non fa il minimo movimento nel languore spos- 
sato del caldo, e forse sogna, forse dorme, bianca 
e silente come la cantoniera vicina, sotto il ba- 
gliore ardente della meriggiana. 


III. 

Il sole tramonta: dal villaggio in festa giunge 
un rumore confuso, vago e lontano, sino alla stan 
zetta tranquilla della casa del contadino. 

La finestra ò aperta sul poggiuolo di mattoni 
crudi su cui tremola alla brezza del tramonto una 
povera pianticella di basilico, che pare sorrida 
anch’essa, benché sola e dimenticata, fra la le- 
tizia dei casolari neri e del cielo d’oro. Oh, i 
luminosi orizzonti! — La vallata verde circonda 
il villaggio, e la vegetazione in fiore olezza e ri 
splende fra la nebbia ignea del sole al declino. 

Dal piccolo poggiuolo di mattoni crudi si do- 
mina una viuzza strettissima e altre casette pic- 
cine, annerite dal tempo, i tetti muschiosi, via 


salienti sino al vecchio maniero spagnuolo, la cui 
facciata ili stile moresco rosseggia in viso al- 
l’ovest, gli spalti cadenti perduti fra gli splen- 
dori del cielo, come il ricordo della triste domi- 
nazione aragonese nella luce dei nuovi tempi. 
Nella casetta più vicina al poggiuolo la porticina 
nera è chiusa, ma al di fuori sta appesa una co- 
rona di lichi diseccantisi e sul davanzale della 
linestruola un gatto dalla schiena tutta abbru- 
ciacchiata contempla solennemente sulla via, do- 
ve passa solo una donnina in costume, dal viso 
color di rame, allacciandosi bene il corsetto di 
panno giallo e di velluto viola cesellato. Dentro 
la stanzetta del poggiuolo un giovine, anch’esso 
in costume, piglia il caffè. Ila posato la chichera 
verde sulla cappa di una specie di vecchio ca- 
mino, e ritto dando le spalle alla finestra , beve 
a centellini la prediletta bevanda. 

fi malato, ma sul suo viso biondo, pallidis- 
simo, da convalescente, sta dipinta un’intima vo- 
luttà. il benessere di chi si riaffaccia pieno di 
speranza alla vita, dopo una lunga malattia. — 
Il letto di legno, dalle coperte di percalle a fio- 
rami arabeschi, basso e duro ma con una fisio- 
nomia tranquilla, tipica, diremo quasi sonnolenta, 
le sedie grigie, il rozzo guardaroba rosso, la cassa 
nera di legno scolpito a strani fiori e animali 
antidiluviani, la tavola coperta da un tappeto 
bianco, adorna di vassoi e chicchere, tutto sor- 
ride intorno al giovine contadino convalescente. 


Ijl 


nella pace beata della povertà felice, nella lumi- 
nosità del tramonto di rosa. In alto, sulle pareti 
tinte di calce, una innumerevole fila di quadretti 
a vivi colori scintillano soavemente nel polviscolo 
d'oro, e i vecchi vetri della finestra ardono come 
lastre di orpello al riflesso del sole che tramonta. 

IV. 

E cade la notte! Nella chiesa miracolosa, nel 
famoso santuario ove la folla immensa è passata 
senza lasciare traccia alcuna, la penombra si ad- 
densi!, livida, fredda e piena di mistero. 

In fondo, diti linestroni bizantini, piove un 
acuto albore azzurro sul pavimento di mattoni 
;i mosaico il cui smalto ha vaghi riflessi d'acqua 
stagnante: in alto, sull'altare bianco, una lampadii 
di cristallo vermiglio spande tremoli chiarori ros- 
sastri che scendono e salgono sui fiori pallidi, 
sui candelabri dorati, sulle colonnine doriche di 
diaspro della nicchia coperta da un panneggia- 
mento cereo a marezzi azzurri, di damasco. 

Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici 
di romanzi e di drammi immani o pietosi, — 
gioielli d'oro e d’argento, stupende membra di 
cera, mani di vergini cristiane di una suprema 
e morbida soavità, e colli bianchissimi ed eleganti 
da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e 
polverose. — Qui ancora troviamo una fanciulla, 
ma non è più la popolana sopita nel meriggio 


del bosco. È signora: vestita di bianco, inginoc- 
chiata sui gradini delimitare, la fronte sulla ba- 
laustrata, le mani strette convulsivamente una 
con l’altra nel fervore della preghiera. 

Le pieghe morbide del suo lungo vestito 
dalle alte maniche alla Margherita di Valois, ca- 
dono al suolo con abbandono artistico da statua, 
e biancheggiano soavi nella penombra rossastra 
della lampada notturna. 

Il volto pallido della fanciulla, i grandi oc- 
chi eastanei e profondi esprimono una dispera- 
zione straziante, cresciuta dalla tetra melanconia 
del crepuscolo morente. Oh, qual grazia chiedono 
mai quegli occhi al santo miracoloso nascosto 
dietro la cortina di damasco come un re orien- 
tale? — Ecco, ella s’alza al line, e uscita sulla 
spianata si ferma immobile davanti al parapetto 
che guarda nella valle. 

Sul cielo tinto di croco e di smeraldo si c- 
levano i monti neri e la luna spunta fra le loro 
creste frastagliate. La rena della grande spianata 
scintilla ai primi raggi della luna, e il villaggio 
si profila laggiù, fra le agavi grigie e i pioppi 
argentei della valle, mentre il santuario spicca 
sul cielo violaceo del nord, coi due grandi line- 
stroni bizantini che paiono due strani occhi di 
bronzo smaltati al riflesso delPoriente fatto splen- 
dido dall'alba della luna. 

Dietro, le terre di mezzanotte, immense cam- 
pagne opime, valli dirupate in cui rugghia il tor- 


«ss 


rentc-, e montagne sulle eui cime domina la leg- 
genda, si stendono vaghe e indistinte come un 
sogno, nella luce vaporosa dell’ultimo crepuscolo, 
e i forti borghi solitari riposano fra i lentischi 
cinerei della pianura o su i greppi neri delle rupi 
scoscese. 

La fanciulla bianca guarda al nord, e grandi 
visioni misteriose, sogni arcani e profondi le at- 
traversano gli occhi pensosi perduti nell'estrema 
lontananza; e il suo volto pallido, il suo vestito 
marmoreo paiono d’argento nella nivea lumino- 
sità della luna sempre più bianca e fulgida a 
misura che cade la notte. 

V. 

Nell’alta notte plenilunare tre cavalieri pas- 
sano al galoppo attraverso il sentiero delle mon- 
tagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla 
alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo si- 
lenzio del paesaggio sublime. 

Lontano, le nuvole salgono dal mare di ma- 
dreperla sottilmente pennellato nell’estremo oriz- 
zonte, salgono lente sul cielo d'orpello del ple- 
nilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco del- 
l’inlinito. 

Sulle cime delle alte montagne rocciose la 
neve disegna un profilo iridato, fantasmagorie 
marmoree e miniature d'oro degne dei versi 
d' Heine, ma le quercie annose fremono al vento 


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di tramontana che susurra tetre leggende e storie 
di sangue fischiando fra le gole dirupate e le 
grotte di granito. — Il sentiero asprissimo attra- 
versa tortuoso le rupi immani e i macigni neri 
che assumono fantastiche forme di torri gotiche 
rovinate e di dolmen coperti d’edera e di rubi, 
reso più pericoloso e pittoresco dalla luce della 
notte. Sotto il bosco i raggi della luna piovono 
a fsisci, come getti di diamanti, projettando aurei 
arabeschi e damaschinature orientali sulle felci 
bionde ondulate dal vento: attraverso le quercie 
brune il cielo lunato ha un aspetto cosi incantato 
coi suoi gemmei splendori che richiama al pen- 
siero i cieli impossibili delle novelle da fate; e 
i ciclamini, i verbaschi, l'usnea dei tronchi im- 
pregnano l'aria d'un acuto profumo da foresta 
tropicale. Oltre i tre cavalieri che attraver- 
sano il sentiero, neri, muti, avvolti nei loro cap- 
potti bruni dal cappuccio a punta, come cavalieri 
erranti da epopea mediovale, un piccolo man- 
driano con la sua greggia popola ad un tratto 
la solitudine inlinita delle montagne. Seduto sotto 
una rupe, insensibile al vento che fischia nel lim- 
pido plenilunio, guarda le pecore pascolanti nella 
notte chiara, intento al loro tintinnio monotono 
e melanconico vibrante fra i burroni erbosi e le 
pietre muscose, fra le eriche selvaggie e i tronchi 
divelti dalla procella. 

Il piccolo mandriano è brutto, il volto oscuro 
come l'albagio del suo ferrajuolo, ma nei suoi 


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occhi cuprei dal bianco azzurrino e l’iride piena 
di un languore profondo, splende un raggio pen- 
soso che è tutta una rivelazione: forse il piccolo 
pastore è già poeta e nell’interno della sua mente 
vergine e selvaggia come le monta/jne rcceiose 
su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta più 
che qual siasi artista colto e line la poesia inef- 
fabile, piena di voluttà sovrumane e spirituali; 
del silenzio azzurro dell'alta notte plenilunare. 






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